Cosa è bello? Può essere bello un panorama? Può essere bello un albero? Può essere bella una strada? E se una cosa è bella può valere la pena traversare il mondo per vederla? No, se affronti il lungo viaggio pensando che un albero sia solo un albero, che un panorama sia solo un panorama e che una strada sia solo una strada.
Cos’è il bello in fin dei conti? Perché una cosa è bella? E perché una cosa può essere più bella di un altra? Quando da bambino e da cinquantenne mi fermavo imbabolato davanti alla maestosa bellezza del Golfo di Napoli non amavo fare paragoni, quando quarantenne ammirai da un elicottero la cima del Monte Bernina non mi chiesi se fosse più bello del Golfo della mia città. Dissi è bello. Punto.
Ogni cosa, ogni persona, ha del bello in sé. Perché il bello non è fuori di noi, non è un valore assoluto.
La vita, nella sua interezza, è una scoperta continua, non bisogna mai perdere la capacità di sorprendersi, di scoprire, di rimanere a bocca aperta davanti ad una cosa. Un sorriso di una persona sdentata, in un momento di tristezza, può essere la via d’uscita da quel momento, un bimbo che gioca può indurre allegria, una donna che ti guarda rapita mentre la baci e tu che la fissi con la medesima intensità, può donare un momento di onnipotenza e tutte queste cose possono essere belle.
Ed è questo il punto: il bello è dentro di noi, possiamo apprezzare il bello solo se dentro di noi siamo bambini, solo se dentro di noi siamo sempre capaci di stupirci.
Tutto può essere banale e tutto può essere bello. La banalità nasce dalla sterilità, dalla incapacità di vedere, dalla incapacità di apprezzare.
Può essere banale l’Everest od il Colosseo se non vediamo queste cose con l’animo pronto a stupirci, a pensare in un nano secondo, nello stesso momento in cui lo guardi, cosa ci fu dietro quella meraviglia della natura o quella costruzione dell’uomo a pensare alle zolle terrestri che si scontrano creando le montagne o pensando all’enormità di un lavoro in un tempo dove non esistevano le gru ed il cemento armato.
Bisogna amare per capire il bello, devi amare la vita, devi amare le altre persone, devi amare il mondo per poter essere pronto ad accumulare le tue esperienze con la stessa purezza di un bimbo. Perché solo un bimbo ama senza riserve.
Ed allora, tu che mi leggi, cerca di non pensare che è tutto normale ma cerca di pensare che tutto quello che vedi è una ennesima meraviglia che ti dona la vita.
Vedrai che la vita avrà altri colori, altri odori altre sensazioni e ti sentirai felice. E se sarai felice sarà perché ti sentirai circondato di bello.
Archivio dell'autore: Il Viaggiatore
Tristezza.
Sei a casa, da solo. Lo stomaco ha degli spasmi, non hai fame. Non riesci ad ingoiare, la gola si blocca anch’essa in uno spasmo. Bevi, alcool naturalmente. Sbagli la dose da bere e ti prende un singhiozzo, violento, che si calma solo con una lunga apnea. Fumi, una, due, tre e quattro sigarette e ti fermi solo perché tu stesso ti accorgi di aver appestato l’aria. Non hai voglia di far nulla, pensi e quello che desideri e scopri che vorresti solo dormire, vorresti sparire, vorresti togliere il disturbo creato dalla tua esistenza. Poi ti vien voglia di urlare, forte, vuoi sfogare non la rabbia ma un sentimento indicibile, indescrivibile e insopprimibile. Vorresti piangere, ma non ce la fai. Pensi: “adesso mi sforzo e piango così mi sfogo e finisce” ed invece non riesci e gli spasmi dello stomaco aumentano. Vorresti parlare ma non c’è nessuno con cui farlo, neanche riesci ad uscire e poi per andare dove? Cominci a dire basta, inspiri forte e tenti di vedere la televisione, ma dopo cinque minuti ti alzi e cammini in casa. Vai in