Parlare, capirsi ma non comprendersi

Capire e comprendere non è la stessa cosa. Le persone possono capirsi ma non comprendersi. La differenza è sempre lì: cosa ci metti dentro. Se la cosa che fai o che dici è fatta con sentimento o meno. Stai parlando in ufficio e ti spiegano il lavoro che devi fare. Lo capisci e lo fai. Stai con la persona che ami, le chiedi un abbraccio e la baci dolcemente sulla fronte. Lei ti guarda e ti dice: “non ho bisogno di essere consolata”. Non ti ha compreso, non ha compreso che in quel momento non volevi consolare proprio nessuno, ma eri tu a cercare consolazione. Perché? Perché in quel momento quella persona che riceve l’abbraccio non ha alcun sentimento per chi dona l’abbraccio, in quel momento quella persona “capisce” quello che normalmente si capisce, si abbraccia chi si vuol consolare, chi si vuol sostenere, l’abbraccio te lo da o te lo chiede chi ti vuole sostenere. Per “comprendere” quell’abbraccio lo devi “sentire”, devi avvertire il bisogno dell’altro di essere abbracciato e donargli la consolazione che lui cerca. Se vivi un abbraccio come una convenzione, come un obbligo sociale, un gesto di cortesia non potrai mai “comprendere” cosa c’è dall’altro lato. Notate la bellezza della parola e della lingua: comprendere, contenere in sé, racchiudere, abbracciare, intendersi vicendevolmente. Chi non ama non comprende, magari capisce ma non comprende, chi odia non comprende, esclude non include. Cerchiamo di comprendere le persone, allora e non solo di capirle, cerchiamo di vedere sempre quello che c’è dietro un gesto od una parola interpretando con amore il loro significato.

1985

Il 1985 è stato sicuramente uno degli anni più belli della mia vita. E’ stato l’anno dell’entusiasmo, delle scoperte, della spensieratezza, della sicurezza, della forza, della felicità oltre ogni limite, l’anno dell’amore prorompente, cercato e trovato, l’anno dell’abbandono l’uno nell’altro, della complicità e dell’allegria di stare insieme. Meraviglioso insomma.

Esattamente 30 anni fa ero in Grecia con Antonella. Fu la vacanza più bella della mia vita. Molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate. Oggi scrivo dal mio ufficio mentre mi lascio cullare dai ricordi.

Il valore delle scelte

La storia che sto per raccontarvi, che ho inventato di sana pianta, non vuole parlarvi delle pene d’amore di una povera donna o della spavalda propensione al tradimento del di lei marito. La storia vuole parlarvi delle scelte e del loro valore.

Sulla soglia dei cinquanta anni, s’incamminava verso la vecchiaia gravido di livore e di rimpianti. Tutto storto gli era andato. La vita non gli aveva riservato le emozioni, gli amori travolgenti quella libertà e quella “leggerezza” che lui desiderava. Aveva iniziato a lavorare presto, troppo presto, si era sposato presto, troppo presto, aveva avuto quattro figli, uno dietro l’altro, presto, troppo presto.

Oggi si ritrovava lì, con i figli grandi che per seguire la loro strada lo stavano lasciando solo, e con la moglie che conduceva una vita normale e scialba, troppo scialba. Aveva conosciuto poche donne, troppo poche, ed aveva imboccato una carriera che non era il suo sogno, dove lavorava con impegno e serietà, dove era apprezzato e benvoluto ma che non era il lavoro dei suoi sogni che erano distanti da quell’ambiente, troppo distanti.

Si scoprì inquieto, si scoprì depresso e non avendo altro sfogo se non sua moglie se la prese con lei accusandola di tutte le nefandezze possibili. Lei lo opprimeva, lo metteva continuamente all’angolo, lo incalzava. Lei ed i suoi vizi non gli avevano consentito di poter comprare una casa, lei e le sue fissazioni, il suo modo di spendere i soldi, di rapportarsi con i figli.

Questa rabbia, questo livore, da qualche parte doveva pur andare!

E così iniziò ad allontanarsi dalla sua compagna la quale a sua volta si allontanava da lui per cui, dopo qualche anno, erano così distanti da non riuscire ad ascoltarsi più.

Fu allora che a lui venne l’idea: “Devo riappropriarmi della mia vita!”. E per riappropriarsene decise di iniziare a fare tutte quelle cose che la scialba e banale vita matrimoniale gli aveva impedito.

Cominciò a curarsi, lui che si faceva crescere la barba a dismisura, a farsi bello, si dotò di amici osannanti e affettuosi, che non gli dessero mai torto e tutti fuori dalla cerchia delle amicizie consolidate, complici nelle marachelle ed anzi preziosi consiglieri per meglio architettarle, cercò nella letteratura tutto ciò che potesse sostenere la necessità di questo cambiamento e così si allontanò ancora di più dalla sua compagna di vita.

La moglie, d’altro canto, nel sentirsi allontanata si estraniava dalla vita di coppia sempre di più e, quando incontrò sul lavoro un simpatico e giovane collega, iniziò a nutrire per lui prima affetto e poi, con sua grande sorpresa anche amore. Ma il marito non le usciva dalla testa, non riusciva a liberarsene, era imprigionata dai loro momenti felici, dai figli e, perché no, dall’abitudine.

