Tornare a scrivere…della felicità che cambia

Torno a scrivere. E’ da agosto dell’anno scorso che non scrivo più sul mio blog, mi sono tenuto dentro sensazioni e pensieri sempre repressi, inespressi, rabbiosamente e dolorosamente. Non ho più scritto perché ad agosto ancora speravo di salvare la cosa alla quale tenevo di più e perché quello che scrivevo veniva letto come la divulgazione di cose che dovevano restare nell’intimità di due persone assumendo la forma della provocazione e dell’offesa. Nella speranza, quindi, che il non scrivere potesse lenire questi “fastidi” e queste presunte invasioni dell’intimità di una situazione non ho più scritto. Oggi mi dispiace non averlo fatto perché lo scrivere è per me strumento di liberazione e di sfogo, e ci ho rinunciato “per salvare” qualcosa che alla fine non ho salvato e, cosa importante per me, non ho più scritto soffrendo per non averlo fatto e per non aver “condiviso” quello che sentivo con questo essere informe e virtuale che è la rete. Non è che la rete ti dia la sensazione che qualcuno ti ascolti, forse non ti considera proprio nessuno o magari pochissimi, ma ti sfoghi, lanci il tuo urlo, che sia di dolore o di gioia, in questa bolgia informe ed indistinta di “click”. L’ho fatto, ripeto, per tentare di salvare qualcosa che invece era morto, come in quell’articolo di quasi un anno fa, “morire e resuscitare”. Un aspetto comico della vicenda è che per rianimarlo…l’ho finito di ammazzare. Ho anche vissuto un paradosso: ho pianto, ho sofferto, ho urlato la mia rabbia, ho celebrato, da solo, il funerale di qualcosa a cui tenevo da morirne ed in una sorta di schizofrenico comportamento, quando mi è stato detto ciò che per altri versi dicevo anch’io, mi sono sentito annichilito invece che soddisfatto che altri fossero addivenuti alle mie stesse conclusioni prendendo la decisioni che io non ho mai voluto prendere.

Ma  c’è un aspetto positivo in tutto questo, posso riprendere a scrivere liberamente. E secondo voi come torno a scrivere? Torno a scrivere della felicità perduta, o meglio della felicità che cambia. Sempre qualcosa di crepuscolare? Sempre qualcosa con un sentire negativo alle spalle? Ma no, questa volta no, è solo l’esplorazione di un cambiamento che ognuno di noi ha nel sentire un qualcosa di bello quale è la felicità. Può sembrare una evoluzione od una involuzione ma per me non è né l’una né l’altra cosa. E’ soltanto un cambiamento. E’ uno degli argomenti che mi tenevo dentro e che ha assunto toni, a momenti, da depressione ma che adesso affronto con più pacatezza e senza toni melodrammatici.

Mi chiedono spesso, in questi ultimi tempi, quando mi vedono sorridere, o se sono allegro, se sono felice. E’ una domanda che mi infastidisce notevolmente. Il perché? Perché non so mai che significato annetta alla parola felicità il mio interlocutore. Cosa intendi per felicità amico mio? Io alla parola dò un certo significato e quindi mi è difficile risponderti perché a sentirmi parlare tu mi potresti ritenere, a torto, infelice mentre sarei ugualmente bugiardo se ti dicessi che sono felice. Se ho conosciuto la felicità? Beh sì, l’ho conosciuta ma, proprio perché l’ho conosciuta, so che ormai è impossibile ritrovare quella felicità. La felicità è la declinazione di una gioia senza limiti, senza pensieri, senza problemi, la felicità è uno stato del corpo e dell’anima di estrema leggerezza, quando si è felici non si pensa ma, principalmente, non si ha nulla di cui preoccuparsi. E’ una cosa per ragazzi insomma, per i giovani in senso anagrafico, per quelli ai quali la vita non ha ancora sedimentato tutti quei fatti e circostanze che appesantiscono l’esistenza e, quindi, t’impediscono di essere felice in quella precisa maniera.

Al liceo, una volta, con degli amici, teorizzammo la “spallosofia” (il mio Mac non conosce questa parola…l’aggiungerò al vocabolario) ovvero la filosofia dello spallo, in altre parole la coniugazione del teorema secondo il quale: “l’uomo ha sempre un buon motivo per non essere totalmente felice”. La teoria si basava sulla esistenza di una unità di misura dello “spallo” ossia del buon motivo per non essere veramente felice e sul fatto che l’essere umano più felice “vivesse” sempre ad almeno 4 o 5 spalli. C’erano poi dei “punti cardinali” situati, scientificamente, su di un solido di rotazione chiamato toro (il toro è la classica ciambella salvagente). Me ne ricordo tre: il punto Perrone, il punto del naufrago, ed il punto Hitler.

Il primo era lo “spallo” (ovvero l’infelicità) che raggiungeva questo ragazzo che si chiamava Perrone nel momento in cui ritrovava in un interstizio dell’aula di scherma un bottone che aveva perso 4 anni prima. E’ d’uopo spiegare chi fosse questo Perrone e le circostanze che lo rendevano un punto cardinale. Io ho frequentato la Scuola Militare di Napoli, la “Nunziatella”. Ai miei tempi (oggi non più) chi frequentava il Liceo Scientifico trascorreva quattro anni tra le mura della Scuola Militare, chi frequentava il Liceo Classico ne trascorreva tre. Poiché il Regolamento della Scuola consentiva la ripetizione di un singolo anno in caso d’insuccesso scolastico, l’Allievo del Liceo Scientifico che perdeva un anno alla fine ne trascorreva cinque alla Scuola. Un personaggio del genere, per tutti gli altri allievi,  era una sorta di essere mitologico. Noi avemmo la ventura di conoscere un siffatto personaggio, questo Perrone, e ci immaginammo il suo scoramento nel momento che prima vi ho descritto.

Il secondo punto cardinale che ricordo era quello del naufrago. Immaginammo un naufrago abbandonato su di un isola in un oceano. Lo immaginammo ormai al collasso psicologico per la solitudine e le avversità, lo immaginammo che ad un tratto, mentre si trovava sull’orlo di una buca da lui stesso scavata per raccogliere l’acqua piovana, scorgeva una nave che transitava nei pressi dell’isola. Immaginammo la sua gioia e le frenetiche azioni che pose in essere per essere scorto e salvato. Immaginammo, ridendo, la nave che si fermava, il calare di una scialuppa, l’avvicinarsi della scialuppa e la gioia del naufrago che si trasformava in emozione, un emozione tanto grande che gli toglieva il respiro e lo faceva cadere nella buca svenuto e ricoperto dalle foglie e dalla vegetazione che in essa era cresciuta. Immaginammo la scialuppa che giungeva a riva, i marinai che scendevano dalla scialuppa e che gettavano gli scarti alimentari della nave nella buca. Per finire immaginammo lo scoramento del naufrago che rinvenendo, vedeva la nave allontanarsi ricoperto dalla “monnezza” della nave.

Il terzo punto era il punto Hitler. Il punto Hitler si trovava al limite massimo degli spalli sopportabili definiti in 199 spalli. Al duecentesimo c’era il suicidio. Ebbene il punto Hitler era lo “spallo” che avrebbe potuto provare Hitler quando, nel maggio del 1945, mezzo morto tra le macerie della cancelleria, si fosse visto arrivare un soldato americano, negro e con una catenina con la stella di David al collo che gli si fosse rivolto chiedendogli: “Would you like a chewing-gum?”

Notate come la spallosofia sia “rotante”, ovvero come il duecentesimo spallo sia di fatto confinante con lo spallo zero, ovvero con la felicità. Le nostre menti adolescenziali avevano teorizzato, forse inconsapevolmente, un aspetto che oggi mi appare con chiarezza: il dolore estremo e la felicità sono confinanti, quasi si toccano, come se il nostro corpo e la nostra mente martoriata dicessero ad un certo punto: “Ehi vita, cos’altro vuoi propinarmi? Ormai mi hai fatto provare di tutto, colpisci pure, tanto il dolore non lo sento più” e la vita senza dolore non è, se vogliamo, una vita felice?