tutte le stanze, ti fermi nella tua, cerchi un segno, un simbolo che ti dia tranquillità, ma non trovi nulla. Tenti di leggere un libro, ma dopo due righe ti stanchi. Inspiri più forte e più forti gli spasmi ti tagliano il respiro. Scrivi una mail, cerchi risposte, cerchi un salvagente e nervosamente speri che qualcuno ti risponda nella notte. Ma nessuno si fa sentire. Ti chiedono una cosa su Facebook e ti rianimi, ma nessuno ti può aiutare, la discussione muore subito e neanche tu hai voglia di continuare. Stai soffrendo, in una maniera sorda ed indescrivibile, e non sai come fermare il dolore. Inizi a scrivere, gli spasmi si calmano, forse è la soluzione, ma non tutto sparisce e sei cosciente che appena smetti riprenderà. Non una, ma mille domande, si affollano nella tua mente ma a nessuna sai rispondere, e la rabbia aumenta. E sempre, in sottofondo, la voglia di sparire, la voglia di pace, la voglia di non soffrire più. Domani devi lavorare, ma non riesci a dormire. Sospendi la scrittura, ti avvicini al letto ma gli spasmi ritornano, ti rialzi. Velocemente scorri mentalmente la tua rubrica mentale, cerchi se qualcuno magari è ancora sveglio ma ti accorgi di essere sempre solo. Sei come in mezzo all’oceano ma non puoi affogare se non nei tuoi pensieri più brutti. Cosa fare? Fai l’elenco delle tue sensazioni, vuoi condividere, ma non ci riesci. Pensi. Vorresti fare qualcosa, avere una bacchetta magica, ma non hai nulla. sei sempre più solo. Inconsciamente preghi, cerchi rifugio in Dio, ma neanche le sua infinite braccia riescono ad accogliere il tuo dolore. Ti domandi il domani come sarà e ti rendi conto che non sarà mai come è stato il passato e gli spasmi aumentano. E’ l’una e trentasei del quindici gennaio e questo stato continua da più di 24 ore. Sono depresso? Ma no, chissà, forse è solo tristezza.
Il lustrascarpe
Ogni giorno si svegliava nella sua baracca. Il pavimento, in terra battuta, era coperto da una sorta di foglio di plastica o di linoleum, non sono mai riuscito a capirlo, e su questo foglio c’era la stuoia su cui dormiva, il piccolo tavolo attorno al quale la famiglia si riuniva per la cena ed una specie di mobile che conteneva le poche cose della famiglia: stoviglie, biancheria e dispensa. La luce del mattino filtrava tra le imposte socchiuse e nel raggio di sole Fernando poteva vedere quella polvere che rimaneva a mezza’aria e che era la compagna della sua vita. In questi “barrios” la polvere è una presenza costante, impossibile non esserne toccati. Una polvere rossa, quella polvere, che nasceva da quella terra rossa d’Africa che è la prima cosa che noti quando arrivi dall’Europa. La moglie di Fernando era già uscita da tempo. Con la tanica di plastica in testa, poggiata su quella stoffa arrotolata che faceva sia da base, che da stabilizzazione e cuscino era andata alla fonte per prendere l’acqua per la famiglia, l’acqua che serviva per cucinare, per bere, per tutte quelle cose per le quali noi siamo abituati, semplicemente, ad aspettarci che esca dal rubinetto. Straordinario quel modo di trasportare le cose, pesi che sembrano insopportabili portati elegantemente sulla testa: cesti pieni di frutta, pile altissime di pirofile in vetro, indumenti piegati ed anch’essi impilati in maniera straordinaria, tutte cose che sembravano sfidare e vincere, in ogni momento le leggi della fisica sul baricentro e sulla gravità. Vanno in gruppo, queste donne, portandosi questi pesi come se nulla fosse, conversano, gesticolano fanno tutte quelle cose che normalmente fa una persona che cammina in gruppo, qualche volta hanno anche un bimbo che trasportano sulla schiena, abbracciato alla mamma come un koala all’albero, che