Il valore delle scelte

La storia che sto per raccontarvi, che ho inventato di sana pianta, non vuole parlarvi delle pene d’amore di una povera donna o della spavalda propensione al tradimento del di lei marito. La storia vuole parlarvi delle scelte e del loro valore.

Sulla soglia dei cinquanta anni, s’incamminava verso la vecchiaia gravido di livore e di rimpianti. Tutto storto gli era andato. La vita non gli aveva riservato le emozioni, gli amori travolgenti quella libertà e quella “leggerezza” che lui desiderava. Aveva iniziato a lavorare presto, troppo presto, si era sposato presto, troppo presto, aveva avuto quattro figli, uno dietro l’altro, presto, troppo presto.

Oggi si ritrovava lì, con i figli grandi che per seguire la loro strada lo stavano lasciando solo, e con la moglie che conduceva una vita normale e scialba, troppo scialba. Aveva conosciuto poche donne, troppo poche, ed aveva imboccato una carriera che non era il suo sogno, dove lavorava con impegno e serietà, dove era apprezzato e benvoluto ma che non era il lavoro dei suoi sogni che erano distanti da quell’ambiente, troppo distanti.

Si scoprì inquieto, si scoprì depresso e non avendo altro sfogo se non sua moglie se la prese con lei accusandola di tutte le nefandezze possibili. Lei lo opprimeva, lo metteva continuamente all’angolo, lo incalzava. Lei ed i suoi vizi non gli avevano consentito di poter comprare una casa, lei e le sue fissazioni, il suo modo di spendere i soldi, di rapportarsi con i figli.

Questa rabbia, questo livore, da qualche parte doveva pur andare!

E così iniziò ad allontanarsi dalla sua compagna la quale a sua volta si allontanava da lui per cui, dopo qualche anno, erano così distanti da non riuscire ad ascoltarsi più.

Fu allora che a lui venne l’idea: “Devo riappropriarmi della mia vita!”. E per riappropriarsene decise di iniziare a fare tutte quelle cose che la scialba e banale vita matrimoniale gli aveva impedito.

Cominciò a curarsi, lui che si faceva crescere la barba a dismisura, a farsi bello, si dotò di amici osannanti e affettuosi, che non gli dessero mai torto e tutti fuori dalla cerchia delle amicizie consolidate, complici nelle marachelle ed anzi preziosi consiglieri per meglio architettarle, cercò nella letteratura tutto ciò che potesse sostenere la necessità di questo cambiamento e così si allontanò ancora di più dalla sua compagna di vita.

La moglie, d’altro canto, nel sentirsi allontanata si estraniava dalla vita di coppia sempre di più e, quando incontrò sul lavoro un simpatico e giovane collega, iniziò a nutrire per lui prima affetto e poi, con sua grande sorpresa anche amore. Ma il marito non le usciva dalla testa, non riusciva a liberarsene, era imprigionata dai loro momenti felici, dai figli e, perché no, dall’abitudine.

Quando si è condannati a 10 anni di galera sembra che la vita si fermi. Sembra che questi 10 anni non passeranno mai, sembrano assurdamente lunghi. Figurarsi lei che aveva sulle spalle 15 anni di matrimonio e 3 di fidanzamento. La sua relazione era addirittura maggiorenne!

Il marito, quel marito tanto distante, troppo distante, un giorno scoprì questa pseudo tresca a senso unico. Non gli parve vero. Finalmente aveva l’occasione di poter rovesciare sulla povera donna una dose maggiore di astio e di livore. Furono urla, piatti che volavano, confronto quasi fisico con la moglie. Per sua fortuna la povera donna riuscì a convincere il marito che non c’era stato veramente nulla tra lei ed il giovane collega ed il marito, benché ferito nella sua virile gelosia passò sopra l’accaduto. Oddio, non proprio, le fece vivere un anno d’inferno ma, al termine di esso diede l’impressione che le cose fossero tornate al loro posto.

