1985

Il 1985 è stato sicuramente uno degli anni più belli della mia vita. E’ stato l’anno dell’entusiasmo, delle scoperte, della spensieratezza, della sicurezza, della forza, della felicità oltre ogni limite, l’anno dell’amore prorompente, cercato e trovato, l’anno dell’abbandono l’uno nell’altro, della complicità e dell’allegria di stare insieme. Meraviglioso insomma.

Esattamente 30 anni fa ero in Grecia con Antonella. Fu la vacanza più bella della mia vita. Molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate. Oggi scrivo dal mio ufficio mentre mi lascio cullare dai ricordi.

Una donna

Ha le mani piccole e le dita affusolate. Se le guardi sembrano le mani di una pianista. La sua pelle è delicata, se ti carezza ti sembra di essere toccato dalla piuma di un airone. I suoi occhi sanno passarti da parte a parte e fulminarti o ti ci puoi perdere dentro come in un gorgo che ti risucchia in un vortice di tenerezza. Non è alta, non è appariscente ma, se ti guarda perché sente qualcosa per te, sa ammaliarti come le sirene di Ulisse. Sa essere leggera come una piuma che ti carezza il viso e dura come un maglio di ferro. E’ una donna senza fronzoli. E’ essenziale. Va dritta a bersaglio, non ama i giri di parole, o è bianco o è nero, non conosce le mezze misure, non conosce le ipocrisie. Sa essere amabile ma sa essere anche tranciante. E se ne frega delle conseguenze. Ed anche se è giusto o no. Qualsiasi cosa faccia la fa bene, non conosce il fallimento, è sistematica, trainante, approccia i problemi con assoluta razionalità e va avanti, sempre, imperturbabile, se vogliamo senza pietà.
E’ madre, sembra sia nata per essere madre, ama essere madre, sa essere madre come nessuna donna che conosco è capace di esserlo, compresa mia madre, ed i frutti sono dei figli in cui domina serenità ed equilibrio.
Ci si potrà chiedere se per caso sia la donna perfetta, anzi l’essere umano perfetto. Non lo è. Tutti abbiamo dei difetti, e lei non ne è esente. La sua razionalità, il suo dividere in bianco e nero le cose, le tolgono la possibilità di lasciarsi andare, di abbandonarsi, di essere capace, ogni tanto, di non pensare. E questo le toglie il piacere (per chi lo apprezza) di fare follie e di accettare le follie altrui.
Ha una sua via, non l’ha scelta coscientemente, ce l’ha nei suoi geni e la segue con caparbia, inusuale ed intima convinzione. Ha un suo modo per fare e sentire tutto e poco male se, il suo modo, non piace o non è capito da chi le sta vicino.
Ma non è questo il momento delle cose sgradevoli, ora voglio solo inneggiare alle cose più belle.
Non è facile conquistarla, è difficile conservarla e, per me, è impossibile farne a meno.
La conosco da quasi trent’anni ed infinitamente la stimo.
Perdere irrimediabilmente la sua stima significherebbe la fine.
Sono quasi trent’anni che la conosco ed infinitamente la amo.
Ora che sono lontano mi manca terribilmente e più mi manca, più prendo coscienza di quanto la amo.
E’ difficile amarla ed essere da lei amato, ma riuscirci ti da la stessa impareggiabile sensazione di successo che ti da la conquista di una montagna.
Qualunque cosa accada domani, ora so che non potrò mai smettere di stimarla, di amarla e di desiderare, struggendomi, di essere da lei amato.
Questa donna è mia moglie e la mia storia con lei è iniziata così come avevo sognato iniziasse una storia d’amore: per caso.
Continua così come da sempre ho sognato continuasse una storia d’amore: come fosse il primo giorno.