puntualmente e straordinariamente dorme, avvolto in delle fasce che ne mascherano forme ed arti e a vederli sembrano un tutt’uno con le mamme. Fernando si accorge di essere solo, deve andare in bagno, ed ha la carrozzella lontana. Chiama la moglie, chiama uno dei figli ma non ottiene risposta ed allora bestemmia Fernando perché da quando quella poliomielite gli ha orrendamente sfigurato le gambe, riducendole in due rami secchi e ritorti, non è più indipendente, ha bisogno di aiuto, ma talvolta non c’è nessuno e lui allora urla, chiama, si sgola finché la vicina non arriva ad aiutarlo. La vicina lo sa che lui ha bisogno ed il “barrio” è una comunità dove la solidarietà non è formale, si vive tutti insieme, in condizioni impensabili per la maggior parte di noi e se non ci si aiuta si perisce. La corpulenta vicina aiuta Fernando a sedersi sulla carrozzina e lo accompagna in bagno che, chiaramente, non è in casa. Dopo, Fernando non fa colazione e l’animaletto nel suo stomaco continua a tormentarlo con i suoi movimenti. Eh già, perché da queste parti la colazione la chiamano volgarmente “mata o biciu” ovvero “ammazza l’animaleto”, una stupenda metafora della lingua portoghese. E dopo il bagno Fernando parte, parte per andare a lavorare e dopo aver percorso l’affollata strada del barrio giunge finalmente sulla strada principale. Deve prendere il “candongueiro” un pulmino che la gente di qui chiama anche taxi e che rappresenta il principale e per certi versi unico mezzo di trasporto pubblico. Sono un mistero questo “candongueiro”: si fermano in posti che non sono indicati e solo i locali conoscono e camminano in un traffico infernale a velocità improbabili. C’è la strada bloccata? Te li vedi spuntare da dietro sulla destra che camminano tra la fine del manto stradale, il pezzo di strada non asfaltato e, laddove esistente, il marciapiede con la gente che lo percorre che ordinatamente gli fa strada. Arrivano sempre per primi nei posti, si apre la porta scorrevole ed un ragazzo esce urlando la destinazione, ha in mano un fascio di soldi, sono tutte banconote da 100 Kwanza, valgono 1 $ l’una, ed è la tariffa, invero molto popolare per un pool taxi, che si paga per utilizzarli. Fernando si affretta con la sua carrozzella ad avvicinarsi al mezzo ed il ragazzo urlante scende dal pulmino, prende in braccio Fernando e lo adagia sul divanetto vicino all’uscita poi, svelto, prende la carrozzina, la chiude e la mette nel bagagliaio. Corrono sempre questi “candongueiro”, più si corre più si guadagna, ma c’è sempre il tempo per aiutare un uomo malato. Dopo la sua ora di traffico arriva finalmente sul luogo di lavoro. Fernando si mette fuori da una Banca e vicino agli uffici di una compagnia petrolifera, è nel centro città e quando arriva ha una fame da lupo e sono solo le sette del mattino. Piano, piano la strada si anima, Fernando si è sistemato tra due auto posteggiate, è sulla strada e lo scalino del marciapiede gli avvicina i piedi dei passanti, a lui che di mestiere fa il lustrascarpe. Eh si, Fernando è un lustrascarpe, non più giovane, non rammenta gli storici sciuscià napoletani, i bambini che lucidavano le scarpe agli “mmericani”, e dei quali Luanda è comunque piena. Fernando è un uomo maturo, pesantemente handicappato, e fa una particolare tenerezza quando sistema la sua scatolina con dentro il lucido per le scarpe, le spazzole e le pezze che servono per lucidare. Tutte le sue cose messe lì, bene allineate e lui che invita i bancari ad accomodarsi, a porgergli i loro piedi perché lui possa, contorcendosi come un burattino a cui hanno tagliato i fili delle gambe, raggiungere le scarpe e diligentemente e delicatamente pulirle.