E mi appare così anche un’altra verità: che quella felicità, quella che ho descritto all’inizio, non è una cosa da adulti. Non perché non ci capiti di definirci, in età adulta, felici, ma perché questa felicità non è la stessa, non può essere la stessa. Per capirci: hai una donna che ti ama? Dei figli bellissimi e bravissimi che non ti danno nessuna preoccupazione? Hai abbastanza denaro per vivere senza alcun pensiero? Bene probabilmente dirai che sei felice ma c’è sempre qualcosa, quando gli anni si accumulano, che può indurti un minimo di tristezza: la perdita di una persona cara, un amore che finisce, qualcosa insomma che, sedimentandosi nel tempo, ti priva di quella spensieratezza tipica dell’età giovanile che non puoi più ritrovare. E questo non è un male, non è una involuzione è solo un cambiamento. La felicità diventa serenità. Quando sei sereno, veramente sereno, è un po’ come quando sei felice solo che la felicità assume dei toni di compostezza, di serafica calma che contrastano con l’entusiasmo di vivere certe emozioni in età giovanile. Con il tempo ci si spegne “serenamente”, ci si procura la pensione per vivere la vecchiaia “serenamente”, se sei fortunato la gente quando sei anziano ti addita come un nonno “sereno” o come un “sereno” vecchietto.

Avete mai sentito di una persona che si è spenta “felicemente”?

Oggi non ho divulgato nessuna scoperta, ho solo condiviso una presa di coscienza, un qualcosa che è nel nostro DNA, che ci portiamo dentro senza saperlo ma che a volte ci dimentichiamo che esiste cercando una felicità che, invece, è definitivamente perduta. Oggi ho preso atto del fatto che: “la felicità, quella senza alcun velo, senza pensieri, è una cosa per ragazzi, per noi adulti la felicità cambia il suo nome in serenità”.

Essere giovani, sentirsi giovani, sembrare giovani 

Giovinezza, sinonimo di freschezza (fa anche rima), un qualcosa che è stato fatto da poco. C’è il vino giovane, quello che è appena uscito dal processo di trasformazione del mosto, c’è il formaggio giovane, come il bitto, che è giovane quando è appena prodotto ed arriva anche a 10 anni d’invecchiamento. Ma l’essere umano quand’è veramente giovane? Quando finisce la gioventù ed inizia la vecchiaia?Qual’è il confine tra queste due condizioni? Se si muore a 60 anni si dice che uno è morto giovane ma ai tempi dei romani arrivare a 40 era una scommessa. Un sedicenne vede un ventenne come un uomo maturo, ma un cinquantenne vede ambedue come infanti.

E’ davvero difficile dire quando una persona è “oggettivamente” giovane. Definirne le caratteristiche, le particolarità, non è facile. Uno giovane deve essere immaturo? Ma un quarantenne è giovane? O no? Se tralasciamo l’aspetto puramente biologico, per cui la “gioventù” la possiamo far terminare al verificarsi di un dato fenomeno, per esempio la meno pausa nelle donne, non esiste un dato oggettivo che possa definire univocamente il concetto di gioventù.

Ed allora, in verità, la giovinezza non è più uno stato fisico ma si trasforma in uno stato mentale. Allora puoi trovare un giovane anche in un novantenne perché non saranno le sue stanche membra e non sarà la sua pelle avvizzita a dirci che non è più giovane ma sarà il suo spirito ed il suo stato vitale. Gioventù è entusiasmo, è voglia di progettare, è voglia di crescere ancora. Gioventù è capacità di amare, è voglia di cercare. Gioventù è non arrendersi, è voglia di lottare, è voglia di conoscere. Se la mattina, guardandovi allo specchio mentre compite le vostre rituali abluzioni, vedete in quello specchio un soggetto che ha queste caratteristiche vedrete in questi il quattordicenne che eravate o, se più vi aggrada, il diciottenne. In una stupenda continuità apprezzerete, a dispetto del vostro aspetto, un germoglio e non un fiore avvizzito.

Va da sè che l’opposto di quell’indicativo e non esaustivo elenco di condizioni che vi ho citato è, invece, sinonimo di vecchiaia e quando nulla al mondo potrà solleticare la vostra mente, vorrà dire che la vostra vita è finita e non avrete altro da fare se non completare il vostro patrimonio di conoscenza andando ad esplorare cosa c’è dopo che avremo chiuso gli occhi per sempre.

Dobbiamo “sentirci giovani” per vivere bene, non è necessario “essere giovani” biologicamente.

Quando però l’aspetto esteriore per voi conta di più del resto, se vi entusiasmate se qualcuno vi dice che dimostrate dieci o quindici anni di meno, se pensate che i sentimenti siano confinati in un ristretto lasso di tempo, se cercate di scimmiottare i ragazzi che sono in età puberale mentre voi siete ormai delle persone fisiologicamente più che mature, se non sapete vivere come figli del vostro tempo e tentate di farvi passare come figli del presente, se ritenete di non aver più nulla da imparare nella vita e vi sentite una spanna sopra gli altri in ogni circostanza, se non avete più voglia di lottare e gli eventi negativi sono solo un buon motivo per arrendervi, non illudetevi, potete sembrare giovani ma in realtà siete solo una grottesca rappresentazione di un qualcosa che non è ma vorrebbe essere. Siete solo una persona che non supera i limiti del tempo accettando il suo di tempo ma cerca un impossibile ricollocazione in un tempo che non è il suo.

La vita, quando è vissuta come sarebbe giusto viverla, è armonia, non stona, non è pacchiana, non è eccessiva. Sembrare giovani è la peggiore delle iatture, prima o poi il velo di falsità che “fa sembrare” cadrà e la realtà sarà talmente stridente, violenta e spietata che sarà difficile potersi “sentire giovani”.

L’essenza della vita

Stasera stavo cenando con un mio amico, un amico quarantennale, quando, ad un tratto, mi dice: “Francesco, leggo i tuoi articoli sul blog, ma sono crepuscolari, traspare tanta tristezza. Perché? Smettila, non essere triste, nulla vale la tua felicità, tu proprio tu che sei stato sempre una persona allegra”. Le sue parole mi hanno molto colpito e, come al solito, ci ho pensato su. E pensando, ho sì capito che non dovrei essere triste, che non dovrei scrivere cose crepuscolari, che non dovrei o dovrei fare questo o quest’altro…ma non posso. Perché, purtroppo, io ho smarrito la mia essenza.

Lo sapete che quando si produce un profumo nel cocktail di sostanze c’è soltanto una piccolissima quantità di quella che chiamano “la fragranza” ovvero l’essenza del profumo?

Senza quella piccolissima quantità di fragranza quel cocktail non sa di nulla. E’ come se fosse acqua. Inodore, insapore. La vita di una persona è così, ha bisogno di quella piccolissima quantità di essenza per profumare, altrimenti puoi avere tutto: denaro, carriera, stima, ma se ti manca l’essenza non hai nulla. Sempre quell’amico mi ha fatto riflettere, questa volta inconsapevolmente, poco prima di cena quando mi ha raccontato un episodio della sua vita che definisce nella sua pienezza il valore ed il significato di questa essenza. Doveva decidere se andare per qualche anno, per lavoro, in un luogo non proprio gradevole, un luogo dove gli si prospettava una vita privata non esattamente piacevole. Non andarci poteva significare perdere una importante occasione di carriera, ma prima di insistere su quella destinazione pensò di chiederlo alla sua compagna, a sua moglie. Quando ella gli rispose: “si, vengo con te”, solo allora affrontò il suo capo ottenendo quella destinazione, da altri più pavidi rifiutata, dando una importante svolta alla sua carriera. La cosa che mi ha colpito di più è stato sentirgli dire: “quando mia moglie mi ha detto si, mi sono sentito forte come non mai”. Ecco questa è l’essenza della vita. Questa è quella cosa che le da sapore e profumo. Avere una persona vicino la cui presenza ti rende più forte e magari ti rende anche migliore.