La povera donna, invece, restò colpita dalle parole di fuoco che il marito le aveva rivolto in una notte da resa dei conti e, principalmente, rimase colpita da una affermazione del suo compagno nella quale lui si professava quello che non aveva neanche mai pensato di tradire la moglie. Sopravvennero spaventosi sensi di colpa e, paradossalmente e come per magia, l’antica fiamma dell’amore per il marito ritornò ad ardere nel suo cuore e promise segretamente a lui ma principalmente a sé stessa che mai più sarebbe accaduta una cosa del genere. Il marito, invece, ebbro della soddisfazione di averla colta in castagna si abbandonò ad ogni genere di lussuria finché un giorno non toccò a lui essere scoperto. Quando la moglie, devastata dalla sua di scoperta, gli contestò gli accaduti, avvenuti non con una ma con tre o quattro donne diverse lui le disse: “non ho sensi di colpa perché non ho fatto niente di male e non ti ho tolto niente”. E questo lo diceva perché aveva convinto la moglie che le sue non erano state scappatelle erotiche ma solo giochi innocenti ed esclusivamente verbali.

La moglie, però, soffriva a più non posso perché le circostanze della scoperta erano state particolarmente imbarazzanti e lei avrebbe accettato più volentieri una virile “scappatella” che quel coinvolgimento emotivo che, oltretutto, era stato il principale motivo di rimprovero del marito quando aveva scoperto la tresca a senso unico della moglie.

Ella aveva visto il marito, nei rapporti con le altre donne, in un modo che non conosceva affatto e che anelava da sempre. Egli era stato con le altre tutto ciò che non era stato con lei, lei aveva avuto l’opportunità e la possibilità di sapere cosa il marito pensasse nella parte più profonda del suo animo e la cosa che più di tutte la distruggeva era la presunzione di non aver fatto nulla, talmente nulla da essere pronto a farlo ancora, magari ponendo soltanto maggiore attenzione ai suoi movimenti.

La consapevolezza di sapere che il marito avrebbe cercato di avere altre storie la induceva a ritenere finito il loro rapporto. Pensò più volte di andarsene e più volte il marito la convinse a restare finché un giorno, stanca, lei gli chiese: “ma perché vuoi stare con me?” e lui le rispose: “perché ti ho scelta”. La donna, a quel punto, gli chiese: “è perché mi hai scelta?” Il marito rimase in silenzio e lei capì che il suo matrimonio era finito.

Questa storia, purtroppo, non finisce che tutti vissero felici e contenti ma con la dolorosa fine di un matrimonio. Lascio a voi decidere il destino dei due ma, secondo me, per nessuno dei due la vita dopo fu facile con buona pace degli amici di lui che ben si guardavano di fare lo stesso con le proprie mogli mentre incoraggiavano lui a meglio conoscere il pianeta donna.

Ed adesso parliamo delle scelte. Il marito sceglie di sposarsi presto, sceglie di fare 4 figli, sceglie di fare un lavoro che non gli piace. Dopo tanti anni se ne pente. Quando deve rispondere alla moglie sul perché voglia stare con lei le dice “perché ti ho scelta”. Non dice “perché ti amo” e nemmeno motiva le ragioni della sua scelta.

Io scelgo di fare il prete. Questo significa che coscientemente rinuncio ad avere una vita sessuale e familiare.

Io scelgo la vacca al mercato. Questo significa che scelgo una cosa, tra le altre, che preferisco, che è mia e nulla mi vieta di scegliere, domani, un’altra vacca al mercato.

Nel primo caso la scelta è radicata in una convinzione che affonda le sue radici nel sentire un qualcosa, nel secondo caso è solo la scelta di una cosa che non ha un valore radicato nei sentimenti.

Nel primo caso non si rimpiangerà di aver rinunciato ad una vita sessuale. Si vive una sola volta e non possiamo fare in una vita tutte le cose che vorremmo. Non possiamo essere scienziati e latin lover nella stessa vita. Io avrei voluto essere musicista, medico, scienziato ed astronauta. Mi devo contentare di essere quello che sono: il frutto di scelte fatte con il cuore e la convinzione. A 15 anni mi privai della gioia di una adolescenza normale. Ma non rimpiango quella gioia. Ne ho avuta un’altra che è stata entusiasmante e gioiosa lo stesso.

La scelta con un valore è quella nella quale ci sono i sentimenti. Una scelta senza valore è quella che facciamo al supermercato.

Quel marito non è vero che non ha tolto nulla a quella donna, le ha tolto l’unico motivo per il quale una coppia deve stare insieme: l’amore. Quel marito non ha detto che aveva scelto la moglie per amore ma solo che l’aveva scelta. In quel momento, quel marito, rinnegava le uniche scelte che aveva fatto nella sua vita, quelle iniziali, che se gli tolsero qualcosa molto altro gli diedero.