Una mattina, andando in ufficio l’ho visto, tutto contorto per pulire un paio di scarpe di un omone angolano in giacca e cravatta che rideva e scherzava con un collega. Si vede subito quando un angolano è ricco e potente. E’ vestito bene, è sicuro di sè, a volte anche un pò pacchiano. Vedere quella scena mi ha fatto impressione, Fernando sembrava prostrato davanti al “padrone”, avvertivo la protervia del ricco e potente verso il povero diseredato. La natura con Fernando è stata maligna, la sorte è stata maligna, quando sogna non sogna l’ultimo iphone, ma un letto vero ed un generatore per la corrente elettrica. E gli basterebbero per sentirsi ricchissimo.
Non mi sono mai fatto pulire le scarpe da Fernando, non riesco a pensarlo prostrato davanti a me con quello scalino del marciapiede che a lui è tanto utile per arrivare alle scarpe dei passanti ma che nella mia testa serve solo a rendere più concreto quello scalino più in basso che occupa nella vita.
Eppure Fernando ride sempre quando lo vedo.
Che forte.
La mia famiglia
La mia famiglia. La foto che vedete è sul desktop del mio PC, ed amo guardarla e riguardarla. Mi sono interrogato spesso, in questi ultimi tempi, perché avevo tanta voglia di scrivere e tanta voglia di comunicare. E la risposta è nata spontanea nel momento in cui mi sono reso conto che il perché era legato dalla struggente voglia di restare in contatto, di non perdere il legame, di far sentire la mia voce a chi è molto lontano da me. Non è la prima volta che manco da casa ma la situazione è molto differente. Sono andato in missione quando ancora ero un Carabiniere ma non era la stessa cosa, sapevo che la lontananza era solo momentanea, che entro sei mesi, un anno sarei comunque tornato, addirittura la cosa mi infastidiva, avrei voluto prolungare all’infinito la mia missione ma, all’epoca, non mi rendevo conto che la mia voglia di stare fuori era tanto grande solo perché ero al contempo sicuro di dover tornare. Oggi ho cambiato lavoro, oggi faccio un lavoro bellissimo ed interessante, sto facendo delle esperienze assolutamente uniche e meravigliose, finalmente ho visto l’altra metà del cielo (anche se non riesco mai ad apprezzarne la differenza), ma sento la mancanza dilaniante della mia famiglia. E la sento ancora di più quando penso che davanti a me ho ancora tanti anni da passare lontano da casa e che devo sperare che tutto questo continui veramente all’infinito.
Li vorrei vicini i miei figli, vorrei vicina mia moglie. Mi mancano, mi mancano da morire, mi manca il percorrere la strada che mi porta alla Scuola dell’Opera per andare a prendere Giorgio, mi manca l’andare a Viale Somalia per andare a prendere Federico che esce dalla Palestra, accompagnarlo alle gare di Kendo e prendere un birra con lui, mi manca Gianluigi con la sua voglia di sapere, mi manca di andare alle sue gare di Pentathlon (in verità e colpevolmente non ne ho viste poi molte), mi mancano i panini a Piazza Risorgimento, le passeggiate con Chiccò, con Vincenzo, e con tutte le altre persone che popolano il mio mondo. E poi mi manca Antonella, mia moglie, mi manca anche il suo carattere per niente facile, ma è cresciuta con me, è lei che mi ha accompagnato nei momenti peggiori della mia vita ed è di lei che non so fare a meno.
Loro sono il mio vero microcosmo, loro sono veramente quella cosa della quale mi riesce sempre più difficile fare a meno.
Quando sono partito ero felice, l’avventura, la nuova esperienza, un po’ tutto mi rendeva felice. Poi mi ha preso lo sgomento, ho pensato che fra due anni sarei andato chissà dove e che ero obbligato a sperare di continuare questa vita nomade e solitaria se volevo rendere più facile la nostra vita.
Non che non mi piaccia questa vita. Mi piace vedere mondi, culture e persone nuove ma mi manca, la mia famiglia mi manca da morire.