Quando si è condannati a 10 anni di galera sembra che la vita si fermi. Sembra che questi 10 anni non passeranno mai, sembrano assurdamente lunghi. Figurarsi lei che aveva sulle spalle 15 anni di matrimonio e 3 di fidanzamento. La sua relazione era addirittura maggiorenne!

Il marito, quel marito tanto distante, troppo distante, un giorno scoprì questa pseudo tresca a senso unico. Non gli parve vero. Finalmente aveva l’occasione di poter rovesciare sulla povera donna una dose maggiore di astio e di livore. Furono urla, piatti che volavano, confronto quasi fisico con la moglie. Per sua fortuna la povera donna riuscì a convincere il marito che non c’era stato veramente nulla tra lei ed il giovane collega ed il marito, benché ferito nella sua virile gelosia passò sopra l’accaduto. Oddio, non proprio, le fece vivere un anno d’inferno ma, al termine di esso diede l’impressione che le cose fossero tornate al loro posto.

La povera donna, invece, restò colpita dalle parole di fuoco che il marito le aveva rivolto in una notte da resa dei conti e, principalmente, rimase colpita da una affermazione del suo compagno nella quale lui si professava quello che non aveva neanche mai pensato di tradire la moglie. Sopravvennero spaventosi sensi di colpa e, paradossalmente e come per magia, l’antica fiamma dell’amore per il marito ritornò ad ardere nel suo cuore e promise segretamente a lui ma principalmente a sé stessa che mai più sarebbe accaduta una cosa del genere. Il marito, invece, ebbro della soddisfazione di averla colta in castagna si abbandonò ad ogni genere di lussuria finché un giorno non toccò a lui essere scoperto. Quando la moglie, devastata dalla sua di scoperta, gli contestò gli accaduti, avvenuti non con una ma con tre o quattro donne diverse lui le disse: “non ho sensi di colpa perché non ho fatto niente di male e non ti ho tolto niente”. E questo lo diceva perché aveva convinto la moglie che le sue non erano state scappatelle erotiche ma solo giochi innocenti ed esclusivamente verbali.

La moglie, però, soffriva a più non posso perché le circostanze della scoperta erano state particolarmente imbarazzanti e lei avrebbe accettato più volentieri una virile “scappatella” che quel coinvolgimento emotivo che, oltretutto, era stato il principale motivo di rimprovero del marito quando aveva scoperto la tresca a senso unico della moglie.

Ella aveva visto il marito, nei rapporti con le altre donne, in un modo che non conosceva affatto e che anelava da sempre. Egli era stato con le altre tutto ciò che non era stato con lei, lei aveva avuto l’opportunità e la possibilità di sapere cosa il marito pensasse nella parte più profonda del suo animo e la cosa che più di tutte la distruggeva era la presunzione di non aver fatto nulla, talmente nulla da essere pronto a farlo ancora, magari ponendo soltanto maggiore attenzione ai suoi movimenti.

La consapevolezza di sapere che il marito avrebbe cercato di avere altre storie la induceva a ritenere finito il loro rapporto. Pensò più volte di andarsene e più volte il marito la convinse a restare finché un giorno, stanca, lei gli chiese: “ma perché vuoi stare con me?” e lui le rispose: “perché ti ho scelta”. La donna, a quel punto, gli chiese: “è perché mi hai scelta?” Il marito rimase in silenzio e lei capì che il suo matrimonio era finito.

Questa storia, purtroppo, non finisce che tutti vissero felici e contenti ma con la dolorosa fine di un matrimonio. Lascio a voi decidere il destino dei due ma, secondo me, per nessuno dei due la vita dopo fu facile con buona pace degli amici di lui che ben si guardavano di fare lo stesso con le proprie mogli mentre incoraggiavano lui a meglio conoscere il pianeta donna.

Ed adesso parliamo delle scelte. Il marito sceglie di sposarsi presto, sceglie di fare 4 figli, sceglie di fare un lavoro che non gli piace. Dopo tanti anni se ne pente. Quando deve rispondere alla moglie sul perché voglia stare con lei le dice “perché ti ho scelta”. Non dice “perché ti amo” e nemmeno motiva le ragioni della sua scelta.

Io scelgo di fare il prete. Questo significa che coscientemente rinuncio ad avere una vita sessuale e familiare.

Io scelgo la vacca al mercato. Questo significa che scelgo una cosa, tra le altre, che preferisco, che è mia e nulla mi vieta di scegliere, domani, un’altra vacca al mercato.

Nel primo caso la scelta è radicata in una convinzione che affonda le sue radici nel sentire un qualcosa, nel secondo caso è solo la scelta di una cosa che non ha un valore radicato nei sentimenti.

Nel primo caso non si rimpiangerà di aver rinunciato ad una vita sessuale. Si vive una sola volta e non possiamo fare in una vita tutte le cose che vorremmo. Non possiamo essere scienziati e latin lover nella stessa vita. Io avrei voluto essere musicista, medico, scienziato ed astronauta. Mi devo contentare di essere quello che sono: il frutto di scelte fatte con il cuore e la convinzione. A 15 anni mi privai della gioia di una adolescenza normale. Ma non rimpiango quella gioia. Ne ho avuta un’altra che è stata entusiasmante e gioiosa lo stesso.