1984

Era d’estate, a giugno, la solita, calda, estate siciliana, quando mi telefonò il Sindaco.”Caro Tenente”, mi disse, “venga a pranzo da noi, oggi è domenica e lei è solo qui in paese” ed io ci andai. Ho ricordi confusi di quel giorno, c’era tutta la famiglia del Sindaco, un lungo tavolo con una altrettanto lunga tovaglia bianca, mi ricordo che eravamo fuori e l’afa estiva era insopportabile, mi ricordo la confusione, il chiacchiericcio di questa tavola lunghissima, un cibo divino. Frasi di circostanza, trattamento di riguardo, ospitalità squisita. Fu la prima volta che ci vedemmo ed io seppi che c’era anche lei solo molti mesi dopo. Solo molto tempo dopo ho scoperto che fu in quel giorno che lei mi notò e che cominciai a piacerle. Me ne andai senza rendermi conto che avevo pranzato con la mia futura moglie!
Venne poi luglio, conclusi un’indagine importante con successo, ed il Comandante da Palermo mi disse che sarebbe venuto a trovarmi. Io ero fremente per partire in licenza, dovevo farlo il 10 agosto, ed invece per aspettare il Comandante non riuscii a partire. C’era mia madre in Sicilia con me, c’era anche mia nipote, ed a fine luglio eravamo stati ospiti nella casa del Sindaco al mare. Fu allora che conobbi la mia futura suocera. Si rammaricava, poverina, del fatto che sarei partito di lì a poco e non avrei avuto l’opportunità di conoscere suo marito, fratello del Sindaco ed Avvocato della Banca d’Italia, del quale il primo favoleggiava ogni volta che ci vedevamo, e la figlia che sarebbero arrivati per la festa del paese che si svolgeva, come ogni anno, nella settimana di ferragosto. Io, con frasi di circostanza, mi scusai e dissi che purtroppo avevo troppi impegni per poter rimanere a Ferragosto a Lercara Friddi. Ed invece ci rimasi. E fu così che conobbi la mia futura moglie, o meglio, pensavo di conoscere solo in quel momento questa ragazza con la quale, in realtà, ci avevo pranzato due mesi addietro. Arrivarono, lei ed il padre, nel pomeriggio della giornata clou della festa, era prevista l’esibizione di Toto Cotugno nella sera ed io scesi dalla mia casa che stava nella Caserma dei Carabinieri all’ingresso del Paese quando ormai era quasi buio. Mi aspettava il mio amico Sindaco, che mi aveva chiamato, e saremmo dovuti andare in una casa nella Piazza principale del Paese da dove si poteva godere della migliore vista possibile del palco. Lei con il padre, la madre, il fratello e lo zio erano nella strada affollata dagli emigranti che venivano dal Belgio, dove continuavano a lavorare in miniera, io scesi con mia madre e mia nipote e fu così che la vidi per la prima volta, o meglio per la prima volta di cui ho memoria. Nello scuro, chissà perché, la prima cosa che notai fu che aveva un gran sedere. Chissà perché ho questo ricordo ma dissi due cose: “Cavolo una volta che viene una ragazza in questo posto sperduto che mi arriva? Una culona!” e subito dopo: “E comunque è una ragazzina ed è pure la nipote del Sindaco, quindi nessun pensiero!”. Fu così che dopo un rapido saluto mi rivolsi al padre, al mio futuro e mai abbastanza amato suocero, ritenendolo più “vicino” e più “adeguato” alla mia età ed alla mia carica istituzionale. E poi, figurarsi, andare in giro con una ragazzina, chissà in paese cosa avrebbero pensato. Non posso negare che la voglia di parlare con lei c’era, la vedevo come l’unica cosa che era più vicina al mio mondo, ai miei ricordi, agli accenti che conoscevo e che mi erano familiari, ma l’età, la parentela, come facevo? Il culone? E chissenefrega? Parlarci non significava mica farci l’amore o sposarmela. Mi colpì, quel giorno, quella sera, la sua determinazione, il confronto con i genitori per un motivo che non ricordo distintamente ma mi sembra fosse connesso al fatto che quella vacanza siciliana proprio non le andava giù. Fu così che tutti ci incamminammo verso la piazza. Tuttavia, la notorietà della famiglia ed il fatto che il padre non tornava al paese d’origine da molto tempo determinò l’effetto che non si riusciva a muovere passo senza che qualcuno non salutasse l’Avvocato per cui piano, piano, fui sostituito da una torma di persone e mi trovai a camminare da solo. Mia madre parlava con la mia futura suocera, mia nipote giocava con il mio futuro cognato ed io ad un certo punto mi ritrovai a parlare con lei. Mi sorrideva Antonella, mi sorrideva come solo lei sa sorridere, un misto di dolcezza rassicurante e consapevolezza di sé, di sicurezza e di spavalda voglia di vivere.