L’essenza della vita è ricevere una carezza quando meno te lo aspetti, è ricevere un bacio la mattina quando ti svegli, e la notte prima di andare a dormire. E’ condividere, essere complici, credere l’uno nell’altro, completarsi in maniera che si realizzi quella parola che noi utilizziamo con tanta leggerezza ma che nasconde nella sua radice un significato profondo e che viene da lontano perché già dai tempi dei romani veniva utilizzato: “coniugo”, essere coniugi, coniugati, insomma sposati. Perché la parola coniugati ha un significato diverso dal semplice essere uniti, vuol dire in realtà essere due in corpo solo.

Vedete, è un qualche cosa di non paragonabile a null’altro. L’amore dei genitori, dei familiari, degli stessi figli non sono la stessa cosa e sapete perché? Perché solo la vostra compagna, quella persona estranea che avete conosciuto nelle circostanze più strane, nella quale non scorre il vostro stesso sangue, indipendentemente dalla esistenza della formalizzazione del vincolo, può definirsi un corpo solo con voi. Nessun altro.

Non è una questione qualitativa, è solo una condizione, importante, ma solo una condizione. Per i figli potresti morire, potresti morire anche per un amico ma quello che provi per la persona che ami è un’altra cosa. E’ un miracolo che si rinnova ogni volta nella gioia immotivata dello stare insieme, nella stima che si nutre, nel bisogno delle parole e del corpo dell’altro, di un altro che non essendoti figlio o sorella non ha nessun motivo apparentemente valido per amarti.

In fin dei conti è solo un milligrammo di presenza, una sola persona nel turbinio di conoscenze che facciamo nella vita, non ci vivi tutto il giorno perché lavori la maggior parte di esso, spesso lavori anche lontano e non la vedi per settimane e mesi, ma se non c’è la tua vita è insapore ed inodore. E’ insulsa. Come un profumo senza l’aggiunta di quel milligrammo di fragranza.

Io la conosco bene quella sensazione e proprio per questo la auguro a chiunque.

Eutanasia

Negli ultimi tempi la pubblica opinione e la politica si sono interrogati sulla legittimità morale dell’eutanasia e sulla legittimità di interrompere le cure o il mantenimento medico in vita di persone non coscienti o comunque non autosufficienti. In tutti i casi le ragioni di chi vuole porre fine alla vita di un altro si basano sulla volontà d’interrompere le sue sofferenze.

Io ora non voglio indagare se questo sia giusto o meno ma mi pongo una domanda: chi giustifica l’eutanasia lo fa pensando esclusivamente alle sofferenze fisiche. Perché nessuno pensa alle sofferenze psicologiche? Perché il male dell’anima non ha la stessa dignità del male fisico? Avete mai provato a sentire un macigno che vi opprime la mente, il senso d’impotenza nei confronti di un evento drammatico che non si può evitare? Vi siete mai alzati dal letto con la testa che vi scoppia perché la notte è stata drammaticamente agitata? Avete mai perso l’appetito, la voglia di ridere, di stare in compagnia, di ascoltare un amico che ti parla dei suoi problemi? Vi siete mai sorpresi a piangere senza una ragione apparente e la voglia di distruggere tutto ciò che vi sta intorno? Avete mai dovuto fingere di stare bene, magari fingere di essere anche allegri per non turbare chi vi sta intorno? Vi siete mai trovati ad essere rimproverati ed essere giudicati “pesanti” perché non riuscite a porre fine al vostro dolore psicologico e sentire, per questo, il dolore aumentare e non diminuire per il senso di colpa che si accoda comodamente dietro gli altri malesseri?

Quando senti queste cose l’unico desiderio che ti prende è quello di trovare pace, di non sentire più tutti quei dolori per di più tutti insieme, quei dolori che non puoi seppellire come quando ti muore una persona cara perchè vivono con te, ormai fanno parte di te.

Ed allora mi chiedo se non sia un atto di coraggio quello di sparire di scena, se non sia una vera ingiustizia quella di essere tacciati di vigliaccheria per il fatto di non essere rimasti a soffrire. Non a combattere, ma solo a soffrire, perché contro certi fantasmi non puoi combattere. O accetti di conviverci o sparisci insieme a loro. 

In ogni cosa c’è una doppia lettura. Ed io lo so bene. Nella percezione che hai di te stesso ti senti una cosa importante e per molto tempo vivi con questa convinzione. Poi scopri che per altri, nello stesso periodo, sei stato invece un immaturo egoista anche un po’ farabutto. Allora perché dobbiamo leggere l’atto di “levare il disturbo” soltanto in un senso negativo che spazia da quello tipicamente religioso dell’offesa a Dio che ti ha donato il bene della vita a quello più laico della vigliaccheria, della fuga da un qualche cosa?

Nella cultura orientale, scevra dai sensi di colpa indotti dalle religioni confessionali, l’auto eliminazione è una cosa accettata, specialmente se in nome dell’onore. Penso ai giapponesi, al harakiri, ai kamikaze. Gente che s’immola non per andare in un Paradiso popolato di vergini e con fiumi dove scorre latte (chissà poi perché il latte), ma che crede che la nostra presenza su questo pianeta sia ripetitiva e tendente a perfezionarsi ogni volta di più.

Mi chiedo se a volte il porre fine alla propria esistenza non sia assimilabile ad una sorta di eutanasia, compiuta per non soffrire più. Mi domando se anticipare l’uscita di scena non ci permetta, in fin dei conti, di resettare l’orologio delle esistenze per ricominciare, magari con più fortuna.

Esattamente con le stesse motivazioni di un malato terminale.

Per non farci travolgere…ti sei fatta allontanare dalle onde

“Per non farci travolgere” così spiegò l’arcano motivo per il quale aveva scelto di confidare a due amiche che frequentava da poco tempo le sue più compromettenti confidenze piuttosto che alle sue amiche di trentennale conoscenza. La rivelazione lasciò interdetto il compagno che non riusciva a capire quali legami potessero essere fulmineamente nati tra la compagna e le sue nuove amiche, tanto forti da surclassare quelli nati trent’anni addietro e approfonditisi nel tempo. Cercò in tutte le maniere di esplorare la mente della donna, si ripetè a mente, a mò di mantra, le parole che aveva sentito e si chiese a più riprese se fosse un trattamento più offensivo quello riservato alle vecchie amiche, indegne di ricevere scomode confidenze o quello riservato alle nuove, usate come un vomitatoio  di altrimenti inconfessabili pensieri.

Una scelta diversa in ambito amicale è plausibile, ma il mantenere in contemporanea due cerchie, come direbbero in Google, non in contatto tra loro, di persone di estrazione, di educazione e di esperienze diverse era come crearsi due mondi saltellando tra di loro alla bisogna. Due universi paralleli per poter avere due vite parallele. Una cerchia degli amici di sempre nella quale vivere la vita ufficiale da brava moglie e madre, una cerchia delle amiche più recenti nella quale vivere una vita trasgressiva e clandestina. E dei due universi, una sola poteva definirsi la stella principale. Lei era la cassaforte delle confidenze più delicate e particolari. Era l’amica perfetta. Sempre prodiga di complimenti, ai limiti dell’adulazione, le portava l’autostima alle stelle. Per l’amica lei era la più bella, quella per la quale il tempo non passava mai, era la più brava sul lavoro, la più bistrattata dalle colleghe incompetenti, la più eroica nel sopportare le soverchierie del compagno del quale parlava senza conoscerlo se non per le descrizioni e le indiscrezioni ricevute da lei. Un’amica perfetta alla quale faceva da corollario l’altra. Spregiudicata, indipendente, elegante, senza troppi scrupoli, disincantata, aveva il compito di incoraggiarla a trasgredire, a godersi la vita perché, si sa, gli uomini sono tutti traditori, egoisti, falsi ed egocentrici e si meritano tutti i mali. E così questo “cerchio magico” soddisfava tutti i desideri di attenzione e di considerazione che lei si aspettava dalla vita e riteneva di non aver ricevuto.