La scelta con un valore è quella nella quale ci sono i sentimenti. Una scelta senza valore è quella che facciamo al supermercato.

Quel marito non è vero che non ha tolto nulla a quella donna, le ha tolto l’unico motivo per il quale una coppia deve stare insieme: l’amore. Quel marito non ha detto che aveva scelto la moglie per amore ma solo che l’aveva scelta. In quel momento, quel marito, rinnegava le uniche scelte che aveva fatto nella sua vita, quelle iniziali, che se gli tolsero qualcosa molto altro gli diedero.

Scegliete con il cuore quindi, anche se le scelte dovessero essere dolorose scegliete con il cuore e serbatevi l’altra scelta per quando andate a fare la spesa.

Cinquanta sfumature di squallore

Ho 55 anni, e da quando ho coscienza di me ricordo l’esistenza di un movimento femminista. Manifestazioni, proteste, cortei dove si inneggiava all’effetto salvifico della masturbazione in sostituzione dell’odiato membro maschile incapace, a detta delle manifestanti, di provocare piacere “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito!” urlavano le belluine femmine incazzate con tutto ciò che di maschile esistesse al mondo. Il “movimento” femminista trasportato ed ingigantito dal montante progressismo in salsa pseudo-socialista (non ho mai capito perché una donna veramente “libera” non potesse essere, che so, liberale piuttosto che conservatore) irruppe sulla scena politica in maniera talmente penetrante che, ad un certo punto, la Repubblica Italiana ritenne di doversi dotare addirittura di un Ministero delle Pari Opportunità per imporre un pari trattamento tra uomini e donne in questa nostra società così troppo maschilista. Oggi le nomine nei Consigli di Amministrazione delle più importanti Società italiane vengono fatte tenendo conto di quante donne ci sono in essi ed il nostro Primo Ministro ha ritenuto di nominare alla presidenza delle Società più importanti delle donne. Quando vai a votare, devi votare almeno per una donna, Insomma, nascere donna, oggi, può essere un vero affare (senza contare che se sposi la persona giusta e poi ti separi è come aver vinto alla lotteria. Veronica Lario docet).

Ebbene, in un panorama nazionale di questa portata, mutuato peraltro, almeno in parte, da esperienze europee e mondiali appare ad un certo punto una certa El James. E’ britannica, nasce cioè nella Nazione della Magna Charta, dei Beatles e della minigonna. Un Paese che ha sempre “innovato” in costumi e tradizioni. Il sogno segreto di tante femministe nostrane per quanto riguarda la parità tra i sessi. Pubblica un libro: “Cinquanta sfumature di grigio” seguito da altre sfumature, di rosso, di nero, per poi concludere il tutto con la rilettura del primo libro fatta dal punto di vista del protagonista maschile. Il tema del libro è la “sottomissione” di una giovane ragazza agli eccentrici voleri sessuali di un giovane miliardario. Sto leggendo cinquanta sfumature di grigio e non riesco a trattenermi dallo scrivere. Nella spalla della quarta di copertina dell’edizione italiana compare la foto dell’autrice dalla quale puoi apprezzare che si tratta di una donna abbastanza “in carne” e non certamente ascrivibile alla categoria delle “femmes fatales”. Dedica il libro al marito che chiama “signore del suo universo” e si premura di ringraziarlo per il sostegno, per il primo editing e per essere “l’angelo del focolare” della sua casa.

Ha due figli. Provo grande pena per loro.

Il libro è sostanzialmente la trasposizione in prosa di una serie di clip pornografiche facilmente reperibili sul sito porno per eccellenza yuoporn. Non riesco a capirne il valore letterario, non riesco ad apprezzare l’innovazione o la portata di “rottura degli antichi schemi” dello scritto. Ma comunque ognuno è libero di scrivere quel che vuole, ognuno è libero di riuscire a pubblicare quello che vuole e non sono certo io il bacchettone che inorridisce per i contenuti erotici di un libro. La cosa che mi spinge a scrivere stasera, che sono arrivato quasi a metà del libro che non divoro e non mi appassiona è un’altra: normalmente questi libri sono confinati in un angolo semibuio delle librerie negli scaffali della “letteratura erotica” che, spesso, neanche è segnalata. Il pubblico che li legge è limitato nel numero, appassionati del settore, onanisti abituali per tendenza o necessità, qualche disturbato mentale e tutta quella variegata umanità che, per varie ragioni, ama sognare il sesso piuttosto che praticarlo. Mai ho visto libri di tal genere conquistare il titolo di “best seller” mai li ho visti esposti all’Autogrill o nella vetrina della Feltrinelli. Invece questo si. Milioni di donne, dicono le cronache, hanno letto e sognato questo libro. Milioni di donne hanno sognato di essere l’Anastasia del libro. Come è possibile tutto ciò?

Donne hanno discusso del libro, lo hanno commentato e si sono scambiate sorrisetti ammiccanti parlando delle pagine più “hot”, altre hanno eletto qualche uomo a loro vicino come novello Christian Grey ed hanno sognato nottate infuocate nel segno della sottomissione. Altre ancora sono andate a letto ed hanno…onanistcamente…ripercorso le pagine del libro. Le più insoddisfatte hanno paragonato il possente Christian al proprio compagno bollando quest’ultimo, conseguentemente, come incapace e, per certi versi, disgustoso partner.