Ho tre figli meravigliosi.
Ognuno a suo modo sa essere unico e irripetibile.
Ho una moglie che è una colonna. Senza di lei tutto potrebbe crollare.
E mi mancano, non smetterò mai di dirlo, mi mancano da morire.
Perchè questo blog
Stavo cenando quando il telefono prima vibra e poi suona con i toni di arrivo di un messaggio. Guardo: un messaggio da mio figlio Federico: lo apro, è lungo, mi incuriosisce, lo leggo, è un solenne “cazziatone” scritto con dolcezza, con la stessa dolcezza con la quale si parla ad un bambino. Inizialmente ci rimango male, poi penso: “ha ragione, forse devo farlo”. Il messaggio, spedito attraverso il canale di Facebook, mi invita a non postare più su Facebook le mie storie, i miei sentimenti profondi, e di utilizzare un blog. Io non sono un “digital native” sono un “digital immigrant”, una sorta di extracomunitario del web. L’ho visto nascere il Web ma non ci sono “nato dentro” come invece i miei figli. Forse, se leggerà questo post si arrabbierà ancora con me perché lo pubblico ma non posso farne a meno:
“Ok. Butta un occhio alla tua mail. Non so se ce l’avessi già, comunque sia ora hai (un altro?) blog. Questo usalo. Usalo al posto di facebook, usalo perchè ciò che scrivi è fatto per un blog e non per facebook, usalo perchè ha tanti aspetti positivi in più rispetto ad un social network. Non ti dico di cessare l’attività su facebook, di non scrivere più nulla o non mettere più foto. Ci son cose che stanno bene qui, e portando la tua vita privata su di un blog eccederesti al contrario. Semplicemente, se devi scrivere stati, pensieri o riflessioni lunghe e profonde, meglio farlo lì. E nel caso, se vuoi, avverti su facebook di aver aggiunto un nuovo post al blog. Il blog è duttile e puoi farci di tutto, come ti pare. Se vuoi aiuti per la veste grafica posso provare a pensarci pure io. Quando scrivi affidati anche a questo, immagino potrai riconoscerti in diversi punti (7, ad esempio)
http://www.mestierediscrivere.com/articolo/eco2
Se vuoi esempi di utilizzare un blog, ce ne sono a bizzeffe, questi sono i primi che mi son venuti in mente. Come puoi vedere, tematiche e stili vari e variegati:
– http://bagniproeliator.it/
– http://duericcheporzioni.wordpress.com
– http://www.vitadapapa.it/
– http://www.beppegrillo.it/ (questo so che lo stimi molto) (non è assolutamente vero n.d.r.)
– http://romakendo.wordpress.com/
– http://hulkspakk.blogspot.it/
Divertiti. Se invece avevi già un blog e non lo usi per una qualche motivazione, beh, usalo.”
Ecco, questo è il messaggio scritto da mio figlio, non posso non seguire il suo consiglio, non voglio che si vergogni di un padre che non sa usare gli strumenti informatici. Mi piaceva scrivere su Facebook, lo ritenevo distensivo, mi piaceva leggere i commenti degli amici, non ero molto interessato ai “mi piace”, non cercavo l’approvazione od il successo ma volevo soltanto condividere, con chi è lontano, i miei sentimenti, i miei ricordi, le mie nuove esperienze. Pare che non si segua la netiquette però. E va bene, iniziamo allora questa avventura del blog, li conosco anche se non li frequento molto, so di blogger che parlano praticamente di tutto, so che qualcuno riesce addirittura a viverci. Va bene, ho troppa stima di mio figlio, le cui foto aprono e chiudono questo primo articolo, per non seguire quello che mi ha consigliato di fare. Le foto seguono un po’ il sottotitolo del blog, il passato ed il presente. Vediamo che succede. Il nome al blog lo ha dato Federico, io ho coniato il sottotitolo. Ho pubblicato sul blog gli ultimi post che avevo scritto su Facebook, giusto perché questa storia sia completa.