Iniziammo a parlare con io che ero abbastanza distratto, nervoso per il fatto che non riuscivo a stare in compagnia del padre per la folla, per i saluti di circostanza da rendere, ma non ero poi dispiaciuto di parlare con lei, finalmente parlavo con una persona che proveniva da una città, giovane, simpatica, una persona che aveva visto abbastanza mondo e non era stata rinchiusa negli stretti confini di un paese dell’interno della Sicilia. Ma tutto potevo pensare, tutto mi immaginavo tranne che mi fossi potuto innamorare, fidanzare e poi sposare quella ragazza.
Proprio non ci pensavo.
E così camminando, parlando, arrivammo nella Piazza, salimmo in quella casa e ci accomodammo sui balconi per assistere allo spettacolo. Chiaramente la sistemazione era organizzata per importanza, il Sindaco, il fratello e sua moglie, mia madre, la nonna di mia moglie.
Ora non ricordo, non ricordo se cedetti il posto ad una signora o se me ne andai volontariamente ma ricordo perfettamente che ad un certo punto mi trovai non più sul balcone ma ad una finestra laterale e che a quella finestra c’eravamo in due: io e Antonella.
E fu così, in semplicità, che continuammo a parlare, che continuai a parlare con lei che mi sorrideva alla sua meravigliosa maniera nell’attesa dello spettacolo. E ci dicevamo, in quei momenti, della jattura di stare ad ascoltare quella musica “nazional-popolare”, del fastidio di quell’ambiente troppo ingessato, formale, un po’, lo trovavamo, da sepolcri imbiancati e poi parlavamo, parlavamo, parlavamo tanto e ci si conosceva, ci si esplorava vicendevolmente con Antonella, che forse già aveva deciso che sarei stato l’uomo della sua vita ed io, invece, che apprezzavo quella “ragazzina” 17enne così piacevole ma che non prendevo nemmeno in considerazione la possibilità di uno “stare insieme”, dall’alto dei miei 24 anni e della mia posizione di Tenente dei Carabinieri. La piazza era gremita, tutto il paese era lì ed il concerto era appena iniziato quando mi accorsi che tra sorrisini ed ammiccamenti molti della folla, invece di ascoltare il concerto, erano concentrati a guardarci, a noi due che eravamo alla finestra.
Fu così che le dissi una frase che oggi mi suona come felice premonizione: “Guardali, per quelli, domani saremo già fidanzati”. Mi rispose con un sorriso che le illuminò il volto ma che non perforò il disinteresse che mi ero imposto a prescindere da qualsiasi input esterno.
La serata finì, ci vedemmo di sfuggita qualche altra volta durante il periodo della festa del paese e poi lei tornò a Palermo. Le dissi “…fatti sentire se vuoi…” e lei pochi giorni dopo mi chiamò. Io andai a Palermo, pensavo di uscire con lei e qualche sua cugina ed altra gente, ma comunque le chiesi di vederci in una via non troppo vicina alla casa della nonna, perché volevo che nessuno mi vedesse uscire con lei. La trovai, in effetti, con la cugina la quale, però, appena mi vide mi disse: “ah, sei arrivato finalmente, ora posso andare…” lasciandomi solo con lei e…con la radio gracchiante che mi ero portato dietro per restare in contatto con il mio ufficio. Era un tempo nel quale i cellulari non esistevano ancora.
Un gelato a Mondello, una passeggiata, quattro chiacchiere. Niente di più. Se devo essere sincero, contro ogni logica deduzione, mi trovavo in uno stato nel quale quasi mi rifiutavo istintivamente di pensare che Antonella potesse avere un qualsiasi interesse per me, così come mi rifiutavo di pensare di poter io avere un qualsiasi interesse per lei. Comunque la vacanza siciliana finì e lei e la sua famiglia tornarono a Roma mentre io, finalmente, me ne andavo in ferie.