E le amiche dell’altro cerchio? Perché dopo tanti anni dovevano restare fuori dalle confidenze più delicate di lei? Probabilmente era molto importante l’aspetto formale, quello era il palcoscenico della “vita ufficiale”, non potevano essere coinvolte nelle polemiche di coppia. Come avrebbero potuto ben accogliere il compagno se avessero saputo delle cattiverie delle quali lei riteneva di essere vittima? E poi c’era un problema oggettivo: loro lo conoscevano da sempre e sarebbe stato difficile essere convincenti sulle sue presunte nefandezze.

E così si spiegò l’arcano. La conservazione della “facciata”, la difficoltà di fornire una raffigurazione dei comportamenti del compagno tale da ingenerare la quantità e la qualità di disprezzo verso di lui che lei aveva bisogno di condividere, non le consentivano quella condivisione e così si formò quella strana idea del “…per non travolgere tutto…”. Era nata la migliore scusa per ammantare con qualcosa di nobile un banale bisogno di trasgressione.

Io non ho mai avuto diverse cerchie di amicizie. Ho i miei amici, e con i più cari di essi mi scambio ogni genere di confidenza. E l’amico caro conosce la mia famiglia ed il mio mondo e mi modera, se io esagero, esalta la mia compagna, se io la disprezzo, perché il mio amico mi vuole bene e vuole bene anche alla mia compagna. 

Avere più cerchie è pericoloso la seconda non ti travolge ma ti allontana, fino a farti perdere.

Coincidenze. Quando un 1 prende il posto di un 8.

Stanotte vi voglio raccontare una storia allegra. Una cosa che mi è capitata nella serata e che ha del fantastico, del surreale.

Prima di procedere nel racconto, però, vi devo presentare i protagonisti del passato che si intersecheranno in quelli del presente e che popolano i ricordi di Francesco, cioè i ricordi di chi scrive che è poi il protagonista di questa storia.

C’è Marianna, un’incantevole ragazza che fece battere forte il cuore di Francesco senza nemmeno saperlo. Poi c’è Maria Teresa, cugina per legge e sorella per cuore di Francesco e grande amica di Marianna. Poi c’è Fabiana, Avvocato, nipote del marito della sorella di Francesco e che Francesco conosce da quando è nata. Infine c’è un evento, accaduto nella giornata di sabato, che condizionerà un po’ questa vicenda: la consegna a Francesco, da parte di Maria Teresa, della sentenza di un Tribunale con la richiesta di darle un’occhiata ed esprimere un parere.

Adesso che conoscete i personaggi procediamo con la storia.

Stavo viaggiando tranquillamente da Roma in direzione di Milano, mentre un crepuscolo estivo dai colori stupendi rapiva il mio sguardo donando un po’ di pace al mio animo rattristato da mille pensieri non esattamente allegri. Ad un certo punto sento squillare il telefono e mi compare un numero a me sconosciuto. Rispondo, e dall’altro lato sento una voce di donna, un tantino concitata, che mi approccia dicendomi: “ciao Francesco, sono Marianna, mi ha dato il tuo numero Fabiana, scusa se ti disturbo, ma mi potresti mandare la sentenza che mi serve urgentemente?” Una scarica di adrenalina mi scuote. Marianna, colei che popolava i miei sogni adolescenziali mi chiama su indicazione di Fabiana per chiedermi la sentenza? Lei chiama proprio me? E perché non chiama direttamente la sua amica Maria Teresa? Forse perché Maria Teresa è impossibilitata a provvedere direttamente? In pochi attimi qualche dubbio mi viene: che c’entra Fabiana con la sentenza che mi ha dato Maria Teresa? Sono tutti nomi conosciuti da me, ad ognuno di essi so dare un volto, so dare un volto anche alla sentenza, ma mi sembra tutto così strano! Non voglio fare una figuraccia con Marianna per cui esito un momento e poi, timidamente, chiedo: “Scusa ma con quale Francesco credi di parlare?” Una frase che, spero, mi consenta di recuperare una eventuale brutta figura per non aver riconosciuto la bella Marianna.

A questo punto la mia interlocutrice  abbassando il tono della voce mi chiede: “non sei Francesco Santoro?” “No” le rispondo, “sono Francesco Capone”. Vi dirò che un moto di delusione mi prende ma subito l’ottima Marianna si sprofonda in un mare di scuse che mi inteneriscono e non mi fanno pensare alla mancata occasione di ricevere una telefonata dalla Marianna dei miei sogni.

Un mare di coincidenze che mi hanno regalato degli attimi di autentica soddisfazione e che, messi insieme nella situazione reale, mi hanno divertito tantissimo.

Io credo che un numero di coincidenze così grande sia imputabile solo al mio “karma” che voleva conoscessi il simpatico Avvocato che mi ha telefonato e con il quale, dopo una lunga chiacchierata post coincidenze, mi andrò a prendere un caffè nei prossimi giorni. Così, giusto per dare un volto a questa seconda Marianna.

Il combaciare di tante coincidenze in un solo evento non accade nemmeno nel Superenalotto! E chissà che io non abbia vinto, stasera, un Superenalotto con un premio umano invece di quello in denaro. Perché trovare un buon amico sulla tua strada è come vincere al Superenalotto e chissà, forse è anche meglio. 

E tutto ciò perché, nel comporre il prefisso telefonico, un 1 prese il posto di un 8!

Che forte che è la vita e quante stupende sorprese ti riserva!

Ritrovarsi…solo

E così, un giorno, per non venir sopraffatto da una marea di livore per la colpa di aver compiuto scelte, che a lui sembravano coraggiose e sfidanti mentre ad altri parevano temerarie e pericolose, si ritrovò a passeggiare su di un colle, alle dieci della sera, dal quale guardava il mare in lontananza solo, in compagnia di un gatto randagio, che si chiedeva cosa ci facesse lì, in quel borgo dimenticato dalla massa ma di una bellezza incomparabile, quel signore in giacca  e cravatta e di due ragazzi che si divertivano a fare foto con poca luce per provare a produrre opere d’arte delle quali discutevano con tenera animosità.

Pensava e ripensava agli avvenimenti della giornata, pensava al cambio radicale di vita che si stava stagliando all’orizzonte, alle difficoltà ed all’ennesima battaglia che si accingeva a combattere ma, su tutto, pensava e gli pesava, la sua solitudine emersa in tutta la sua tragicità quando si rese conto dell’inutilità di un rapporto che, giorno dopo giorno, gli sembrava sempre più logoro. Logorato dalle incomprensioni, dall’astio, dalla voglia di vendetta di torti presunti e torti reali, dalla disaffezione, dalla repulsione e sopratutto dalla tristezza. Dall’assenza di gioia, della gioia di sentirsi, di condividere le cose belle e brutte della vita, della gioia dello stare insieme, annegato com’era in quel liquame di negatività.

La solitudine emerse nel momento in cui si accingeva a fare la sua solita telefonata serale, che affrontava ogni volta pregando di trovarla in uno dei suoi rari momenti di affettuosa partecipazione e non nel suo solito stato di infastidita sopportazione del rituale serale.

Stava per chiamare, aveva il telefono in mano, quando si accorse che aveva un’ansia montante per il timore della reazione. Non aveva nulla da rimproverarsi ma sapeva che, comunque, sarebbe stato scovato nel racconto dei fatti un valido motivo per tacciarlo di qualche nefandezza o responsabilità di quello che stava accadendo.

Una vacanza organizzata approfittando di un momento professionale era diventata una prigionia con tanto di carceriere. Un atto d’amore era diventato un sacrificio rituale, mentre la negazione di un atto d’amore un pericolo scampato. Una cena era diventata una noia nella quale, per fortuna, non le si poteva leggere nel pensiero. Le risorse utilizzate per realizzare la vacanza un mezzo per comprarla. Un regalo un po’ più costoso del solito, non un gesto di amorevole generosità, ma solo il giusto risarcimento per i danni subiti in tanti anni. Un patito furto era diventato un complotto ordito ai suoi danni. Una partenza per un luogo lontano, vissuta con i crampi allo stomaco per il dolore del distacco, era diventato un momento di liberazione da festeggiare. Un viaggio di lavoro in Sicilia, il momento giusto per sperare di definitivamente liberarsene contando sulla pericolosità delle strade siciliane.

