Torno a scrivere. E’ da agosto dell’anno scorso che non scrivo più sul mio blog, mi sono tenuto dentro sensazioni e pensieri sempre repressi, inespressi, rabbiosamente e dolorosamente. Non ho più scritto perché ad agosto ancora speravo di salvare la cosa alla quale tenevo di più e perché quello che scrivevo veniva letto come la divulgazione di cose che dovevano restare nell’intimità di due persone assumendo la forma della provocazione e dell’offesa. Nella speranza, quindi, che il non scrivere potesse lenire questi “fastidi” e queste presunte invasioni dell’intimità di una situazione non ho più scritto. Oggi mi dispiace non averlo fatto perché lo scrivere è per me strumento di liberazione e di sfogo, e ci ho rinunciato “per salvare” qualcosa che alla fine non ho salvato e, cosa importante per me, non ho più scritto soffrendo per non averlo fatto e per non aver “condiviso” quello che sentivo con questo essere informe e virtuale che è la rete. Non è che la rete ti dia la sensazione che qualcuno ti ascolti, forse non ti considera proprio nessuno o magari pochissimi, ma ti sfoghi, lanci il tuo urlo, che sia di dolore o di gioia, in questa bolgia informe ed indistinta di “click”. L’ho fatto, ripeto, per tentare di salvare qualcosa che invece era morto, come in quell’articolo di quasi un anno fa, “morire e resuscitare”. Un aspetto comico della vicenda è che per rianimarlo…l’ho finito di ammazzare. Ho anche vissuto un paradosso: ho pianto, ho sofferto, ho urlato la mia rabbia, ho celebrato, da solo, il funerale di qualcosa a cui tenevo da morirne ed in una sorta di schizofrenico comportamento, quando mi è stato detto ciò che per altri versi dicevo anch’io, mi sono sentito annichilito invece che soddisfatto che altri fossero addivenuti alle mie stesse conclusioni prendendo la decisioni che io non ho mai voluto prendere.
Ma c’è un aspetto positivo in tutto questo, posso riprendere a scrivere liberamente. E secondo voi come torno a scrivere? Torno a scrivere della felicità perduta, o meglio della felicità che cambia. Sempre qualcosa di crepuscolare? Sempre qualcosa con un sentire negativo alle spalle? Ma no, questa volta no, è solo l’esplorazione di un cambiamento che ognuno di noi ha nel sentire un qualcosa di bello quale è la felicità. Può sembrare una evoluzione od una involuzione ma per me non è né l’una né l’altra cosa. E’ soltanto un cambiamento. E’ uno degli argomenti che mi tenevo dentro e che ha assunto toni, a momenti, da depressione ma che adesso affronto con più pacatezza e senza toni melodrammatici.
Mi chiedono spesso, in questi ultimi tempi, quando mi vedono sorridere, o se sono allegro, se sono felice. E’ una domanda che mi infastidisce notevolmente. Il perché? Perché non so mai che significato annetta alla parola felicità il mio interlocutore. Cosa intendi per felicità amico mio? Io alla parola dò un certo significato e quindi mi è difficile risponderti perché a sentirmi parlare tu mi potresti ritenere, a torto, infelice mentre sarei ugualmente bugiardo se ti dicessi che sono felice. Se ho conosciuto la felicità? Beh sì, l’ho conosciuta ma, proprio perché l’ho conosciuta, so che ormai è impossibile ritrovare quella felicità. La felicità è la declinazione di una gioia senza limiti, senza pensieri, senza problemi, la felicità è uno stato del corpo e dell’anima di estrema leggerezza, quando si è felici non si pensa ma, principalmente, non si ha nulla di cui preoccuparsi. E’ una cosa per ragazzi insomma, per i giovani in senso anagrafico, per quelli ai quali la vita non ha ancora sedimentato tutti quei fatti e circostanze che appesantiscono l’esistenza e, quindi, t’impediscono di essere felice in quella precisa maniera.
Al liceo, una volta, con degli amici, teorizzammo la “spallosofia” (il mio Mac non conosce questa parola…l’aggiungerò al vocabolario) ovvero la filosofia dello spallo, in altre parole la coniugazione del teorema secondo il quale: “l’uomo ha sempre un buon motivo per non essere totalmente felice”. La teoria si basava sulla esistenza di una unità di misura dello “spallo” ossia del buon motivo per non essere veramente felice e sul fatto che l’essere umano più felice “vivesse” sempre ad almeno 4 o 5 spalli. C’erano poi dei “punti cardinali” situati, scientificamente, su di un solido di rotazione chiamato toro (il toro è la classica ciambella salvagente). Me ne ricordo tre: il punto Perrone, il punto del naufrago, ed il punto Hitler.