Sul finire delle ferie dovetti andare a Roma, alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, dove dovevo ritirare un certificato di studio. Andare a Roma e telefonare al padre di Antonella fu un tutt’uno, non volevo che i contatti si affievolissero, ritenendo lui un’amicizia da coltivare piuttosto che per rivedere lei, e così gli chiesi d’incontrarlo. Mi aspettavo, sinceramente, che ci vedessimo in Banca d’Italia ma lui insistette nell’invitarmi a casa. Fu così che conobbi la casa di lei. Ci arrivai facilmente, conoscevo bene Roma, e lui mi accolse con la solita, stupenda ospitalità. Mi ricordo che quando arrivai fu tutto un chiudersi di porte per poter isolare la zona del salone dal resto della casa, ci accomodammo su due divani posti uno di fronte all’altro e cominciammo a parlare del più e del meno. Non mi ricordo i contenuti della chiacchierata ma mi ricordo che sul finire di esso comparve Antonella. Un saluto veloce, nulla di più, lei stava uscendo per andare dai suoi amici, mi ricordo soltanto che era elegante che sembrava stesse andando ad una festa, non parlammo molto, ma l’incontro finì con una frase che forse segnò il nostro destino, pronunciata più per cortesia che per altro ma che però fu presa molto sul serio: “Se vieni ancora in Sicilia fatti sentire”. Me ne andai da Roma senza pensare minimamente a quello che poi sarebbe successo.
Tornai in Sicilia, la vita scorreva come al solito e venne ottobre, il 4 era il mio onomastico e trovai un biglietto d’auguri che si concludeva con: bacioni Antonella. Furono forse quei bacioni che mi indussero, per la prima volta, a pensare che qualche cosa, forse, tra noi lei volesse che accadesse. Il 15 novembre, il giorno del mio 25° compleanno la Centrale Operativa della Tenenza di Lercara Friddi mi chiamò dicendomi: “Signor Tenente c’è la signorina Ferrara che chiede di lei”. Antonella mi telefonava per farmi gli auguri e fu dolcissima ed affettuosissima. Fu così che arrivò l’8 dicembre. L’Immacolata Concezione, giorno festivo. Nel pomeriggio Antonella mi telefona: “Sono a Palermo, ci vediamo?” ed io: “Ah che piacere certo!”. In realtà ero dominato da una paura folle: i soliti pensieri: ma ha solo 17 anni, io ne ho 7 di più di lei, è la nipote del Sindaco, non posso averci una semplice avventura, come farei a presentarmi davanti al Sindaco e così via. Tuttavia ci accordammo per vederci ed io attuai ancora una volta la mia tecnica elusiva finalizzata a nascondere questi incontri alla sua famiglia: “Vediamoci in Piazza Verdi, sotto il teatro, sai è la zona che conosco meglio” Splendida bugia per non vedermi costretto ad andare a prenderla sotto casa avendo paura di essere visto. L’appuntamento era fissato per le sei del pomeriggio, se non ricordo male, e lei ebbe un po’ di ritardo, ormai era buio ed io mi ero accomodato nella macchina comodo nell’attesa. Ad un tratto arrivarono due furie: Antonella e la madre, salirono in macchina velocemente, Antonella dietro e la mamma davanti e mentre io cercavo di riprendermi dalla sorpresa imbarazzato come non mai sentii che l’animata discussione verteva su di un unico argomento: il ritardo all’appuntamento. Io, quasi balbettando, salutai ambedue, mi ricomposi ed aspettai un qualche segnale su cosa dovessi fare. La mamma mi dice “Francesco, puoi portarmi da zio Roberto?” io le risposi: “Certo, ditemi dov’è” ed aspettai le indicazioni mentre l’imbarazzo si moltiplicava per mille pensando in che guaio mi stessi ficcando. Neanche il tempo di partire con la mia macchina che la mia futura suocera apostrofa così, in finale di litigata, la figlia: “Antonella adesso basta! Non posso essere complice delle relazioni con i tuoi ragazzi, sto andando di proposito da zio Roberto per consentirti di uscire con Francesco, io stavo a casa, mi hai obbligato ad uscire perché avevi l’appuntamento ed ora ti lamenti pure per il ritardo!”. A dicembre a Palermo non fa freddo come sulle Alpi ma comunque non è che siano i tropici, eppure io stavo sudando! Ero diventato il suo ragazzo e nemmeno lo sapevo! Pensando se crocifiggere Antonella o semplicemente spararle con la pistola d’ordinanza obbedii all’ordine e, seguendo le istruzioni della mamma arrivammo da zio Roberto. La lasciammo restando intesi che saremmo passati a riprenderla prima di cena non potendo, Antonella, restare a cena fuori casa.
Quando restammo soli accennai ad una timida protesta sulla pubblicità ed i contenuti di questa nostra amicizia ma Antonella mi guardò con quelli che io chiamo gli occhi fulminanti e mi degnò solo di una minima rassicurazione “ordinandomi” di non dare peso all’episodio.
Fu così che stabilimmo i rapporti di forza all’interno della coppia.
Girovagammo un po’ per Palermo e finimmo sul Monte Pellegrino dove su di un belvedere che dominava la città restammo a parlare per un po’ fino a quando io, carezzandola, non le diedi un bacio…sulla fronte!