Tutte hanno gettato nella spazzatura gli anni di lotte e di riscossa sociale del femminismo mondiale.

Una storia a dir poco offensiva della donna che nel libro, attraverso la protagonista, diventa schiava sessuale di un uomo, che viene legata, frustata, che si deve prestare senza indugio e senza limiti alle fantasie sessuali del “Dominatore” viene elevata a modello da donne che magari, nell’intimo del loro rapporto di coppia, brillano per banalità, asessuata freddezza e pudiche ritrosie.

Un assurdo. Mi domando quante delle donne che gridavano nei cortei femministi: “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito” hanno oggi letto ed apprezzato questo libro. Una pena ed un senso di desolante vuoto mi pervadono.

Provo un istintivo senso di repulsione per quelle donne comprese negli astronomici numeri delle lettrici che hanno apprezzato, riso, imitato o si sono semplicemente rilassate leggendo queste cinquanta sfumature di…squallore.

L’Amore che si evolve

Ecco signori e signore, nella galleria delle ipocrisie delle coppie abbiamo un nuovo protagonista: L’Amore evoluto.

Per amore “evoluto” s’intende un affetto asettico, senza smancerie, senza pulsioni, fondato sulla reciproca assistenza e sulla tutela della formale integrità familiare, specialmente se sono presenti dei figli. La moglie che ama in maniera “evoluta” non gradisce carezze e smancerie, è una donna indipendente che ha una sua vita, degli hobby, che si dedica al volontariato ma, nel contempo, si sente sola a trascinare il fardello delle incombenze familiari. La moglie evoluta e di classe è capace di organizzare cene stupende e sa stare in società. In mancanza di questi due ultimi pregi la donna che tenta di amare in maniera “evoluta” corre seri rischi di non essere considerata “evoluta” sufficientemente e passibile di tradimenti reiterati.

Il marito “evoluto” non desidera la moglie, si fa i fatti suoi, partecipa alle cene organizzate magistralmente dalla consorte, verso la quale nutre una sconfinata ammirazione per le sue capacità culinarie e sociali. Il marito evoluto è sempre pronto ad ascoltare le necessità della moglie e se non le conosce ad indovinarle in maniera tale da garantirle serenità e stabilità.

E la condivisione di problemi e perplessità? No, quella si fa con gli amici. E la serata a parlare delle condizioni meteo del giorno dopo od a spettegolare sulle ultime novità delle coppie amiche? Perdite di tempo..

L’amore evoluto non vuole queste cose. E l’affetto, la voglia di abbracciarsi, di baciarsi, di stare insieme? Cose da ventenni!

Cose da ventenni. Si perché la dolcezza, la carezza, lo stare insieme per stare insieme, il parlare per parlare sono cose da amore primordiale non da amore evoluto. Dopo un po’ di tempo, e dai, dobbiamo pensare alle cose serie.

Io non sono uno statistico e non preparo domande per fare i sondaggi, non ho “campioni significativi” ma posso dire che il 100% delle persone che per varie ragioni sono venute a contatto con me hanno reagito a questo “amore evoluto” andandosi a cercare altrove quello che in famiglia non riuscivano ad ottenere. Va da sé che il partner non deve sapere nulla delle storie parallele dell’altro, ma non perché si vada ad offendere un sentimento ed una relazione ma perché fa scandalo. E gli amici, la gente, cosa dirà mai di noi?

In realtà gli amanti evoluti sono dei sarcofaghi contenenti le spoglie di quello che un tempo, forse, era amore.Sono incapaci di cercare insieme al partner la felicità ma posseduti solo da risentimenti sedimentati negli anni dopo una vita d’incomprensioni, non c’è dubbio, a volte anche gravi.

Si sta insieme per convenzione e per abitudine e la felicità la si cerca…altrove.

A me questo amore evoluto non piace affatto. Preferisco uno stupendo amore primitivo incapace di evolversi e sempre giovane incapace di ipocrisie.

La rimozione

Quando sei normale rimuovo.

Cosa significa essere normali? Cosa significa rimuovere?

Lo chiedi e ti risponde: “rimuovo il negativo, che però da qualche parte rimane, e guardo in positivo. Ed allora riesco a anche a guardarti con affetto, anzi con amore, anzi con grande amore Poi, quando non sei normale, maturo, coscienzioso eccetera, eccetera tutto il negativo mi torna alla mente e diventa un problema”..

La rimozione cioè è temporanea. Rimuovo fin quando non mi fai incazzare la prossima volta. Nel caso vado a riprendermi il negativo di te che ho conservato lì nell’armadio a destra.

Ah! bene allora cerchiamo di non farti incazzare! Devo essere normale. Che cosa cavolo significa essere normale? Significa che i problemi non esistono, che indossi una maschera per comparire davanti agli altri, maschera chiaramente diversa secondo le occasioni, e fai finta che non sia successo nulla. Che tutto va bene Madama la Marchesa! Scusa ed i miei difetti? Mi aiuti a correggerli? A parte che dovresti farlo da solo, adesso sono molto impegnato, domani sono tutto il giorno in ufficio, dopodomani devo andare in ospedale, martedì mamma mi aspetta per fare delle commissioni. Non so proprio quando potremo risolvere il tuo (non è mai nostro) problema.