Scegliete con il cuore quindi, anche se le scelte dovessero essere dolorose scegliete con il cuore e serbatevi l’altra scelta per quando andate a fare la spesa.

Cinquanta sfumature di squallore

Ho 55 anni, e da quando ho coscienza di me ricordo l’esistenza di un movimento femminista. Manifestazioni, proteste, cortei dove si inneggiava all’effetto salvifico della masturbazione in sostituzione dell’odiato membro maschile incapace, a detta delle manifestanti, di provocare piacere “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito!” urlavano le belluine femmine incazzate con tutto ciò che di maschile esistesse al mondo. Il “movimento” femminista trasportato ed ingigantito dal montante progressismo in salsa pseudo-socialista (non ho mai capito perché una donna veramente “libera” non potesse essere, che so, liberale piuttosto che conservatore) irruppe sulla scena politica in maniera talmente penetrante che, ad un certo punto, la Repubblica Italiana ritenne di doversi dotare addirittura di un Ministero delle Pari Opportunità per imporre un pari trattamento tra uomini e donne in questa nostra società così troppo maschilista. Oggi le nomine nei Consigli di Amministrazione delle più importanti Società italiane vengono fatte tenendo conto di quante donne ci sono in essi ed il nostro Primo Ministro ha ritenuto di nominare alla presidenza delle Società più importanti delle donne. Quando vai a votare, devi votare almeno per una donna, Insomma, nascere donna, oggi, può essere un vero affare (senza contare che se sposi la persona giusta e poi ti separi è come aver vinto alla lotteria. Veronica Lario docet).

Ebbene, in un panorama nazionale di questa portata, mutuato peraltro, almeno in parte, da esperienze europee e mondiali appare ad un certo punto una certa El James. E’ britannica, nasce cioè nella Nazione della Magna Charta, dei Beatles e della minigonna. Un Paese che ha sempre “innovato” in costumi e tradizioni. Il sogno segreto di tante femministe nostrane per quanto riguarda la parità tra i sessi. Pubblica un libro: “Cinquanta sfumature di grigio” seguito da altre sfumature, di rosso, di nero, per poi concludere il tutto con la rilettura del primo libro fatta dal punto di vista del protagonista maschile. Il tema del libro è la “sottomissione” di una giovane ragazza agli eccentrici voleri sessuali di un giovane miliardario. Sto leggendo cinquanta sfumature di grigio e non riesco a trattenermi dallo scrivere. Nella spalla della quarta di copertina dell’edizione italiana compare la foto dell’autrice dalla quale puoi apprezzare che si tratta di una donna abbastanza “in carne” e non certamente ascrivibile alla categoria delle “femmes fatales”. Dedica il libro al marito che chiama “signore del suo universo” e si premura di ringraziarlo per il sostegno, per il primo editing e per essere “l’angelo del focolare” della sua casa.

Ha due figli. Provo grande pena per loro.

Il libro è sostanzialmente la trasposizione in prosa di una serie di clip pornografiche facilmente reperibili sul sito porno per eccellenza yuoporn. Non riesco a capirne il valore letterario, non riesco ad apprezzare l’innovazione o la portata di “rottura degli antichi schemi” dello scritto. Ma comunque ognuno è libero di scrivere quel che vuole, ognuno è libero di riuscire a pubblicare quello che vuole e non sono certo io il bacchettone che inorridisce per i contenuti erotici di un libro. La cosa che mi spinge a scrivere stasera, che sono arrivato quasi a metà del libro che non divoro e non mi appassiona è un’altra: normalmente questi libri sono confinati in un angolo semibuio delle librerie negli scaffali della “letteratura erotica” che, spesso, neanche è segnalata. Il pubblico che li legge è limitato nel numero, appassionati del settore, onanisti abituali per tendenza o necessità, qualche disturbato mentale e tutta quella variegata umanità che, per varie ragioni, ama sognare il sesso piuttosto che praticarlo. Mai ho visto libri di tal genere conquistare il titolo di “best seller” mai li ho visti esposti all’Autogrill o nella vetrina della Feltrinelli. Invece questo si. Milioni di donne, dicono le cronache, hanno letto e sognato questo libro. Milioni di donne hanno sognato di essere l’Anastasia del libro. Come è possibile tutto ciò?