Cortile piccolo
Cortile Piccolo. Il progredire delle stagioni era scandito dallo spicchio di sole che man mano cresceva avvicinandosi la primavera e poi l’estate. E nell’inverno l’essere Anziani significava potersi godere il tepore del sole invernale allo zenith. Nei rari momenti di inattività: l’attesa dell’adunata per il pranzo, l’immediato dopo pranzo chi poteva, chi era più anziano poteva far finta di prendere il sole mentre il più giovane stava all’ombra. Sono trascorsi quasi 40 anni da quando ho fatto questa foto ero un ragazzino pieno di sogni e di speranze con l’impazienza di crescere, ora ho 54 anni e penso cosa avrei potuto fare di più per godermi quei momenti di adolescenza e ne ho una nostalgia struggente. Chi ha pubblicato questa foto, per la prima volta, 3 anni fa su facebook, ora non c’è più anche se preferisco dire che “è andato avanti”, si chiama (si perché non mi piace usare il verbo al passato) Luca Santaniello ed era un caro amico. Secondo me sta in quell’angolo del cortile piccolo dove il sole c’è sempre, anche a gennaio.
Un flash sulla missione Arcobaleno
Era il 1999, ero Maggiore dei Carabinieri, ero in Albania. Un popolo in fuga, il kosovaro, si ammassava ai confini marittimi del nostro Paese ed il Governo decise d’intervenire. Fu così che il primo governo guidato da un ex comunista, Massimo D’Alema, bombardò la Serbia e mandò la Protezione Civile a fare accoglienza dei kosovari in Albania per evitare che prendessero i barconi e venissero poi in Italia. La brava Protezione Civile fece il suo mestiere, trattò i kosovari come avrebbe trattato i nostri terremotati, l’Italia mandò tanti di quegli aiuti ai kosovari che avrebbero mangiato e vestito 2 Kosovo e non uno e, a fare sicurezza per la Protezione Civile c’ero anch’io con il Contingente dell’Arma mandato lì a proteggere kosovari e volontari italiani. Un’esperienza entusiasmante, quando ero ai campi profughi allestiti ai confini tra Albania e Kosovo ho visto i Pershing ed i Cruise americani solcare i cieli in direzione degli obiettivi serbi. La notte sembravano stelle comete con la coda rossa, ho vissuto l’esperienza di essere bombardato dagli aerei americani (qualche bomba andò fuori bersaglio sul confine) ed ho sentito l’alito rovente dell’esplosione investirmi come fosse un’improvvisa folata di vento, ho visto bambini con la schiena bucata da colpi di fucile sparati per odi antichi e mai sopiti verso gente che fino al giorno prima ti viveva accanto sopportare le medicazioni senza un gemito, ho visto il terrore sciogliersi e negli occhi e nei tratti dei visi quando la gente passava il confine con l’Albania ed ho visto un popolo meraviglioso, quello italiano, fatto da centinaia di volontari che si davano da fare per i profughi. Non potete capire come ci si sente fieri dell’appartenenza ad un popolo quando sei costretto a non fare entrare gente nel campo italiano perché pieno come un uovo con quelli che ti dicono: “no nel tedesco piuttosto che l’inglese non ci voglio andare!” oppure vedere la gente del Campo Kukes 2 piangere quando lo lasciammo per cederlo alla CARE International che lavorava per conto UNHCR. Tornammo dopo un po’ di tempo a trovare qualche kosovaro amico. Lo trovammo che lo nutrivano a scatolette di tonno (non troppe, per carità) e rimpiangeva i nostri volontari. Le uniche cose storte? Una Italianissima Capo dell’UNHCR che ci criticò perché “viziavamo” i profughi, che li trattavamo troppo bene e mettevamo in difficoltà l’ONU che non riusciva a dar loro gli stessi standard e un italianissimo PM di Bari che diede una mazzata tremenda al Governo D’Alema con un’indagine sulla Missione Arcobaleno (era questo il nome della missione) che si risolse quasi in un nulla, che fu cavalcata dall’opposizione strumentalmente e fu utile soltanto per infangare ingiustamente il lavoro fatto da tanta brava gente. Bei ricordi però, le esperienze che vissi all’epoca furono comunque stupende, nonostante le cose storte. Bei tempi…proprio bei tempi.