No, disse, non ce la faccio, sto già male così da solo, se aggiungo anche il dolore che mi provocherà la sua reazione non avrò neanche la forza e la voglia di riprendere a combattere. E subito dopo si trovò a fare un bilancio: cosa c’è in questo rapporto che la unisce a me? Cosa lei sente per me? La passione? No. L’amore? No. La voglia di stare insieme? No. Se ci tolgo pure il sostegno nel momento del bisogno cosa ci rimane? Nulla. Ed il nulla cos’è? La morte.

E che si celebri questo funerale allora!

E così posò il telefono e non chiamò. Non chiamò ma paradossalmente ancora sperò. Sperò che il tempo trascorso, che la ritrovata unione, che la sua silenziosa accettazione dell’azotata freddezza potesse aver smosso un po’ di quel liquame che ricopriva gli antichi sentimenti ed attese. Attese che un segnale di un sia pur minimo calore potesse giungere attraverso quel cavolo di telefono che, intanto, si rigirava nervosamente tra le mani. E per cinque giorni se lo rigirò, aspettando che qualcosa giungesse su quel telefono. Quante volte aveva risposto a delle chiamate, su quel telefono, con il cuore che gli batteva forte vedendo il suo nome comparire sullo schermo e quante volte aveva chiuso la telefonata con gli occhi lucidi perché il motivo di quella chiamata era sempre lo stesso: c’è da pagare una multa, è arrivata una bolletta, ci sono da pagare le tasse universitarie, bisogna chiamare qualcuno per fare aggiustare la televisione o il ferro da stiro, è arrivata una cartella esattoriale perché tu, infame, non hai pagato qualcosa. Mai una chiamata per sapere come stava, per dirgli mi manchi, per parlare dei suoi successi o delle sue delusioni. Ma questo, affermava lei, era il vero cemento della loro unione: non l’amore ma i problemi quotidiani, perché loro erano persone serie che non si dilungavano in inutili smancerie e si confrontavano su cose concrete perché dovevano costruire, non so cosa, e costruendo quel qualcosa distruggevano la loro vita insieme.

Il quinto giorno, finalmente, il telefono trillò. Un messaggio, e lui lo aprì con avida curiosità, era indirizzato a lui e lo lesse sperando in chissà cosa. Ma il messaggio era solo una normale richiesta di una “cosa concreta”: l’orario di arrivo. Dopo averlo letto rispose: “Mai più”.

E se fino ad allora la speranza lo aveva tenuto in vita, a quel punto, quando anche la speranza svanì, si ritrovò a guardarsi, nello specchio del bagno, ed a prendere atto del fatto che, adesso, era veramente solo.

Si stese sul letto e chiudendo gli occhi s’immaginò in un luogo popolato dai suoi amici, dalla sua famiglia, dove viveva felice anche perché aveva le sue solite, stupide abitudini che ad un tratto diventava una landa desolata, con lui al centro con il suo telefono in mano che…non aveva campo.

E pianse.

Non so ancora se per il fatto che fosse solo o perché il telefono non aveva campo.

L’io, l’oblio e la solitudine

Vi è mai capitato di chiedervi: “io perché sono proprio io?” perché vedo la vita scorrermi davanti come se fosse un film, perché vedo gli altri come coprotagonisti di questa commedia, o di questo dramma o di questo film d’azione a seconda delle circostanze? Vi è mai capitato di chiedervi cosa c’era prima di voi e cosa ci sarà dopo di voi? Chi sarà il protagonista del prossimo film o quello del film passato? Vi è mai capitato di ritenere impossibile che prima di voi e dopo di voi nessuno interpreti questo film che è la vita? C’è mai stata, in voi, la sensazione di essere particolarmente colpiti da una cosa che vedete o che leggete? Di avvertire una particolare sensazione al verificarsi di un evento? Ad esempio io provo un’angoscia particolare quando vedo o sento parlare di una esecuzione capitale. Il respiro diventa affannoso, sento scariche di adrenalina che mi scuotono il corpo, se è sera mi prendono gli incubi, quasi che mi immedesimassi nel malcapitato che sta per essere ucciso. Chissà che in uno dei film passati non interpretassi quella parte.

Per me è un pensiero fisso, una fissazione, forse sarà solo un modo per respingere il termine “fine della vita”, una consolatoria via d’uscita dalla istintiva paura del nulla, di quello che ci sarà dopo che chiudiamo gli occhi per non riaprirli più. Quando più forte il pensiero va a queste cose mi sento tanto solo perché tutto il resto mi sembra una grande commedia che, come in tutte le commedie, è falsa, è recitata. C’è chi recita la parte del Santo, chi quella del peccatore, chi recita la parte del giudice implacabile e chi quella dell’imputato innocente condannato per sbaglio, in uno scorrere del tempo immutabile ed indifferente alle emozioni, ai drammi ed alle traversie degli attori.

Questo essere solo in mezzo a tanti ti fa apprezzare le cose dall’esterno, te le spersonalizza e ti rende più asettico nel vedere le cose della vita, proprio come se fossi al cinema. Ma questa solitudine non riesce a spersonalizzare il film della tua vita. Quando si tratta della tua di vita tutti gli eventi sembrano amplificati, sembrano congiunturalmente organizzati per capitarti. Ed allora che sia una cosa bella od una cosa brutta viene naturale chiedersi: perché proprio a me?

Ma se la gioia affoga gli interrogativi che ti poni quando ti accade una cosa bella, l’angoscia e la tristezza prendono il sopravvento quando attraversi un periodo negativo. Ed allora, in quei momenti, ti chiedi perché non riesci a vedere le cose in modo “asettico”. Cavolo, ti dici, almeno non starei qui a soffrire come un vitello scannato. Ti senti in un tunnel senza fine, non vedi la luce, ti senti prigioniero degli eventi negativi che si sommano fino a sommergerti e poi, paradossalmente, ti senti ancora più solo, sommerso dal tuo dolore, più solo di quando la cosa non ti riguarda e vedi la vita davanti a te scorrere come quando sei al cinema.

E allora pensi che la solitudine e l’oblio siano la stessa cosa, essere soli e dimenticare, essere dimenticati o essere soli in un mondo parallelo è la stessa cosa, speri che l’oblio ti ricopra e ricoprendo te ricopra anche tutto il male che ti circonda e si diverte a bersagliarti. Il dolce oblio che interrompe quel film che stai vivendo che non è affatto bello e che chissà, forse, sarà meglio la prossima volta che lo proiettano.

Il prelievo e l’oblio

L’infermiera entrò nella stanza che lui sonnecchiava sul letto. “Buongiorno!” gli disse “sono venuta a farle un prelievo”. L’indomani doveva subire un piccolo intervento e lei era venuta a fare un prelievo di sangue per le analisi di routine. Gli scoprì il braccio, gli legò il laccio emostatico, prese la farfallina e con tocco sicuro gliela mise in vena. Poi iniziò a riempire le provette sottovuoto che succhiavano il sangue del paziente e così, mentre vedeva queste provette riempirsi lentamente, lui cominciò a pensare: “Perché mi succhi solo il sangue? Perché non succhi via anche il mio dolore, la mia sofferenza, la mia solitudine, la mia rabbia, il mio senso d’impotenza? Perché?”

Perché ogni giorno devi vivere con i tuoi incubi, i tuoi drammi irrisolti senza che sia possibile che qualcuno arrivi e si “succhi via” tutto il male che hai in corpo? Immagina che bello: stai giù? sei preoccupato? sei depresso? Arriva l’infermiera, t’infila un ago e voilà tutto il negativo se ne va.

Invece no, i pensieri rimangono sempre, ed alla fine ci devi fare i conti, o meglio, devi continuare ad aspettare che la vita ti consenta di farci i conti perché tanto spesso non dipendono da te ma da altri che con la tua vita entrano in relazione.

Ed allora, che fare?