Donne hanno discusso del libro, lo hanno commentato e si sono scambiate sorrisetti ammiccanti parlando delle pagine più “hot”, altre hanno eletto qualche uomo a loro vicino come novello Christian Grey ed hanno sognato nottate infuocate nel segno della sottomissione. Altre ancora sono andate a letto ed hanno…onanistcamente…ripercorso le pagine del libro. Le più insoddisfatte hanno paragonato il possente Christian al proprio compagno bollando quest’ultimo, conseguentemente, come incapace e, per certi versi, disgustoso partner.

Tutte hanno gettato nella spazzatura gli anni di lotte e di riscossa sociale del femminismo mondiale.

Una storia a dir poco offensiva della donna che nel libro, attraverso la protagonista, diventa schiava sessuale di un uomo, che viene legata, frustata, che si deve prestare senza indugio e senza limiti alle fantasie sessuali del “Dominatore” viene elevata a modello da donne che magari, nell’intimo del loro rapporto di coppia, brillano per banalità, asessuata freddezza e pudiche ritrosie.

Un assurdo. Mi domando quante delle donne che gridavano nei cortei femministi: “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito” hanno oggi letto ed apprezzato questo libro. Una pena ed un senso di desolante vuoto mi pervadono.

Provo un istintivo senso di repulsione per quelle donne comprese negli astronomici numeri delle lettrici che hanno apprezzato, riso, imitato o si sono semplicemente rilassate leggendo queste cinquanta sfumature di…squallore.

L’Amore che si evolve

Ecco signori e signore, nella galleria delle ipocrisie delle coppie abbiamo un nuovo protagonista: L’Amore evoluto.

Per amore “evoluto” s’intende un affetto asettico, senza smancerie, senza pulsioni, fondato sulla reciproca assistenza e sulla tutela della formale integrità familiare, specialmente se sono presenti dei figli. La moglie che ama in maniera “evoluta” non gradisce carezze e smancerie, è una donna indipendente che ha una sua vita, degli hobby, che si dedica al volontariato ma, nel contempo, si sente sola a trascinare il fardello delle incombenze familiari. La moglie evoluta e di classe è capace di organizzare cene stupende e sa stare in società. In mancanza di questi due ultimi pregi la donna che tenta di amare in maniera “evoluta” corre seri rischi di non essere considerata “evoluta” sufficientemente e passibile di tradimenti reiterati.

Il marito “evoluto” non desidera la moglie, si fa i fatti suoi, partecipa alle cene organizzate magistralmente dalla consorte, verso la quale nutre una sconfinata ammirazione per le sue capacità culinarie e sociali. Il marito evoluto è sempre pronto ad ascoltare le necessità della moglie e se non le conosce ad indovinarle in maniera tale da garantirle serenità e stabilità.

E la condivisione di problemi e perplessità? No, quella si fa con gli amici. E la serata a parlare delle condizioni meteo del giorno dopo od a spettegolare sulle ultime novità delle coppie amiche? Perdite di tempo..

L’amore evoluto non vuole queste cose. E l’affetto, la voglia di abbracciarsi, di baciarsi, di stare insieme? Cose da ventenni!

Cose da ventenni. Si perché la dolcezza, la carezza, lo stare insieme per stare insieme, il parlare per parlare sono cose da amore primordiale non da amore evoluto. Dopo un po’ di tempo, e dai, dobbiamo pensare alle cose serie.

Io non sono uno statistico e non preparo domande per fare i sondaggi, non ho “campioni significativi” ma posso dire che il 100% delle persone che per varie ragioni sono venute a contatto con me hanno reagito a questo “amore evoluto” andandosi a cercare altrove quello che in famiglia non riuscivano ad ottenere. Va da sé che il partner non deve sapere nulla delle storie parallele dell’altro, ma non perché si vada ad offendere un sentimento ed una relazione ma perché fa scandalo. E gli amici, la gente, cosa dirà mai di noi?

In realtà gli amanti evoluti sono dei sarcofaghi contenenti le spoglie di quello che un tempo, forse, era amore.Sono incapaci di cercare insieme al partner la felicità ma posseduti solo da risentimenti sedimentati negli anni dopo una vita d’incomprensioni, non c’è dubbio, a volte anche gravi.

Si sta insieme per convenzione e per abitudine e la felicità la si cerca…altrove.

A me questo amore evoluto non piace affatto. Preferisco uno stupendo amore primitivo incapace di evolversi e sempre giovane incapace di ipocrisie.