E’ da quel bacio che io faccio iniziare la nostra storia. Un bacio “casto” di un ragazzo che finalmente cedeva le armi ed apriva il cuore ad un sentimento montante verso una “ragazzina” che con pervicacia lo aveva braccato fino alla sua caduta.
Fu quella sera che mi invitò alla festa dei suoi 18 anni che si sarebbe tenuta il 14 dicembre, a Roma, nel circolo del padre: il Tevere Remo. Il solo pensiero della festa, dei suoi amici, della possibilità di rivedere i genitori e di tante altre cose mi indussero ad escludere una mia partecipazione, non volevo essere bollato come “il fidanzato”, fu l’ultimo atto di ribellione verso l’amore che di lì a poco avrei dovuto ammettere che nutrivo per lei.
Quella sera fui possibilista ma sapevo che non ci sarei andato, e mi riservai di andarla a trovare durante le feste di Natale.
E venne Natale. Lo passai con i miei a Napoli ed il 27 ero lì a cercare come un disperato un regalo di compleanno per la mia futura moglie, prodromo di quella tragedia annuale durante la quale io non so che regalo farle mentre lei si aspetta che mi ricordi di un suo ammiccamento, di una sua parola su qualcosa che abbiamo visto insieme da qualche parte, in qualche tempo. il 28 avvenne l’appuntamento fatidico. Ci andai con un ombrello ed un portafoglio, due cose che, sinceramente, erano assolutamente inadeguate e comprate nel primo negozio che mi era capitato. A Roma pioveva ed Antonella mi aveva chiesto di passare a prenderla. Io le risposi che non ricordavo dove abitasse e che era meglio vederci fuori dal Comando Generale dei Carabinieri: “Sai, quello ricordo bene dov’è”. Come sempre allo scopo di non rendere troppo ufficiale questo inizio di relazione. Ma non avevo fatto i conti con Antonella. Questa volta puntuale, si presentò sotto la pioggia con la madre che l’accompagnava così come un Sacerdote porta l’agnello sacrificale all’altare. Imbarazzo? Di più! Mi sentivo come il bimbo pescato con le mani nella marmellata, scoperto, stanato. Velocemente salì in macchina. Aveva una mantellina scura, un trucco leggero e profumava di fresco e di donna. Ci abbracciamo e ci baciammo, questa volta non sulla fronte, e fu così che iniziò la nostra storia.
E mentre io la guardavo rapito mentre la baciavo, con i miei occhi che si perdevano nei suoi e che, tempo dopo, lei avrebbe battezzato come: “occhi da pesce morto”, con un candore che ancora non so se sadico o soltanto incosciente, mi disse: “Si, stiamo insieme, ma sappi che io amo un altro”.
Se m’avesse dato una mazzata in testa sarei stato più contento. Ma come, mi insegui per sei mesi, mi cerchi, tua madre al primo appuntamento mi battezza il tuo ragazzo ed ora mi dici che ami un altro?
Oddio, pensai, ma questa è matta. Incurante delle sue parole mi rituffai tra le sue braccia e le dissi velocemente che glielo avrei fatto dimenticare presto quell’altro anche se, in cuor mio, la stavo mandando a quel paese e stavo pensando soltanto a godermi quei momenti d’intenso petting.
Lo ricordo come se fosse ora, il va a quel paese che combatteva con il: “sarai comunque mia prima o poi” di quei momenti così come ricordo la totale obliterazione di quelle parole quando ci lasciammo. Mi rimase, di quei momenti, soltanto il suo meraviglioso sapore, il ricordo del suo profumo e del suo sguardo e…la mia carica ormonale che superava abbondantemente i livelli di guardia.
Il giorno dopo tornai in Sicilia. Ero triste e passai il Capodanno ad ascoltare i lamenti d’amore di una farmacista innamorata persa dello zio Sindaco di Antonella.
La sera del 28 mi aveva spiegato che non dovevo far caso alla mamma che l’accompagnava agli appuntamenti e che la mia presenza a casa sua non sarebbe stata vista come un fidanzamento, che era normale che i suoi amici girassero per casa, che la sua famiglia era molto informale e dovevo affrontare il nostro rapporto in rilassatezza senza farmi troppi problemi. Il risultato fu che la successiva Pasqua la trascorsi con lei e con i suoi nella casa al mare e che nella settimana santa riuscimmo anche a ritagliarci dei giorni da soli a Palermo nella casa che un amico mi mise a disposizione.
Ma quell’anno era il 1985, un altro capitolo di questa lunga storia d’amore.