Nelle sabbie mobili
Mi mancava solo questo. Provare la “splendida” sensazione delle sabbie mobili!
Si proprio quelle dei film dove l’attore viene inghiottito dalla terra. Non con lo stereotipo delle sabbie mobili dei film, però, il deserto la sabbia rossa ed il buco della sabbia mobile ma, bensì quello di una spiaggia marina africana.
Mi trovavo sulla riva del mare di Luanda in un punto che chiamiamo l’imbarcadero, di fronte alla penisola di Mossulo pronto, appunto, ad imbarcarmi sulla nostra barchetta quando cercando il punto giusto per l’approdo della barca, con il frigo portatile in una mano, e lo zaino con l’asciugamano e le mie cose sulle spalle, sotto i piedi non ho più sentito la sabbia che cede di quel poco che è tipico delle rive del mare ma una sorta di buco dove l’acqua non era acqua e la terra non era terra. Mi sono sentito sprofondare sotto i piedi come quando si cade in un trabocchetto in un castello, quel misto di sorpresa ed interdizione con quella specie di “preoccupazione” che ti monta dentro fino a diventare paura. L’amico che stava con me ha iniziato a urlarmi: “esci di lì Francesco” ed io, di rimando, avrei voluto dirgli: “ma chi ci voleva entrare”. Mi sono trovato immerso nel fango fino alla pancia nel giro di qualche secondo e poi ho iniziato a sentirmi tirare giù sempre di più. Quando il mio amico ha iniziato a connettere il fatto che io non è che ci fossi entrato per divertimento, in quelle sabbie mobili, e stava iniziando a pensare come fare qualche cosa di concreto per tirarmi fuori, mi sono accorto che non ero proprio al centro di questa sorta di fossa e che la sabbia giusto vicino a me era abbastanza consistente. Allora mi sono appoggiato sulla sabbia dura e sono riuscito a tirarmi fuori da solo, come quando esci da una piscina senza usare la scaletta ma appoggiandoti al bordo e con qualche cosa che ti avvolge che non è acqua e proprio non vorrebbe saperne di lasciarti andare. Il movimento è stato proprio quello, mi sono messo in ginocchio sul bordo e poi mi sono alzato in piedi. Ho guardato quella fanghiglia immonda che mi voleva inghiottire mentre diventava nuovamente un pezzo di spiaggia e m’è venuto naturale e liberatorio mostrarle dove mio nonno portava l’ombrello.
Allontanandomi, un angolano, mi ha detto: “non devi passare da lì! E’ una zona pericolosa!”. Avrei voluto dirgli che potevano metterci un cartello ma mi sono astenuto, ho pensato alle bidonville senza luce ed acqua e mi sono detto: “e tu a questi vorresti far mettere un cartello?”.
Comunque è stato bello. Quanti dei miei 749 amici hanno mai vissuto quest’esperienza? Io si, tiè! E come dice il saggio: “un esperienza è sempre positiva, che sia bella o che sia brutta, semplicemente perché è un esperienza”.
La festa di Natale di Eni Angola
Oggi c’è stata la festa di Natale di eni Angola. Eravamo in tanti, non tutti, ma tanti. E’ stato bello ma è stato anche “strano”. Vivi cantando bianco Natale per 54 anni, t’insegnano che Babbo Natale viene dal Polo Nord ed ha la slitta, che Gesù lo scaldarono il bue e l’asinello, e metti i cristalli di neve sull’albero di Natale e la neve artificiale sul presepe e poi ti trovi a dire Buon Natale mentre il caldo dell’estate australe incalza e la mente va più alle bombe alla crema della tua Terracina estiva piuttosto che alle nevi delle dolomiti. Che strano. Che strano sudare per un clima estivo mentre il tuo mondo, la tua vita, sai che sta al freddo. Il mondo alla rovescia. Stasera c’era tanta umidità, la tipica afa estiva e noi abbiamo sudato, tanto.