La rimozione

Quando sei normale rimuovo.

Cosa significa essere normali? Cosa significa rimuovere?

Lo chiedi e ti risponde: “rimuovo il negativo, che però da qualche parte rimane, e guardo in positivo. Ed allora riesco a anche a guardarti con affetto, anzi con amore, anzi con grande amore Poi, quando non sei normale, maturo, coscienzioso eccetera, eccetera tutto il negativo mi torna alla mente e diventa un problema”..

La rimozione cioè è temporanea. Rimuovo fin quando non mi fai incazzare la prossima volta. Nel caso vado a riprendermi il negativo di te che ho conservato lì nell’armadio a destra.

Ah! bene allora cerchiamo di non farti incazzare! Devo essere normale. Che cosa cavolo significa essere normale? Significa che i problemi non esistono, che indossi una maschera per comparire davanti agli altri, maschera chiaramente diversa secondo le occasioni, e fai finta che non sia successo nulla. Che tutto va bene Madama la Marchesa! Scusa ed i miei difetti? Mi aiuti a correggerli? A parte che dovresti farlo da solo, adesso sono molto impegnato, domani sono tutto il giorno in ufficio, dopodomani devo andare in ospedale, martedì mamma mi aspetta per fare delle commissioni. Non so proprio quando potremo risolvere il tuo (non è mai nostro) problema.

Tu intanto sii normale. Anche a vita se necessario. Qualche briciola di soddisfazione, se mi avanza però, può darsi che ti arrivi. Ed attento sai a non lamentarti. La rimozione è temporanea!  .

La maschera

Anticamente gli attori del teatro greco e romano usavano indossare una maschera durante le rappresentazioni teatrali. Se la commedia aveva uno trama tragica la maschera era piangente se ne aveva una comica era sorridente. Essi nascondevano il loro volto, non avevano mimica e trasmettevano le emozioni solo con le parole.

Oggi, con il progresso, le maschere sono cambiate. Non sono inespressive come quelle degli attori greci e latini, sono fatte di carne, di pelle e di ossa. Oggi esistono persone capaci d’indossare una maschera con la quale forniscono al mondo una visione diversa di loro e di quello che provano.

C’è la maschera per coppie felici.

È un ultimo modello ed è molto richiesto dal mercato. Sapete, ci possono essere molti motivi per utilizzare questa maschera: conservare la pace familiare a tutela dei figli, mostrarsi in pubblico felici per non distruggere la carriera professionale di uno dei due, non far dispiacere parenti ed amici, poter usufruire di quel poco di buono che ha l’altro per posizione o collocazione sociale.

C’è la maschera del bravo coniuge.

Molto utilizzata da chi tradisce il proprio partner avendo nel cuore un’altra persona, È un modello “vintage” era molto in voga all’inizio dell’utilizzo sulla Terra di questi meravigliosi strumenti sociali.

C’è la maschera del buon amante usata, al contrario, con una persona con la quale si fa sesso ma la si illude sul futuro. Molto utilizzata risulta anche la maschera del buon amico i cui utilizzi sono praticamente infiniti.

Utilizzabile ed utilizzata per accoltellare alle spalle un concorrente in qualche cosa, se il concorrente è un amico, assolve anche ad una funzione mimetica.

La maschera del buon amico è utilizzata moltissimo anche per rubare la donna ad un altro, non necessariamente amico, per trarre in inganno sulle intenzioni reali che si hanno e per tanti altri motivi. Di maschere ce ne sono una infinità. Di tutti i tipi e per ogni occasione.

Il problema che si pone, però è questo: le commedie greche e romane avevano un inizio ed una fine ed alla fine l’attore mostrava il suo viso. Queste maschere “di vita” che si indossano “a vita” consentiranno mai alle persone di mostrare il loro vero viso? Le loro vere emozioni? Oppure facciamo parte di una umanità che vive nell’ipocrisia più assoluta e becera?

Ognuno di noi vive vicino a qualcuno che non è quello che pensa o che non nutre i sentimenti che dice di nutrire o che non fa quello che ti aspetti debba fare.

Un mondo falso, un teatrino, dove la finzione si mescola alla realtà senza lasciarti mai capire chi hai veramente di fronte.

Il destino

Prega perchè avvenga, sentiti più forte per superare i momenti difficii, confida in Dio, confida in te stesso, confida nel tempo che è cavaliere, confida in un qualche cosa insomma.