Tu intanto sii normale. Anche a vita se necessario. Qualche briciola di soddisfazione, se mi avanza però, può darsi che ti arrivi. Ed attento sai a non lamentarti. La rimozione è temporanea!  .

La maschera

Anticamente gli attori del teatro greco e romano usavano indossare una maschera durante le rappresentazioni teatrali. Se la commedia aveva uno trama tragica la maschera era piangente se ne aveva una comica era sorridente. Essi nascondevano il loro volto, non avevano mimica e trasmettevano le emozioni solo con le parole.

Oggi, con il progresso, le maschere sono cambiate. Non sono inespressive come quelle degli attori greci e latini, sono fatte di carne, di pelle e di ossa. Oggi esistono persone capaci d’indossare una maschera con la quale forniscono al mondo una visione diversa di loro e di quello che provano.

C’è la maschera per coppie felici.

È un ultimo modello ed è molto richiesto dal mercato. Sapete, ci possono essere molti motivi per utilizzare questa maschera: conservare la pace familiare a tutela dei figli, mostrarsi in pubblico felici per non distruggere la carriera professionale di uno dei due, non far dispiacere parenti ed amici, poter usufruire di quel poco di buono che ha l’altro per posizione o collocazione sociale.

C’è la maschera del bravo coniuge.

Molto utilizzata da chi tradisce il proprio partner avendo nel cuore un’altra persona, È un modello “vintage” era molto in voga all’inizio dell’utilizzo sulla Terra di questi meravigliosi strumenti sociali.

C’è la maschera del buon amante usata, al contrario, con una persona con la quale si fa sesso ma la si illude sul futuro. Molto utilizzata risulta anche la maschera del buon amico i cui utilizzi sono praticamente infiniti.

Utilizzabile ed utilizzata per accoltellare alle spalle un concorrente in qualche cosa, se il concorrente è un amico, assolve anche ad una funzione mimetica.

La maschera del buon amico è utilizzata moltissimo anche per rubare la donna ad un altro, non necessariamente amico, per trarre in inganno sulle intenzioni reali che si hanno e per tanti altri motivi. Di maschere ce ne sono una infinità. Di tutti i tipi e per ogni occasione.

Il problema che si pone, però è questo: le commedie greche e romane avevano un inizio ed una fine ed alla fine l’attore mostrava il suo viso. Queste maschere “di vita” che si indossano “a vita” consentiranno mai alle persone di mostrare il loro vero viso? Le loro vere emozioni? Oppure facciamo parte di una umanità che vive nell’ipocrisia più assoluta e becera?

Ognuno di noi vive vicino a qualcuno che non è quello che pensa o che non nutre i sentimenti che dice di nutrire o che non fa quello che ti aspetti debba fare.

Un mondo falso, un teatrino, dove la finzione si mescola alla realtà senza lasciarti mai capire chi hai veramente di fronte.

Guardando il soffitto che scorre

Era da tanto che non mi capitava: l’odore di disinfettante, le luci bianche, la cuffia in testa. Ed una sensazione su tutte le altre: guardare il soffitto che scorre mentre qualcuno ti spinge su di una barrella. Potrà sembrare una cosa stupida ma pensateci: quando mai il soffitto lo vedi scorrere se non sei in Ospedale o Clinica che sia?

Ed è una sensazione strana, direi cinematografica, come quando vedi i film nei quali al protagonista scorre la vita davanti agli occhi o quando ci sono quei flashback montati ad arte mentre nell’azione vedi qualcuno portato di corsa in sala operatoria coricato su di una barella.

La Sala Operatoria. Tutto sterile, tutto pulito, tutto perfetto. Passi mille porte prima di arrivarci, una volta ho visto passare un paziente per una sorta di passavivande: affinché l’immonda lettiga non avesse a transitare nella zona sterile, nel Sancta Sanctorum del nosocomio.

Dopo mille involontarie frequentazioni oggi arrivo e mi metto a scherzare con il chirurgo, l’infermiere, l’anestetista. I casi della vita mi hanno portato ad avere una particolare confidenza con il mondo medico, tutti coloro che oggi mi curano sono anche miei cari amici, ma le prime volte..,sei preoccupato, un po’ impaurito e quando arrivi in sala operatoria senti persone che scherzano, ridono e …lavorano. Non c’è niente di male, sia chiaro, ma tu arrivi con una tensione tale che ti chiedi perchè il mondo non è concentrato sulle mie sventure e non è coralmente preoccupato con me e per me che mi trovo qui? Un’allegra combriccola di amici.

Poi l’anestesia, il maledetto ago-cannula che ti infilano sulla mano o sul braccio che sembra ti infilino un tubo su per il braccio e non uno strumento per iniettare farmaci ed altre misture. E poi quel farmaco dal colore bianco che quando ti entra in corpo ti lascia giusto il tempo per dire: “ci vediamo dopo” prima di condurti all’incoscienza,

E quell’addormentarsi…una sensazione strana e affascinante nello stesso tempo, il torpore inizia dalla testa ed inizi a sentire i tuoi pensieri che si diluisconio in una indistinta incoscienza, la bocca si impasta e senti come un peso nella testa che non è doloroso nè fastidioso ma solo soavemente rilassante e che quando arriva agli occhi te li fa chiudere e passare all’incoscienza.