Quando l’impotenza ti si pone di fronte e diventa essa stessa la regina delle tue angosce che puoi fare? Puoi scegliere l’oblio. Cercare di dimenticare, astrarti dalla cruda realtà, dal dolore e dalle angosce e mentre pensi a questo sono passate le ore che ti separano da quel piccolo intervento che prevede l’anestesia. E così, quando la dottoressa si avvicina con quel siringone colmo di una sostanza bianca, sorridi, ti senti quasi eccitato e poco dopo…il nulla, la pace.

E sei anestetizzato! Ti frugano dentro, ti tagliano, ti penetrano, ti fanno di tutto ma non soffri.

E quando ti svegli ti chiedi perché non esiste un’anestesia dell’anima.

Morire e resuscitare

La vuole smettere? La vuole smettere di cercare di rianimare questo cadavere? Lo vuol capire che è morto? Gli disse il medico mentre lui cercava in tutti i modi di vedere se riusciva a scorgere un alito di vita in quel corpo freddo, immobile ed insensibile.

Era suo amico da trent’anni, avevano condiviso esperienze, amicizie, avventure e momenti felici, difficoltà e crisi, povertà e ricchezza, erano ormai parte l’uno dell’altro.

Quando la furia, la rabbia, la voglia di non sentirsi sconfitto, passò lui si sentì pervaso da una grande, infinita stanchezza. Era stato più di mezz’ora a praticargli un massaggio cardiaco, chissà se corretto o meno, lui che non ne aveva mai fatti, basandosi solo su quello che aveva visto fare in televisione e sulle chiacchiere che si scambiava con gli amici al bar. Avesse avuto un defibrillatore, probabilmente, lo avrebbe mandato lui all’altro mondo con una scarica sbagliata. Ma era tanta la voglia di non arrendersi all’evento morte che avrebbe tentato qualsiasi cosa.

Si alzò da quel corpo che era madido di sudore mentre gli occhi gli si riempivano delle lacrime di un pianto che non voleva sgorgare liberatorio. Ammutolito restò lì a guardare i paramedici mentre incelofanavano quel corpo ormai divenuto “una cosa” agli occhi anche della legge. Nel metterlo nel furgone un braccio gli scivolò fuori dal telo e lui corse a rimetterglielo dentro, sotto il telo, non sia mai che prendesse freddo.

Quando il furgone si allontanò in direzione dell’obitorio lo guardò finché non gli sparì dalla vista, sempre nella vana speranza che si aprisse il portello posteriore e l’amico si affacciasse mostrandogli dove il nonno portava l’ombrello e gli urlasse: “ci sei cascato cretino!” come faceva al solito quando gli faceva uno scherzo.

Rimasto solo, lì in mezzo alla strada, due pensieri gli balenarono d’improvviso nella mente: il primo fu un moto di tristezza e rabbia insieme perché vedeva il mondo andare avanti lo stesso. Ma come, è morto il mio amico e voi ridete, scherzate, vivete senza solidarizzare con il mio dolore? Il secondo, quasi contemporaneo, fu una domanda: ed ora che faccio? Mai si era sentito così solo, così tremendamente e ferocemente abbandonato. La scomparsa dell’amico, del suo migliore amico, significava la scomparsa di abitudini, di amicizie, di collaudata convivenza. Quella solitudine annichilente e mortale era un voltar pagina non voluto, non desiderato che gli scombussolava la vita oltre che i sentimenti. Già lo sapeva, adesso a scomparsa appena avvenuta sarebbe stato travolto da un sacco di gente, ci sarebbe stato chi lo invitava ad uscire, chi gli avrebbe telefonato per chiedergli come stava, chi si sarebbe fatto carico di qualche incombenza. Ma piano piano tutti sarebbero scomparsi. Si sarebbero diradati come la nebbia a metà mattina quando il sole scalda la terra e squarcia quel velo di ovattata intimità. Andare a casa sua, dalla moglie che non gli era mai stata simpatica, significava perpetuare ed ingigantire il dolore, stare lì senza poter chiacchierare con lui, senza poterne ricevere i benefici influssi morali e di amicizia. La sua famiglia? I figli, la moglie e tutto il resto? Si va bene, erano una possibilità, stravedeva per i suoi figli e con la moglie aveva da tempo un rapporto freddo, senza amore, un qualcosa che aveva accettato con difficoltà ma alla quale si era poi adattato perché sperava in “lui”, sperava che grazie al suo amico qualcosa potesse cambiare il suo karma di solitudine e deserto affettivo. Era, forse, una speranza assurda ma ci si aggrappava come un naufrago tra i flutti.  Ed allora più forte si chiedeva: “che fare?”.

Aveva tanti amici, ma nessuno come lui, pensare ad una “sostituzione” gli sembrava impossibile e forte nasceva in lui il desiderio di seguirlo nell’inesplorato sentiero del “del dopo la morte”. Erano amici da 32 anni e perderlo adesso fu sconquassante. Al funerale ascoltò il sacerdote, le solite parole di circostanza, bisognava continuare, bisognava ringraziare Dio per il tempo che ce lo aveva donato, vivere nei suoi insegnamenti e pensare che le cose belle non si cancellano mai, neanche con la morte. Ascoltò il sacerdote che diceva che il dopo senza di lui, per tutti quelli che lo avevano amato, era una partita che bisognava giocare senza ipotecare il risultato.

E giochiamocela questa partita pensò lui allora, vediamo come va a finire, ma qualsiasi cosa non potrà mai essere bella come quell’amicizia, quelle esperienze. Sarà sempre un surrogato, un qualcosa di diverso e di meno bello perché manca lui, l’interprete principale. Ogni volta che muore qualcuno vicino a te è come se morissi un po’ anche tu. Si nasce e e si costruisce ma si muore lentamente, si muore un po’ ogni volta che sparisce un pezzo del tuo mondo, quando piano, piano ti senti fuori posto in un contesto che non è più il tuo. La morte fisica suggella soltanto un situazione di fatto già esistente.

E giochiamocela questa partita, il prete ha detto che può accadere di tutto nel frattempo, e se Dio, in questo frattempo facesse resuscitare i morti?

Come se fosse l’ultima.

La strinse in un forte abbraccio cercando un bacio che proprio non voleva venire. Venne, controvoglia, condito da una battuta: “E dai su, vai via solo per quattro giorni”.

Era la verità, ma lui ci rimase male. A parte la usuale freddezza di lei, lo colpì quella frase. “E che ne sai” pensò “se torno o non torno?”. Tutti i giorni, aprendo i giornali, leggiamo di incidenti mortali, di fatali casualità. Quante volte, persone a noi care, sono scomparse d’improvviso colte da un malore inaspettato in luoghi dove mai avresti immaginato potessero trovarsi per affrontare quel momento. La nostra vita è uno slalom tra malattie e casuali avvenimenti che quando accadono ci lasciano sconcertati e dolorosamente sorpresi. Nulla è sicuro e vivere è una meravigliosa avventura ma, come tutte le avventure, riserva sorprese, a volte piacevoli, a volte affatto.

Cosa si nasconde dietro quel “tanto torni tra 4 giorni”? E qui torniamo sul tema principale di queste ultime riflessioni: i sentimenti. Cosa senti quando sbrigativamente liquidi colui che va con una frase del genere? Cosa costa un abbraccio in più, un bacio più caloroso, un sorriso di accompagnamento ad un distacco che, in quanto tale, fosse pure per una sola ora, è comunque un distacco? La maggior parte delle volte è indifferenza, abitudine alla persona, è il fare un gesto non perché lo si sente ma perché lo si deve fare. Un gesto senz’anima e senza quel pathos che caratterizza quel nostro particolare stato che usiamo chiamare amore. Una volta ho scritto che la vita è più bella se riusciamo a vederla sempre con gli occhi di un bambino, se siamo capaci di rimanere a bocca aperta davanti ad uno spettacolo della natura, di sorprenderci per cose che la nostra età dovrebbe portarci a considerare normali. Alla stessa maniera la vita sarebbe immensamente più bella e gradevole se riuscissimo ad amare con la stessa intensità ed entusiasmo dei primi giorni del nostro amore, quando l’altro è l’elemento indispensabile alla nostra vita e pensiamo che senza di esso non ci possa neanche essere una vera vita.