Quante volte ci siamo sentiti dire queste cose come rimedio dei problemi che vivevamo. Quante volte chi ci ha inflitto dolori indicibili si è rivolto a noi invitandoci a “farcene una ragione” ed a confidare in qualcuno o qualcosa.

Stiamo tutti a cercare la chiave che risolva tutti i problemi, stiamo tutti, da sempre, a cercare un rifugio per le nostre delusioni ma, principalmente, stiamo sempre a cercare di dimostrare a noi stessi che le realtà sgradevoli possono essere in qualche modo tramutate in opportunità o cose positive

Una persona viene licenziata? Non c’è problema, c´è chi prega Iddio per riavere il posto di lavoro e chi crede che può cambiare il suo destino rafforzando sè stesso. Alla fine, quasi sempre, nulla cambia, i miracoli, si sa, sono rari e la propria forza non può convincere quel datore di lavoro od un altro a darti un lavoro.

Nell’amore, nei sentimenti, è lo stesso: la persona che ami non ti ama più o non ti ha mai amato? Preghi, cerchi di cambiare il destino ma, alla fine, il più delle volte, se l’altro non condivide il tuo sentimento, non puoi farci nulla.

La vita è fatta di relazioni. La nostra esistenza è tutta una questione di relazioni. Non si è quasi mai da soli a poter determinare quello che si vuole e, se ti manca l’altro, cosa puoi fare? Nulla.

Non puoi cambiare circostanze oggettive, non puoi modificare proprio nulla.

Ma così non abbiamo speranze allora! Non è del tutto vero. Siamo fatti per sopravvivere, e le cose passano, ci vorrà una anno, ci vorrà una vita ma passano (a meno che non sei un folle e non commetti follie, ma credo di rivolgermi a persone con un super-io abbastanza forte) e così tutto si metabolizza ma, come le ferite, le cose si rimarginano lasciando delle cicatrici i cui cheloidi fanno male ed imbruttiscono e, nel tempo, la tua anima ferita ne ha talmente tante che non riesce più a muoversi senza dolore ed in questo processo cicatriziale sei solo a dovertela sbrigare. Anche qui nessuno ti aiuta.
E qui sta la verità di fondo. La vita è fatta di relazioni, è vero, ma si nasce soli, si soffe soli e si muore soli.

A questo problema non esiste soluzione. Dobbiamo avere solo la consapevolezza che è così: che siamo soli. E prepararci a vivere con un sottofondo di dolore latente ma immanente e ineliminabile.

I sentimenti

La vita è vita se ci sono dei sentimenti, l’uomo è tale se ha dei sentimenti, le macchine non hanno sentimenti, i robot “vivono” e lavorano senza provare sentimenti. Eppure la persone, specialmente oggi, vivono una non vita avulsa dai sentimenti. Li reprimono, se del caso, a volte ne hanno terrore, altre volte li mettono in un cantuccio, li ripongono, credendo siano un segno di debolezza. Non si ama più, si fa sesso ma non si ama, non si sente il bisogno irrefrenabile di dire: “ti voglio bene” ad una persona. “ma che sono queste smancerie!”, “e basta dai!”, “sei adolescenziale”. Così come si perde il gusto di vedere il mondo con gli occhi sorpresi di un bambino, alla stessa maniera si ritiene che l’età adulta debba essere priva di quest’orpello pesante ed inutile che sono i sentimenti. “Ho da pensare a ben altro io”, “mi sono rovinato/a la vita per starti vicino, adesso basta”, “il nostro stare insieme mi ha represso”, “per colpa tua non ho vissuto per tanti anni”, “voglio una nuova libertà”, E prendetevela questa libertà, vivete, pensate a quello che volete, non rovinatevi la vita. Si reprime l’amore così come si reprime l’odio o l’antipatia o la semplice voglia di non stare più insieme. Si reprimono i sentimenti e così si reprime la vita.