Il risveglio, almeno per me, è molto mutevole a volte mi sveglio in preda a crisi di panico, altre volte sereno come non mai. Ieri pomeriggio mi hanno detto che ho fatto il pazzo. Volevo strapparmi l’ago cannula, togliermi il catetere, scendere dal letto. Chissà in quei momenti cosa ti si agita nella testa, cosa succede, quali combinazioni chimiche avvengono che ti portano a svegliarti pazzo o sereno,

Sono a letto ma non riesco a dormire, tante cose me lo impediscono, guardo il soffitto e mi chiedo: “perché non scorri”? Perché nessuno mi sta portando in quel posto dove trovo sempre un dolce riposo?

Il destino

Prega perchè avvenga, sentiti più forte per superare i momenti difficii, confida in Dio, confida in te stesso, confida nel tempo che è cavaliere, confida in un qualche cosa insomma.

Quante volte ci siamo sentiti dire queste cose come rimedio dei problemi che vivevamo. Quante volte chi ci ha inflitto dolori indicibili si è rivolto a noi invitandoci a “farcene una ragione” ed a confidare in qualcuno o qualcosa.

Stiamo tutti a cercare la chiave che risolva tutti i problemi, stiamo tutti, da sempre, a cercare un rifugio per le nostre delusioni ma, principalmente, stiamo sempre a cercare di dimostrare a noi stessi che le realtà sgradevoli possono essere in qualche modo tramutate in opportunità o cose positive

Una persona viene licenziata? Non c’è problema, c´è chi prega Iddio per riavere il posto di lavoro e chi crede che può cambiare il suo destino rafforzando sè stesso. Alla fine, quasi sempre, nulla cambia, i miracoli, si sa, sono rari e la propria forza non può convincere quel datore di lavoro od un altro a darti un lavoro.

Nell’amore, nei sentimenti, è lo stesso: la persona che ami non ti ama più o non ti ha mai amato? Preghi, cerchi di cambiare il destino ma, alla fine, il più delle volte, se l’altro non condivide il tuo sentimento, non puoi farci nulla.

La vita è fatta di relazioni. La nostra esistenza è tutta una questione di relazioni. Non si è quasi mai da soli a poter determinare quello che si vuole e, se ti manca l’altro, cosa puoi fare? Nulla.

Non puoi cambiare circostanze oggettive, non puoi modificare proprio nulla.

Ma così non abbiamo speranze allora! Non è del tutto vero. Siamo fatti per sopravvivere, e le cose passano, ci vorrà una anno, ci vorrà una vita ma passano (a meno che non sei un folle e non commetti follie, ma credo di rivolgermi a persone con un super-io abbastanza forte) e così tutto si metabolizza ma, come le ferite, le cose si rimarginano lasciando delle cicatrici i cui cheloidi fanno male ed imbruttiscono e, nel tempo, la tua anima ferita ne ha talmente tante che non riesce più a muoversi senza dolore ed in questo processo cicatriziale sei solo a dovertela sbrigare. Anche qui nessuno ti aiuta.
E qui sta la verità di fondo. La vita è fatta di relazioni, è vero, ma si nasce soli, si soffe soli e si muore soli.

A questo problema non esiste soluzione. Dobbiamo avere solo la consapevolezza che è così: che siamo soli. E prepararci a vivere con un sottofondo di dolore latente ma immanente e ineliminabile.

I sentimenti

La vita è vita se ci sono dei sentimenti, l’uomo è tale se ha dei sentimenti, le macchine non hanno sentimenti, i robot “vivono” e lavorano senza provare sentimenti. Eppure la persone, specialmente oggi, vivono una non vita avulsa dai sentimenti. Li reprimono, se del caso, a volte ne hanno terrore, altre volte li mettono in un cantuccio, li ripongono, credendo siano un segno di debolezza. Non si ama più, si fa sesso ma non si ama, non si sente il bisogno irrefrenabile di dire: “ti voglio bene” ad una persona. “ma che sono queste smancerie!”, “e basta dai!”, “sei adolescenziale”. Così come si perde il gusto di vedere il mondo con gli occhi sorpresi di un bambino, alla stessa maniera si ritiene che l’età adulta debba essere priva di quest’orpello pesante ed inutile che sono i sentimenti. “Ho da pensare a ben altro io”, “mi sono rovinato/a la vita per starti vicino, adesso basta”, “il nostro stare insieme mi ha represso”, “per colpa tua non ho vissuto per tanti anni”, “voglio una nuova libertà”, E prendetevela questa libertà, vivete, pensate a quello che volete, non rovinatevi la vita. Si reprime l’amore così come si reprime l’odio o l’antipatia o la semplice voglia di non stare più insieme. Si reprimono i sentimenti e così si reprime la vita.