Il lustrascarpe

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Ogni giorno si svegliava nella sua baracca. Il pavimento, in terra battuta, era coperto da una sorta di foglio di plastica  o di linoleum, non sono mai riuscito a capirlo, e su questo foglio c’era la stuoia su cui dormiva, il piccolo tavolo attorno al quale la famiglia si riuniva per la cena ed una specie di mobile che conteneva le poche cose della famiglia: stoviglie, biancheria e dispensa. La luce del mattino filtrava tra le imposte socchiuse e nel raggio di sole Fernando poteva vedere quella polvere che rimaneva a mezza’aria e che era la compagna della sua vita. In questi “barrios” la polvere è una presenza costante, impossibile non esserne toccati. Una polvere rossa, quella polvere, che nasceva da quella terra rossa d’Africa che è la prima cosa che noti quando arrivi dall’Europa. La moglie di Fernando era già uscita da tempo. Con la tanica di plastica in testa, poggiata su quella stoffa arrotolata che faceva sia da base, che da stabilizzazione e cuscino era andata alla fonte per prendere l’acqua per la famiglia, l’acqua che serviva per cucinare, per bere, per tutte quelle cose per le quali noi siamo abituati, semplicemente, ad aspettarci che esca dal rubinetto. Straordinario quel modo di trasportare le cose, pesi che sembrano insopportabili portati elegantemente sulla testa: cesti pieni di frutta, pile altissime di pirofile in vetro, indumenti piegati ed anch’essi impilati in maniera straordinaria, tutte cose che sembravano sfidare e vincere, in ogni momento le leggi della fisica sul baricentro e sulla gravità. Vanno in gruppo, queste donne, portandosi questi pesi come se nulla fosse, conversano, gesticolano fanno tutte quelle cose che normalmente fa una persona che cammina in gruppo, qualche volta hanno anche un bimbo che trasportano sulla schiena, abbracciato alla mamma come un koala all’albero, che puntualmente e straordinariamente dorme, avvolto in delle fasce che ne mascherano forme ed arti e a vederli sembrano un tutt’uno con le mamme. Fernando si accorge di essere solo, deve andare in bagno, ed ha la carrozzella lontana. Chiama la moglie, chiama uno dei figli ma non ottiene risposta ed allora bestemmia Fernando perché da quando quella poliomielite gli ha orrendamente sfigurato le gambe, riducendole in due rami secchi e ritorti, non è più indipendente, ha bisogno di aiuto, ma talvolta non c’è nessuno e lui allora urla, chiama, si sgola finché la vicina non arriva ad aiutarlo. La vicina lo sa che lui ha bisogno ed il “barrio” è una comunità dove la solidarietà non è formale, si vive tutti insieme, in condizioni impensabili per la maggior parte di noi e se non ci si aiuta si perisce. La corpulenta vicina aiuta Fernando a sedersi sulla carrozzina e lo accompagna in bagno che, chiaramente, non è in casa. Dopo, Fernando non fa colazione e l’animaletto nel suo stomaco continua a tormentarlo con i suoi movimenti. Eh già, perché da queste parti la colazione la chiamano volgarmente “mata o biciu” ovvero “ammazza l’animaleto”, una stupenda metafora della lingua portoghese. E dopo il bagno Fernando parte, parte per andare a lavorare e dopo aver percorso l’affollata strada del barrio giunge finalmente sulla strada principale. Deve prendere il “candongueiro” un pulmino che la gente di qui chiama anche taxi e che rappresenta il principale e per certi versi unico mezzo di trasporto pubblico. Sono un mistero questo  “candongueiro”: si fermano in posti che non sono indicati e solo i locali conoscono e camminano in un traffico infernale a velocità improbabili. C’è la strada bloccata? Te li vedi spuntare da dietro sulla destra che camminano tra la fine del manto stradale, il pezzo di strada non asfaltato e, laddove esistente, il marciapiede con la gente che lo percorre che ordinatamente gli fa strada. Arrivano sempre per primi nei posti, si apre la porta scorrevole ed un ragazzo esce urlando la destinazione, ha in mano un fascio di soldi, sono tutte banconote da 100 Kwanza, valgono 1 $ l’una, ed è la tariffa, invero molto popolare per un pool taxi, che si paga per utilizzarli. Fernando si affretta con la sua carrozzella ad avvicinarsi al mezzo ed il ragazzo urlante scende dal pulmino, prende in braccio Fernando e lo adagia sul divanetto vicino all’uscita poi, svelto, prende la carrozzina, la chiude e la mette nel bagagliaio. Corrono sempre questi “candongueiro”, più si corre più si guadagna, ma c’è sempre il tempo per aiutare un uomo malato. Dopo la sua ora di traffico arriva finalmente sul luogo di lavoro. Fernando si mette fuori da una Banca e vicino agli uffici di una compagnia petrolifera, è nel centro città e quando arriva ha una fame da lupo e sono solo le sette del mattino. Piano, piano la strada si anima, Fernando si è sistemato tra due auto posteggiate, è sulla strada e lo scalino del marciapiede gli avvicina i piedi dei passanti, a lui che di mestiere fa il lustrascarpe. Eh si, Fernando è un lustrascarpe, non più giovane, non rammenta gli storici sciuscià napoletani, i bambini che lucidavano le scarpe agli “mmericani”, e dei quali Luanda è comunque piena. Fernando è un uomo maturo, pesantemente handicappato, e fa una particolare tenerezza quando sistema la sua scatolina con dentro il lucido per le scarpe, le spazzole e le pezze che servono per lucidare. Tutte le sue cose messe lì, bene allineate e lui che invita i bancari ad accomodarsi, a porgergli i loro piedi perché lui possa, contorcendosi come un burattino a cui hanno tagliato i fili delle gambe, raggiungere le scarpe e diligentemente e delicatamente pulirle.
Una mattina, andando in ufficio l’ho visto, tutto contorto per pulire un paio di scarpe di un omone angolano in giacca e cravatta che rideva e scherzava con un collega. Si vede subito quando un angolano è ricco e potente. E’ vestito bene, è sicuro di sè, a volte anche un pò pacchiano. Vedere quella scena mi ha fatto impressione, Fernando sembrava prostrato davanti al “padrone”, avvertivo la protervia del ricco e potente verso il povero diseredato. La natura con Fernando è stata maligna, la sorte è stata maligna, quando sogna non sogna l’ultimo iphone, ma un letto vero ed un generatore per la corrente elettrica. E gli basterebbero per sentirsi ricchissimo.
Non mi sono mai fatto pulire le scarpe da Fernando, non riesco a pensarlo prostrato davanti a me con quello scalino del marciapiede che a lui è tanto utile per arrivare alle scarpe dei passanti ma che nella mia testa serve solo a rendere più concreto quello scalino più in basso che occupa nella vita.
Eppure Fernando ride sempre quando lo vedo.
Che forte.