Nonostante ce la metta tutta non riesco a capire il perché. A volte è la carriera, a volte è il bisogno di far soldi, altre volte è la paura di quello che gli altri possono dire o pensare. Vedo molti uomini e donne di oggi. I trentenni, i ventenni. Alcuni sembrano imbalsamati, larve chiuse in bozzolo dal quale non vogliono uscire, prigionieri degli strumenti che dovrebbero facilitargli la vita, si dibattono in un loro microcosmo senza passioni e senza anima. Vedo molti adulti, sopraffatti dalle delusioni chiudono il loro cuore invece di tenerlo disperatamente aperto. Preferiscono la sfiducia alla ricerca della gioia, non sanno capitalizzare le esperienze passate per i loro aspetti migliori ma scaricano antichi rancori su chi hanno più vicino. Il tutto per crearsi una corazza per non sentire ancora male che però, alla fine, serve solo per conservare un corpo senza anima.

Invece di lasciarsi andare, invece di lasciarsi carezzare il cuore e l’anima dalla brezza dei sentimenti.

Mai abbandonarsi è l’imperativo categorico. Non devo, non voglio correre rischi. Non ci si rende conto che così facendo si crea un gorgo che ingoia il futuro ed il passato migliore. Quello che si faceva a vent’anni non si fa più. Perché sono diventata/o grande. Quello che piaceva all’inizio non piace più. Perché con il tempo i gusti mutano.

La vita a me sembra degna di essere vissuta solo se provo un tonfo al cuore pensando ad una persona, solo se mi emoziono pensando al ritorno a casa, solo se sento un trasporto invincibile.

Mi sembra tale solo se la riempio di sentimenti.

Il totem

Il totem ovvero, secondo Wikipedia: “una entità naturale o soprannaturale che ha un significato simbolico particolare per una singola persona o clan o tribù”. Ovvero ancora, a giudizio di chi scrive, quando l’idea di una cosa prende il sopravvento sul buon senso e la “temperanza” di platonica memoria cede il passo alla intemperanza dei nostri tempi, quando l’idea diventa ideologia e l’opinione dogma.E così si rifiuta la discussione, si diventa ciechi e si perdono le cose più importanti di cui siamo in possesso per poter crescere ed arricchire la nostra conoscenza: il dubbio, la curiosità e la consapevolezza dell’enorme ignoranza tipica dell’essere umano. Si perde cioè quella molla rappresentata da quel meraviglioso pensiero Socratico che recita: “io so solo una cosa: so di nulla sapere”. Quando si ha un totem, il tutto è nel totem, non hai bisogno di nient’altro se non del tuo totem. Il totem non si discute, non si migliora, al limite si abbellisce affinché il proprio totem sia più bello di quello degli altri ma rimane totalizzante, nel totem c’è tutta la conoscenza di cui si ha bisogno e guai metterlo in discussione.

La religione può essere un totem, la politica può essere un totem, tutto ciò che non ammette discussioni è un totem. L’etica è un totem e le dittature, infatti, rappresentano lo Stato etico per eccellenza dove il comportamento è uniformato, dove non si discute dove il dittatore è egli stesso il totem.

I signori del “no” con i loro Comitati trattano le loro idee come dei totem, i rivoluzionari sono adoratori di totem, i violenti che impongono le loro idee agitano i loro totem come clave per uccidere e distruggere.

Ci sono poi i totem per tutti i giorni, piccoli totem tascabili, convinzioni radicate ed inossidabili e tutti noi abbiamo un totem nascosto nell’animo. Mia madre ha Napoli: lei non vede difetti e non accetta paragoni, una mia amica ha la sua casa: per lei è una conquista e non si può mettere in discussione sarà bella in eterno anche se completamente sfasciata, un mio amico ha la sua squadra di calcio: è sempre la migliore anche se perde tre partite di fila.

Liberiamoci dei nostri totem, accettiamo la discussione, mettiamoci in gioco ed in discussione ogni giorno, facciamoci rodere dal dubbio, cerchiamo la conoscenza.

Il totem è prigione, il totem non è libertà il totem era tipico delle società primitive e ci si rifugiava quando non si riusciva a comprendere i fenomeni dell’universo.

Noi non ne abbiamo bisogno, esseri umani del terzo millennio dobbiamo essere bambini nella ricerca della conoscenza e saggi anziani nell’affrontare le discussioni, capaci di accettare gli insegnamenti di chi sembra meno “in gamba” di noi e di ascoltare anche chi non la pensa come noi.

Usciamo dal tronco d’albero cavo trasformato in totem e lasciamoci carezzare il viso dal vento della conoscenza e trasportare dall’uragano delle emozioni che la conoscenza ci trasmette.