Potremmo conoscere la bellezza dell’attesa, l’attesa che è sempre una sorpresa, l’attesa di un incontro che placa il nostro bisogno di quella persona, l’attesa che aiuta a sopportare l’assenza perché porta con sé i sogni legati al futuro incontro, l’attesa che uccide la monotonia di un giorno da soli, l’attesa che spinge alla ricerca. Potremmo capire che l’intensità dell’abbraccio, nel momento del nuovo incontro, è mille volte più forte ed appagante, perché esprime il piacere di stringere a sé una persona con la quale ci si vuole sentire uniti, veramente uniti.

Non ricordo dove l’ho letto, o se qualcuno in qualche momento me lo ha detto, potrebbero essere parole mie ma sono talmente belle che non mi ritengo capace di poterle avere pensate: “saluta chi ami, quando parte, come se fosse l’ultima volta che lo vedi e saluta chi ami, quando arriva, come se fosse sopravvissuto ad un’apocalisse”. La vita è caduca ed effimera, siamo tutti, per nostra natura, condannati a sparire da questo pianeta. Viviamo allora ogni giorno con gioia e riempiamolo del piacere che si può trarre dal vivere la vita con sentimento. Tutto il resto, tutte le mille traversie legate al lavoro, al denaro ed a tutto il resto ci sembreranno molto più facili da sopportare perché avremo l’animo satollo di quelle sensazioni che sono il suo nutrimento.

Desideri e novità 

Spesso ci si affanna a cercare di spiegare il perché della fine di una storia o di una relazione. Si rinfacciano vecchi difetti, magari presenti anche ai tempi belli della storia, o problemi creati dall’uno o dall’altro molto tempo prima della crisi, magari anche dieci o venti anni prima. Ognuno di noi si affanna a motivare in maniera logica e consequenziale i perché della fine senza pensare che la fine può giungere per semplice stanchezza di una vita che si considera avara di soddisfazioni e ricca di delusioni e dolori.

Succede allora che quando si conosce una nuova persona o se ne rincontra una che si era persa nelle nebbie dei ricordi, si è sopraffatti dalla gioia della novità, ci si devono raccontare tante cose, si fanno confessioni intime e si apre il proprio cuore. Del compagno di sempre, invece, sai già tutto, lo guardi e se pensi di porgli una domanda conosci già la risposta, sai dov’è posizionato il neo più piccolo che ha e conosci perfettamente i suoi odori ed i suoi sapori. Ti manca la novità. Non riesci a fare gli stessi discorsi che faresti con uno “nuovo”, ritieni di non poter trattare con lui i temi che tratti con un altro, magari ti sbagli, ma alla fine il risultato è che con il tuo compagno non godi nel parlare mentre con l’altro sì. E poi lui è il simbolo di quella vita che ti ha stancato ed allora stai lì, ancora di più, a cercare motivi: non sai essere divertente, non sei leggero, sei pesante. In realtà ti sei solo stancata di lui.

E vai allora, ricerchi nuove esperienze e magari cerchi in queste, quelle cose che proprio la convivenza con il tuo compagno ti ha negato, quelle cose che per te sono un valore o lo sono diventato. La stabilità, la sicurezza, la carriera, una professione affascinante. D’un tratto persone che non avresti neanche guardato diventano interessanti. E poi, scusa, ci vuoi mettere dentro l’emozione della conquista, una cosa che ti fa sentire giovane quando cominci ad avere maggiormente la consapevolezza che il tempo sta passando anche per te e ti aggrappi a qualsiasi cosa possa farti dimenticare che stai invecchiando.

Per completare questo stupendo quadretto ci manca solo un ingrediente: una simpatica amicizia, acritica ed osannante le tue qualità, che si curi di nutrire al meglio la tua autostima e che ti incoraggi a percorrere questa strada di libertà ritrovata ed abbandono della schiavitù derivante dalla convivenza e dai figli, se ne hai. Chiaramente, la tua novella e simpatica amicizia, probabilmente, ben si guarderà dal percorrere la tua stessa strada. Chissà perché, visto che quando, non di sovente, parla della sua situazione, ti esprime gli stessi tuoi pensieri. Che ci vuoi fare, c’è chi ci mette la faccia e chi gode dei successi altrui.

Ed ecco, allora, che il desiderio di stare con una persona, di parlarci, di abbracciarla, di farci l’amore, rinasce prepotente ed il tuo compagno, che intanto si arrovella nel chiedersi cosa succede e perché sei così distante e scostante, neanche s’immagina che per te, stare con lui, è diventato un sacrificio, che vecchi rituali ed abitudini sono stati spazzati via dalla ricerca di “nuovi equilibri” di “nuovi spazi” di nuove emozioni.

I momenti di “autentica felicità” li trovi con l’altro, ti eccita il pensiero di avere una casa, un rifugio, insieme a lui e ti arrabbi se, magari, il tuo compagno inizia a dare segni d’insofferenza perché è una reazione stupida: lui non capisce che questo tuo nuovo stato di grazia ti consente addirittura di essere più bendisposta nei suoi confronti?

Il tuo compagno ha uno o più problemi? Magari sei tu uno dei problemi? Non ci pensi nemmeno, ti rammarichi dei problemi dell’altro, il tuo compagno si sente solo? Non ci dai peso, pensi alla solitudine dell’altro al quale, magari, sei accomunata da una convivenza che ha stancato anche lui che trova in te, quelle cose che non trova nella sua compagna.

Però tu non ne sei innamorata, almeno così credi, e queste presenze “nuove” nella tua vita non ti fanno sentire innamorata, nutri passione, condividi, sei sollecita e preoccupata, ti rammarichi se le circostanze della tua vita ti impediscono di averci rapporti regolari ed abituali, ci pensi, sorridi al pensiero di lui e provi nostalgia dei momenti insieme e della persona ma…non ne sei innamorata. Ti comporti come tale e vivi il rapporto con l’altro da innamorata ma dici di non esserlo. Che stupendo caso psichiatrico!

D’altro canto, infatti ed in maniera inspiegabile, vuoi conservare quella tua vita che tanto ti ha stancato e ti ha spinto verso altri lidi, c’è in te un misto di paura dell’ignoto ed inspiegabile attaccamento alla tua vita di sempre che ti impediscono decisioni altrimenti logiche e naturali. Per te la famiglia, se ne hai, o il tuo compagno, sono il lavoro, il dovere, gli altri sono l’evasione, il tempo libero, l’allegria e la felicità.

E qui torniamo sul tema principe di queste mie ultime riflessioni: i sentimenti. Non c’è dubbio che ambedue le parti di questo racconto siano delle parti sofferenti. Non dobbiamo, né possiamo condannare chi cerca l’evasione perché questa evasione nasce da uno stato di malessere generale della coppia ed il fatto che lei (nel nostro caso donna solo perché chi scrive è uomo) senta quei bisogni deriva dalla sedimentazione di errori ed incomprensioni nelle quali è quanto meno inutile stare ad indagare il perché ed il per come siano nate. Non stiamo cercando delle responsabilità, stiamo cercando di capire come e quanto i sentimenti contino nella vita delle persone. Il fatto che lei cerchi di preservare il suo rapporto di coppia per “quell’inspiegabile attaccamento alla tua vita di sempre” potrebbe essere un residuo di amore per il suo compagno. Un amore inconsapevole, non vissuto, annegato nell’astio e nella voglia di restituire torti che si ritiene di aver subito. Tanto quanto il comportamento da donna innamorata nei confronti di altri potrebbe essere soltanto l’estrinsecazione di desideri sopiti e repressi che si ritiene di non poter soddisfare con il compagno di sempre.

Ed è qui che intervengono i sentimenti. Bisogna essere capaci di guardarsi dentro, di capire se quell’attaccamento è amore o se lo è quel desiderio di novità che rende il proprio animo inquieto.

Perché una cosa è certa: non si può vivere con una persona senza amarla pensando ad “innocenti evasioni” come analgesico di un rapporto problematico così come non si può vivere un rapporto parallelo sfogando su di esso un desiderio di amore represso senza dargli un orizzonte ed un futuro. A meno che non s’intenda eleggere il sesso e le manifestazioni d’affetto ad un puro esercizio ginnico buono a soddisfarci solo dal punto di vista fisico.