Il primo era lo “spallo” (ovvero l’infelicità) che raggiungeva questo ragazzo che si chiamava Perrone nel momento in cui ritrovava in un interstizio dell’aula di scherma un bottone che aveva perso 4 anni prima. E’ d’uopo spiegare chi fosse questo Perrone e le circostanze che lo rendevano un punto cardinale. Io ho frequentato la Scuola Militare di Napoli, la “Nunziatella”. Ai miei tempi (oggi non più) chi frequentava il Liceo Scientifico trascorreva quattro anni tra le mura della Scuola Militare, chi frequentava il Liceo Classico ne trascorreva tre. Poiché il Regolamento della Scuola consentiva la ripetizione di un singolo anno in caso d’insuccesso scolastico, l’Allievo del Liceo Scientifico che perdeva un anno alla fine ne trascorreva cinque alla Scuola. Un personaggio del genere, per tutti gli altri allievi, era una sorta di essere mitologico. Noi avemmo la ventura di conoscere un siffatto personaggio, questo Perrone, e ci immaginammo il suo scoramento nel momento che prima vi ho descritto.
Il secondo punto cardinale che ricordo era quello del naufrago. Immaginammo un naufrago abbandonato su di un isola in un oceano. Lo immaginammo ormai al collasso psicologico per la solitudine e le avversità, lo immaginammo che ad un tratto, mentre si trovava sull’orlo di una buca da lui stesso scavata per raccogliere l’acqua piovana, scorgeva una nave che transitava nei pressi dell’isola. Immaginammo la sua gioia e le frenetiche azioni che pose in essere per essere scorto e salvato. Immaginammo, ridendo, la nave che si fermava, il calare di una scialuppa, l’avvicinarsi della scialuppa e la gioia del naufrago che si trasformava in emozione, un emozione tanto grande che gli toglieva il respiro e lo faceva cadere nella buca svenuto e ricoperto dalle foglie e dalla vegetazione che in essa era cresciuta. Immaginammo la scialuppa che giungeva a riva, i marinai che scendevano dalla scialuppa e che gettavano gli scarti alimentari della nave nella buca. Per finire immaginammo lo scoramento del naufrago che rinvenendo, vedeva la nave allontanarsi ricoperto dalla “monnezza” della nave.
Il terzo punto era il punto Hitler. Il punto Hitler si trovava al limite massimo degli spalli sopportabili definiti in 199 spalli. Al duecentesimo c’era il suicidio. Ebbene il punto Hitler era lo “spallo” che avrebbe potuto provare Hitler quando, nel maggio del 1945, mezzo morto tra le macerie della cancelleria, si fosse visto arrivare un soldato americano, negro e con una catenina con la stella di David al collo che gli si fosse rivolto chiedendogli: “Would you like a chewing-gum?”
Notate come la spallosofia sia “rotante”, ovvero come il duecentesimo spallo sia di fatto confinante con lo spallo zero, ovvero con la felicità. Le nostre menti adolescenziali avevano teorizzato, forse inconsapevolmente, un aspetto che oggi mi appare con chiarezza: il dolore estremo e la felicità sono confinanti, quasi si toccano, come se il nostro corpo e la nostra mente martoriata dicessero ad un certo punto: “Ehi vita, cos’altro vuoi propinarmi? Ormai mi hai fatto provare di tutto, colpisci pure, tanto il dolore non lo sento più” e la vita senza dolore non è, se vogliamo, una vita felice?
E mi appare così anche un’altra verità: che quella felicità, quella che ho descritto all’inizio, non è una cosa da adulti. Non perché non ci capiti di definirci, in età adulta, felici, ma perché questa felicità non è la stessa, non può essere la stessa. Per capirci: hai una donna che ti ama? Dei figli bellissimi e bravissimi che non ti danno nessuna preoccupazione? Hai abbastanza denaro per vivere senza alcun pensiero? Bene probabilmente dirai che sei felice ma c’è sempre qualcosa, quando gli anni si accumulano, che può indurti un minimo di tristezza: la perdita di una persona cara, un amore che finisce, qualcosa insomma che, sedimentandosi nel tempo, ti priva di quella spensieratezza tipica dell’età giovanile che non puoi più ritrovare. E questo non è un male, non è una involuzione è solo un cambiamento. La felicità diventa serenità. Quando sei sereno, veramente sereno, è un po’ come quando sei felice solo che la felicità assume dei toni di compostezza, di serafica calma che contrastano con l’entusiasmo di vivere certe emozioni in età giovanile. Con il tempo ci si spegne “serenamente”, ci si procura la pensione per vivere la vecchiaia “serenamente”, se sei fortunato la gente quando sei anziano ti addita come un nonno “sereno” o come un “sereno” vecchietto.
Avete mai sentito di una persona che si è spenta “felicemente”?
Oggi non ho divulgato nessuna scoperta, ho solo condiviso una presa di coscienza, un qualcosa che è nel nostro DNA, che ci portiamo dentro senza saperlo ma che a volte ci dimentichiamo che esiste cercando una felicità che, invece, è definitivamente perduta. Oggi ho preso atto del fatto che: “la felicità, quella senza alcun velo, senza pensieri, è una cosa per ragazzi, per noi adulti la felicità cambia il suo nome in serenità”.
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