Il materasso

Lei scese dalla camera da letto raggiante come non mai. Gli amici presenti rimasero meravigliati ed il marito, tra l’interdetto e lo stupefatto si chiedeva i motivi di tale gioia. Pensandoci, non scorgeva ragioni sufficienti per essere così contenta. Di performance sessuali neanche l’ombra, erano arrivati, avevano dormito, niente di più, che cos’era che rendeva felice questa donna? Il mistero fu presto svelato: “Ragazzi” fu l’incipit “Stanotte ho dormito di un bene che non avete idea, il mio materasso era diviso da quello di mio marito!”. Tutti tirarono un sospiro di sollievo e la guardarono compiaciuti e del resto tra le varie parti del corpo danneggiate, era come vincere ad una lotteria sentirla decantare una notte piuttosto che lamentare qualcosa. “Finalmente ho potuto dormire senza che i movimenti di chi mi dorme vicino mi disturbassero e poi, quel materasso, bello duro, quel materasso, tanto duro e comodo che la mia schiena mi ha anche dato tregua!” Il marito era, tuttavia, un po’ in apprensione: non aveva ancora sentito nulla che lo riguardasse e la cosa lo preoccupava. Che so del tipo “Tutto ok, peccato che quel rompiscatole di mio marito ha russato tutta la notte” oppure altre intime confidenze riguardanti flatulenze varie o altri suoni provenienti dall’apparato digerente ma emessi dalla bocca. Invece fu graziato, la gentil consorte sorvolò sulle prestazioni gassose o comunque aeree del marito archiviando il tutto con “e meno male che mi sono addormentata subito, che non ho sentito più nulla”.
Il discorso poi filò liscio, passando per un cuscino di piume che inizialmente l’aveva spaventata ma che poi si era rivelato un gran tesoro per poi passare alle solite chiacchiere su figli e amici dei figli, programmi ed impegni.
“Coniugo”. Il marito, Avvocato di grido del Foro di Milano, ripeteva tra sé e sé la magica parola coniugo ricordando quella lezione sul Diritto di Famiglia con il suo cattolicissimo professore di Diritto Privato che gli sottolineava l’intima essenza di quella parola “coniugo” cioè unire, cioè unire l’uno nell’altro, cioè creare una fusione, una cosa sola, non una unione, ma una sola cosa. Pensava, il povero Avvocato, all’importanza di quella parola, al suo superbo significato: l’unione di due cose sicché non siano più due ma una sola. E poi pensò al materasso.
Se io mi muovo e tu ti muovi siamo uniti, se io mi muovo e tu no, non siamo uniti, se godo nel sentire il tuo respiro o qualsiasi altra cosa da te provenga, siamo uniti, se mi infastidisci siamo separati, se non faccio caso ai tuoi movimenti perché sono i miei movimenti siamo uniti, in caso contrario siamo separati, se il vecchio materasso matrimoniale fa “il buco” al centro e ci caschiamo dentro abbracciati non è forse bello? Non è forse questa la quint’essenza del matrimonio?
Lei invece aveva inneggiato alla separazione del materasso, non alla unione di esso. A dire il vero la separazione era un concetto che lei aveva nelle corde sin dai primi momenti del loro matrimonio. L’avvocato ancora ricordava con divertita tristezza, si proprio così, divertita tristezza, come quando ridi per una battuta “noir”, della perentorietà, della certezza e della determinazione con la quale lei, quando si trattò di scegliere, si espresse sulla separazione o sulla comunione dei beni. Non sia mai che le mie cose possano essere messe in comunione con le tue. Quello che colpì l’Avvocato non fu il desiderio della moglie di approdare alla separazione dei beni, cosa assolutamente condivisibile, una scelta che avrebbe fatto anche autonomamente, quanto lo spirito con il quale lo disse. Non si voltò verso il futuro marito cercando la condivisione della scelta, un gesto di accordo, qualcosa, insomma, da fare in due, bensì lo disse lei con la veemenza di chi afferma un principio e difende qualcosa dall’estraneo che, in questo caso era quello che sarebbe dovuto divenire “una sola cosa” con lei. All’epoca non disse: “cominciamo male” ed ora si chiedeva se non fosse stato un errore.
Pensò al materasso, l’Avvocato, e tristemente iniziò a prendere coscienza del fatto che quel “coniugo” non era poi, come diceva il cattolicissimo Professore, una fusione così…fusa ma un qualcosa di facilmente separabile, bastava una casa, un’altro o un…materasso.