Devo andare a comprare l’albero di Natale, sarà un abete, chiaramente finto, perché qui c’è tanto verde ma l’abete proprio non cresce. Anche questa è un’esperienza, anche questa è una di quelle cose che ti fanno amare questa meravigliosa, variegata, entusiasmante cosa che è la vita. Grazie sorte che mi hai riservato queste cose.
Un viaggio a Soyo
Sono andato a Soyo in auto. 431 km la maggior parte dei quali su pista sterrata. Un’esperienza indimenticabile e meravigliosa. Ho viaggiato in una nuvola di farfalle che avvolgeva la macchina, sono stato in una foresta dove il verde era addirittura accecante, ho visto piante mai viste prima e persone che vivono in capanne di fango e rami d’albero e non hanno luce, acqua corrente e tutte quelle comodità alle quali siamo abituati. Ho visto che sorridevano e riuscivano ad essere felici in una condizione che a noi ci sembrerebbe insopportabile. Ho visto bambini entusiasmarsi quando si sono accorti che li fotografavo e che mi hanno circondato toccandomi come se fossi un extraterrestre e che continuavano a ridere ed a mostrare lo loro felicità per la visita inattesa. Ho fatto benzina ad un distributore, con tanto di insegna, con il benzinaio che mi riempiva il serbatoio con un boccione da 5 litri che gli manteneva in alto un ragazzino alto un cacio mentre lui la travasava, senza una pompa a mano od elettrica che fosse, ma semplicemente con il vecchio metodo di succhiarla da un tubo di gomma. Ho visto un fiume che sembrava il mare, il fiume Congo e massi in equilibrio su altri massi e mi sono chiesto come fosse possibile restassero in un equilibrio così precario. In tutta questa meraviglia ho visto anche tante cose meno belle, discariche a cielo aperto, sacchetti di plastica che incorniciano ogni metro di strada, gente che getta lattine, bottiglie di vetro e ed altro dai finestrini di autobus stracolmi che viaggiano a velocità impossibili su sterrati che farebbero paura anche al migliore pilota di rally. Ma tutto il brutto che ho visto non potrà mai superare la bellezza di tutto il resto. Lo rifarò e farò più foto.
Alla Scuola Internazionale di Luanda
Oggi sono stato alla Scuola Internazionale di Luanda, un esperienza indimenticabile! C’erano gli stand di tutti i Paesi che hanno bambini o ragazzi alla Scuola, una cosa meravigliosa. Ambiente festoso, bambini che giocavano e correvano tra gli stand, mamme indaffarate a cucinare le specialità dei propri luoghi d’origine. Tutti fieri dei proprio Paesi e tutti amici a festeggiare. Ognuno ha messo qualcosa che richiamasse la propria Patria, io non avendo null’altro ho messo la maglietta dell’Accademia Romana Kendo…che ha avuto molto successo! C’era veramente tutto il mondo, e la cosa più bella è stata vedere gli stand di Iran ed Israele vicini, a fianco l’uno dell’altro e pensare che bambini iraniani vanno a scuola con bambini israeliani e con essi giocano e studiano è veramente significativo, dove la politica non arriva, arriva la cultura ed il lavoro dei genitori. Ho pensato: beati questi bambini e questi ragazzi che possono vivere questa esperienza, speriamo che negli altri paesi dove ci sono Scuole Internazionali possa, come qui, spargersi questo modo di vivere e di intendere la vita, speriamo che questo aspetto della globalizzazione serva ad abbattere le rimanenti barriere che ancora dividono il mondo e che non hanno costruito nè i bambini nè le loro famiglie.







Devi effettuare l'accesso per postare un commento.