La mia famiglia

La famiglia Capone ai 50 anni del papà

La mia famiglia. La foto che vedete è sul desktop del mio PC, ed amo guardarla e riguardarla. Mi sono interrogato spesso, in questi ultimi tempi, perché avevo tanta voglia di scrivere e tanta voglia di comunicare. E la risposta è nata spontanea nel momento in cui mi sono reso conto che il perché era legato dalla struggente voglia di restare in contatto, di non perdere il legame, di far sentire la mia voce a chi è molto lontano da me. Non è la prima volta che manco da casa ma la situazione è molto differente. Sono andato in missione quando ancora ero un Carabiniere ma non era la stessa cosa, sapevo che la lontananza era solo momentanea, che entro sei mesi, un anno sarei comunque tornato, addirittura la cosa mi infastidiva, avrei voluto prolungare all’infinito la mia missione ma, all’epoca, non mi rendevo conto che la mia voglia di stare fuori era tanto grande solo perché ero al contempo sicuro di dover tornare. Oggi ho cambiato lavoro, oggi faccio un lavoro bellissimo ed interessante, sto facendo delle esperienze assolutamente uniche e meravigliose, finalmente ho visto l’altra metà del cielo (anche se non riesco mai ad apprezzarne la differenza), ma sento la mancanza dilaniante della mia famiglia. E la sento ancora di più quando penso che davanti a me ho ancora tanti anni da passare lontano da casa e che devo sperare che tutto questo continui veramente all’infinito.

Li vorrei vicini i miei figli, vorrei vicina mia moglie. Mi mancano, mi mancano da morire, mi manca il percorrere la strada che mi porta alla Scuola dell’Opera per andare a prendere Giorgio, mi manca l’andare a Viale Somalia per andare a prendere Federico che esce dalla Palestra, accompagnarlo alle gare di Kendo e prendere un birra con lui, mi manca Gianluigi con la sua voglia di sapere, mi manca di andare alle sue gare di Pentathlon (in verità e colpevolmente non ne ho viste poi molte), mi mancano i panini a Piazza Risorgimento, le passeggiate con Chiccò, con Vincenzo, e con tutte le altre persone che popolano il mio mondo. E poi mi manca Antonella, mia moglie, mi manca anche il suo carattere per niente facile, ma è cresciuta con me, è lei che mi ha accompagnato nei momenti peggiori della mia vita ed è di lei che non so fare a meno.