Nonostante ce la metta tutta non riesco a capire il perché. A volte è la carriera, a volte è il bisogno di far soldi, altre volte è la paura di quello che gli altri possono dire o pensare. Vedo molti uomini e donne di oggi. I trentenni, i ventenni. Alcuni sembrano imbalsamati, larve chiuse in bozzolo dal quale non vogliono uscire, prigionieri degli strumenti che dovrebbero facilitargli la vita, si dibattono in un loro microcosmo senza passioni e senza anima. Vedo molti adulti, sopraffatti dalle delusioni chiudono il loro cuore invece di tenerlo disperatamente aperto. Preferiscono la sfiducia alla ricerca della gioia, non sanno capitalizzare le esperienze passate per i loro aspetti migliori ma scaricano antichi rancori su chi hanno più vicino. Il tutto per crearsi una corazza per non sentire ancora male che però, alla fine, serve solo per conservare un corpo senza anima.

Invece di lasciarsi andare, invece di lasciarsi carezzare il cuore e l’anima dalla brezza dei sentimenti.

Mai abbandonarsi è l’imperativo categorico. Non devo, non voglio correre rischi. Non ci si rende conto che così facendo si crea un gorgo che ingoia il futuro ed il passato migliore. Quello che si faceva a vent’anni non si fa più. Perché sono diventata/o grande. Quello che piaceva all’inizio non piace più. Perché con il tempo i gusti mutano.

La vita a me sembra degna di essere vissuta solo se provo un tonfo al cuore pensando ad una persona, solo se mi emoziono pensando al ritorno a casa, solo se sento un trasporto invincibile.

Mi sembra tale solo se la riempio di sentimenti.

Il totem

Il totem ovvero, secondo Wikipedia: “una entità naturale o soprannaturale che ha un significato simbolico particolare per una singola persona o clan o tribù”. Ovvero ancora, a giudizio di chi scrive, quando l’idea di una cosa prende il sopravvento sul buon senso e la “temperanza” di platonica memoria cede il passo alla intemperanza dei nostri tempi, quando l’idea diventa ideologia e l’opinione dogma.E così si rifiuta la discussione, si diventa ciechi e si perdono le cose più importanti di cui siamo in possesso per poter crescere ed arricchire la nostra conoscenza: il dubbio, la curiosità e la consapevolezza dell’enorme ignoranza tipica dell’essere umano. Si perde cioè quella molla rappresentata da quel meraviglioso pensiero Socratico che recita: “io so solo una cosa: so di nulla sapere”. Quando si ha un totem, il tutto è nel totem, non hai bisogno di nient’altro se non del tuo totem. Il totem non si discute, non si migliora, al limite si abbellisce affinché il proprio totem sia più bello di quello degli altri ma rimane totalizzante, nel totem c’è tutta la conoscenza di cui si ha bisogno e guai metterlo in discussione.

La religione può essere un totem, la politica può essere un totem, tutto ciò che non ammette discussioni è un totem. L’etica è un totem e le dittature, infatti, rappresentano lo Stato etico per eccellenza dove il comportamento è uniformato, dove non si discute dove il dittatore è egli stesso il totem.

I signori del “no” con i loro Comitati trattano le loro idee come dei totem, i rivoluzionari sono adoratori di totem, i violenti che impongono le loro idee agitano i loro totem come clave per uccidere e distruggere.

Ci sono poi i totem per tutti i giorni, piccoli totem tascabili, convinzioni radicate ed inossidabili e tutti noi abbiamo un totem nascosto nell’animo. Mia madre ha Napoli: lei non vede difetti e non accetta paragoni, una mia amica ha la sua casa: per lei è una conquista e non si può mettere in discussione sarà bella in eterno anche se completamente sfasciata, un mio amico ha la sua squadra di calcio: è sempre la migliore anche se perde tre partite di fila.

Liberiamoci dei nostri totem, accettiamo la discussione, mettiamoci in gioco ed in discussione ogni giorno, facciamoci rodere dal dubbio, cerchiamo la conoscenza.

Il totem è prigione, il totem non è libertà il totem era tipico delle società primitive e ci si rifugiava quando non si riusciva a comprendere i fenomeni dell’universo.

Noi non ne abbiamo bisogno, esseri umani del terzo millennio dobbiamo essere bambini nella ricerca della conoscenza e saggi anziani nell’affrontare le discussioni, capaci di accettare gli insegnamenti di chi sembra meno “in gamba” di noi e di ascoltare anche chi non la pensa come noi.

Usciamo dal tronco d’albero cavo trasformato in totem e lasciamoci carezzare il viso dal vento della conoscenza e trasportare dall’uragano delle emozioni che la conoscenza ci trasmette.