Ma oggi, a 55 anni e sulla soglia dei 56, io ho capito che i sentimenti e gli affetti sono più importanti di qualsiasi altra cosa e che quell’esercizio fisico, alla fine, ti lascia solo un incolmabile, tristissimo e squallido vuoto.

Condividere il malessere

Se stai male e ti chiudi a chi dovresti amare, se la tristezza prende il sopravvento su tutto e te la tieni o, peggio, la condividi o la vorresti condividere solo con un’altra persona che non è chi ti ama, e che tu, in teoria, dovresti amare, devi chiederti se non sia meglio continuare il tuo cammino con quell’altra persona o con chiunque altro tu abbia voglia di avere vicino.

Perché tanti si sono affaticati a cercare di descrivere cos’è l’amore, tanto si è scritto sull’amore ma molto spesso trovi un gesto d’amore anche in tante cose nella vita di tutti i giorni di cui nessuno ha parlato o scritto.

Può esserci amore in un sorriso al momento giusto o in una richiesta di sostegno in un momento di difficoltà. Allo stesso modo può non esserci amore nel vedere soltanto le pecche di una persona, nel non riuscire a vederne i lati positivi o nel rifiutarla come porto dei tuoi affanni.

Come si può vivere con una persona con la quale dovresti sentirti unito nell’animo prima che nel corpo se con questa persona non vuoi, non ti senti, di condividere proprio i momenti nei quali  di più dovresti avere bisogno di lei?

Che razza di compromesso vorresti trovare per portare avanti un rapporto che non solo non ha né un anima, né una sostanza ma è anche pesante da sopportare?

Tutto diventa una facciata, soltanto una facciata, dietro la quale uccidere ogni giorno la propria vita.

Nella vita devi cercare la felicità. Come dice un proverbio tibetano: “se non sei felice è solo colpa tua”.

Se la tua felicità non la trovi vicino a te è meglio cercarla altrove e, se questo tuo cercare provoca dolore ad un altro, è meglio che egli soffra, anche tanto, ma subito e per il tempo necessario a dimenticare, piuttosto che continuamente, un pochino, in un’agonia senza speranza. Questo è soltanto un modo, tra i tanti, per rovinarsi la nostra già breve vita, purtroppo gravida di tanti altri ineliminabili dolori.

Cercate la felicità, chi la trova ed è felice è capace di contagiare anche gli altri con la sua felicità tanto quanto può uccidere sé stesso e gli altri con la sua sofferenza.

Sentimenti 2.0

Essere 2.0 è ormai un must nella nostra società. Devi essere 2.0 perché altrimenti sei vecchio, le cose, tutte le cose, devono essere tecnologicamente avanzate, informatizzate, digitalizzate. E vabbè ma digitalizzare anche l’amore, l’odio e gli altri sentimenti  mi sembra una esagerazione!

Si corteggia via whatsapp, si fa all’amore in maniera virtuale, ci si conosce, ci si frequenta e ci si innamora su Facebook. E si rompono amicizie e relazioni. Oggi non i ragazzi non “si lasciano” bensì “si bloccano”. Oggi l’emotikon rappresenta visivamente uno stato d’animo che prima ci si sforzava a far capire con l’espressione del viso. Quanti di noi hanno passato davanti allo specchio un po’ di tempo per “provare” le facce da utilizzare con i nostri genitori? La faccia piangente, quella delusa, quella felice. Ci si studiava davanti allo specchio per conferire maggior potere comunicativo al nostro viso. Oggi risolviamo tutto con una faccina bella e pronta. La cosa bella è che sugli altri ha lo stesso effetto del viso reale.

Famiglie si ritrovano (virtualmente) amici dimenticati riemergono dalle nebbie dei ricordi e, lentamente, il mondo che ci circonda diventa come quello del film Inception…una pura e modificabile illusione.

In questo mondo illusorio le persone agiscono e vivono come in quello reale e, quindi, che valore hanno le loro azioni? Lo stesso valore che noi gli attribuiamo nella quotidianità concreta o inferiore o addirittura superiore? Il Mahatma Gandhi ha detto: “l’uomo si trova dov’è il suo cuore e non dove si trova il suo corpo” ed in questa frase, penso, ci sia tutta la verità su quest’argomento. Si ama e si odia con il cuore, il corpo è un appendice che ci serve per poter rendere concreti i nostri sentimenti che, altrimenti, rimarrebbero solo nella nostra testa. Il coinvolgimento emotivo fatto di voglia di sentirsi, desiderio l’uno dell’altro, oppure di repulsione, fastidio, sopportazione, se trasmesso via internet ha lo stesso valore di un abbraccio, di un amplesso reale. L’indifferenza, l’odio, i sentimenti negativi, insomma, se virtuali hanno lo stesso valore di quelli reali.

Se quindi amore ed odio, simpatia ed antipatia, desiderio e repulsione hanno lo stesso valore, pensiamo bene a come utilizziamo i nostri moderni mezzi di comunicazione quando esprimiamo dei sentimenti, perché quello che facciamo virtualmente colpisce, piacevolmente o spiacevolmente, i nostri interlocutori come se le nostre azioni fossero reali.

Dovere e piacere

Prima il dovere e poi il piacere! Recitava un proverbio che si usava molto nell’educazione dei bambini quando anche io lo ero. Oggi non so se è così utilizzato ma penso che in questa società così votata ai diritti piuttosto che hai doveri lo sia un po’ meno. Tuttavia non intendo, stasera, parlare dei diritti e dei doveri ma del dovere e del piacere nel mondo dei sentimenti, che tanto mi appassiona negli ultimi tempi.

Il “dovere coniugale”, i “doveri familiari”, i “doveri filiali” e tutti quei doveri che hanno a che fare con i sentimenti. Tuo fratello è antipatico? Non fa nulla, il pranzo della domenica non te lo toglie nessuno. Tuo padre è un disgraziato che non ti ama? Non fa nulla, gli devi affetto e rispetto comunque. Tuo marito ti fa schifo (o tua moglie)? Poco importa, ci devi andare a letto lo stesso.

Il dovere ti cala dall’alto come una cappa, ti ammanetta, ti obbliga, ti opprime. E guai a parlare, mettere in dubbio, protestare. Sei un reprobo, un delinquente, un pericoloso disfattista dei valori fondanti la società. E così vai a pranzo con tuo fratello anche se non lo sopporti, dici hai ragione papà anche se non lo stimi, vai a letto con qualcuno anche se ne faresti volentieri a meno. 

Io, questo genere di doveri, se dovessi essere io colui per il quale un altro deve fare qualcosa, li rifiuto. Mi sforzo ogni giorno perché il dovere diventi piacere. Perché il piacere non ti cala dall’alto, ti viene da dentro, perché il piacere è sempre sincero, vero, palpabile. Il piacere lo avverti nel corso di una telefonata, lo palpi nella sua durata, lo senti nel numero delle telefonate. La voglia di sentirsi, di parlarsi, di stare vicini a dispetto delle distanze. Il piacere lo senti dalla gioia di occhi felici che ti aspettano, dal l’intensità di un abbraccio, dalla passione di un bacio. Il piacere è dare e ricevere attenzione, considerazione, comprensione.

Quando una cosa ti viene da dentro è sempre più vera, è sempre più bella. Ho applicato questo principio delle cose che ti vengono da dentro e non ti calano dall’alto anche nel mio lavoro. Ho sempre diretto qualcosa sin da quando avevo 23 anni ed il mio obiettivo principale era che le persone facessero le cose perché ci credevano e condividevano o che almeno credessero e si fidassero di me e del fatto che era necessario fare un qualcosa anche quando ero costretto a dare una disposizione poco condivisibile per i più.

Spero che la vita mi risparmi il dolore di sapere che qualcuno ha fatto, ha sentito, qualcosa per me solo per dovere. È meglio una onesta lontananza di una ipocrita vicinanza.