Loro sono il mio vero microcosmo, loro sono veramente quella cosa della quale mi riesce sempre più difficile fare a meno.

Quando sono partito ero felice, l’avventura, la nuova esperienza, un po’ tutto mi rendeva felice. Poi mi ha preso lo sgomento, ho pensato che fra due anni sarei andato chissà dove e che ero obbligato a sperare di continuare questa vita nomade e solitaria se volevo rendere più facile la nostra vita.

Non che non mi piaccia questa vita. Mi piace vedere mondi, culture e persone nuove ma mi manca, la mia famiglia mi manca da morire.

Ho tre figli meravigliosi.

Ognuno a suo modo sa essere unico e irripetibile.

Ho una moglie che è una colonna. Senza di lei tutto potrebbe crollare.

E mi mancano, non smetterò mai di dirlo, mi mancano da morire.

Perchè questo blog

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Stavo cenando quando il telefono prima vibra e poi suona con i toni di arrivo di un messaggio. Guardo: un messaggio da mio figlio Federico: lo apro, è lungo, mi incuriosisce, lo leggo, è un solenne “cazziatone” scritto con dolcezza, con la stessa dolcezza con la quale si parla ad un bambino. Inizialmente ci rimango male, poi penso: “ha ragione, forse devo farlo”. Il messaggio, spedito attraverso il canale di Facebook, mi invita a non postare più su Facebook le mie storie, i miei sentimenti profondi, e di utilizzare un blog. Io non sono un “digital native” sono un “digital immigrant”, una sorta di extracomunitario del web. L’ho visto nascere il Web ma non ci sono “nato dentro” come invece i  miei figli. Forse, se leggerà questo post si arrabbierà ancora con me perché lo pubblico ma non posso farne a meno:

“Ok. Butta un occhio alla tua mail. Non so se ce l’avessi già, comunque sia ora hai (un altro?) blog. Questo usalo. Usalo al posto di facebook, usalo perchè ciò che scrivi è fatto per un blog e non per facebook, usalo perchè ha tanti aspetti positivi in più rispetto ad un social network. Non ti dico di cessare l’attività su facebook, di non scrivere più nulla o non mettere più foto. Ci son cose che stanno bene qui, e portando la tua vita privata su di un blog eccederesti al contrario. Semplicemente, se devi scrivere stati, pensieri o riflessioni lunghe e profonde, meglio farlo lì. E nel caso, se vuoi, avverti su facebook di aver aggiunto un nuovo post al blog. Il blog è duttile e puoi farci di tutto, come ti pare. Se vuoi aiuti per la veste grafica posso provare a pensarci pure io. Quando scrivi affidati anche a questo, immagino potrai riconoscerti in diversi punti (7, ad esempio)

http://www.mestierediscrivere.com/articolo/eco2
Se vuoi esempi di utilizzare un blog, ce ne sono a bizzeffe, questi sono i primi che mi son venuti in mente. Come puoi vedere, tematiche e stili vari e variegati:
http://bagniproeliator.it/
http://duericcheporzioni.wordpress.com
http://www.vitadapapa.it/
http://www.beppegrillo.it/ (questo so che lo stimi molto) (non è assolutamente vero n.d.r.)
http://romakendo.wordpress.com/
http://hulkspakk.blogspot.it/
Divertiti. Se invece avevi già un blog e non lo usi per una qualche motivazione, beh, usalo.”

Ecco, questo è il messaggio scritto da mio figlio, non posso non seguire il suo consiglio, non voglio che si vergogni di un padre che non sa usare gli strumenti informatici. Mi piaceva scrivere su Facebook, lo ritenevo distensivo, mi piaceva leggere i commenti degli amici, non ero molto interessato ai “mi piace”, non cercavo l’approvazione od il successo ma volevo soltanto condividere, con chi è lontano, i miei sentimenti, i miei ricordi, le mie nuove esperienze. Pare che non si segua la netiquette però. E va bene, iniziamo allora questa avventura del blog, li conosco anche se non li frequento molto, so di blogger che parlano praticamente di tutto, so che qualcuno riesce addirittura a viverci. Va bene, ho troppa stima di mio figlio, le cui foto aprono e chiudono questo primo articolo, per non seguire quello che mi ha consigliato di fare. Le foto seguono un po’ il sottotitolo del blog, il passato ed  il presente. Vediamo che succede. Il nome al blog lo ha dato Federico, io ho coniato il sottotitolo. Ho pubblicato sul blog gli ultimi post che avevo scritto su Facebook, giusto perché questa storia sia completa.

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