Il vecchio ed il bambino

Le auto strombazzano con i loro clacson come di consueto, la polvere, lo smog, l’odore della fogna che corre, scoperta, vicino al grattacielo ti appesta l’aria, quell’aria che alle 10 del mattino è già calda in questa estate africana.
E mentre fumi una sigaretta con un amico sul “limitar dell’uscio” del tuo ufficio ecco che compare lui. Incurante del traffico, dello smog, del cattivo odore, incurante anche del caldo compare il vecchio. E’ scarno, le ossa del bacino gli sporgono paurosamente dai fianchi, ha le gambe esili, un torace che sembra tu gli possa fare una radiografia soltanto mettendolo controluce, la testa è assolutamente calva e la nuca, pronunciata all’indietro, le fa assumere una forma ellissoidale. Le braccia sono due stecchini, puoi facilmente riconoscere l’ulna ed il radio del suo braccio. Una pancetta, appena pronunciata, non è sufficiente a mutare l’impressione che percepisci dal complesso del suo corpo che sembra più un vecchio tronco di ebano nodoso e forte che un vecchietto debole ed in fin dei conti indifeso. Trotterella vicino a lui un bambino, l’aspetto insolente, un sorriso di quelli che illuminano un volto che fa da contrasto all’austera serietà del vecchio che s’avanza appoggiato ad un vecchio bastone. Gli trotterella intorno con un panno acconciato in modo inspiegabile in modo da diventare un indumento intimo. Il bimbo corre e guarda il vecchio mentre gli altri passanti non fanno nemmeno caso a loro. Solo io, il mio amico anch’esso italiano ed un collega americano ci guardiamo stupiti e ci chiediamo: “ma questi due da dove vengono?”. Sembra di vivere ad un tratto una scena di Jumanji il film con Robin Williams nel quale, per magia, da un gioco da tavolo escono animali della savana e suoi abitanti. Chissà da quale villaggio proviene, chissà quanti chilometri ha percorso con il bimbo, a piedi scalzi, per arrivare in città chissà per fare cosa. E lo immagino, il vecchio, mentre impreca per il fatto di doversi recare in quella bolgia infernale di città nella quale ci vogliono 3 ore per fare 16 chilometri. Ed il bimbo che lo accompagna, più custode che custodito, attento ma con quella esuberanza tipica dell’età che non gli impedisce di girare intorno al vecchio come se facesse una danza. Li ho visti e mi chiedo: ma è giusto che questa città, questo mondo, questo modo di vivere che ci ostiniamo a definire “avanzato”, uccida le tradizioni, i modi di vivere e di morire degli altri? L’Africa non è i grattacieli di Luanda, non è il traffico simil-napoletano, non è puzza di gas di scarico. L’Africa è spazio, sconfinato, verde, meraviglioso. L’Africa è luce, diversa, è più luce delle altri luci del mondo così come il buio è più buio degli altri buio del mondo.
Torno in ufficio con la figura del vecchio ancora davanti agli occhi. L’interrogativo resterà tale, già lo so, domanda sottesa ad ogni mio pensiero in questi luoghi.

Il materasso

Lei scese dalla camera da letto raggiante come non mai. Gli amici presenti rimasero meravigliati ed il marito, tra l’interdetto e lo stupefatto si chiedeva i motivi di tale gioia. Pensandoci, non scorgeva ragioni sufficienti per essere così contenta. Di performance sessuali neanche l’ombra, erano arrivati, avevano dormito, niente di più, che cos’era che rendeva felice questa donna? Il mistero fu presto svelato: “Ragazzi” fu l’incipit “Stanotte ho dormito di un bene che non avete idea, il mio materasso era diviso da quello di mio marito!”. Tutti tirarono un sospiro di sollievo e la guardarono compiaciuti e del resto tra le varie parti del corpo danneggiate, era come vincere ad una lotteria sentirla decantare una notte piuttosto che lamentare qualcosa. “Finalmente ho potuto dormire senza che i movimenti di chi mi dorme vicino mi disturbassero e poi, quel materasso, bello duro, quel materasso, tanto duro e comodo che la mia schiena mi ha anche dato tregua!” Il marito era, tuttavia, un po’ in apprensione: non aveva ancora sentito nulla che lo riguardasse e la cosa lo preoccupava. Che so del tipo “Tutto ok, peccato che quel rompiscatole di mio marito ha russato tutta la notte” oppure altre intime confidenze riguardanti flatulenze varie o altri suoni provenienti dall’apparato digerente ma emessi dalla bocca. Invece fu graziato, la gentil consorte sorvolò sulle prestazioni gassose o comunque aeree del marito archiviando il tutto con “e meno male che mi sono addormentata subito, che non ho sentito più nulla”.
Il discorso poi filò liscio, passando per un cuscino di piume che inizialmente l’aveva spaventata ma che poi si era rivelato un gran tesoro per poi passare alle solite chiacchiere su figli e amici dei figli, programmi ed impegni.
“Coniugo”. Il marito, Avvocato di grido del Foro di Milano, ripeteva tra sé e sé la magica parola coniugo ricordando quella lezione sul Diritto di Famiglia con il suo cattolicissimo professore di Diritto Privato che gli sottolineava l’intima essenza di quella parola “coniugo” cioè unire, cioè unire l’uno nell’altro, cioè creare una fusione, una cosa sola, non una unione, ma una sola cosa. Pensava, il povero Avvocato, all’importanza di quella parola, al suo superbo significato: l’unione di due cose sicché non siano più due ma una sola. E poi pensò al materasso.
Se io mi muovo e tu ti muovi siamo uniti, se io mi muovo e tu no, non siamo uniti, se godo nel sentire il tuo respiro o qualsiasi altra cosa da te provenga, siamo uniti, se mi infastidisci siamo separati, se non faccio caso ai tuoi movimenti perché sono i miei movimenti siamo uniti, in caso contrario siamo separati, se il vecchio materasso matrimoniale fa “il buco” al centro e ci caschiamo dentro abbracciati non è forse bello? Non è forse questa la quint’essenza del matrimonio?
Lei invece aveva inneggiato alla separazione del materasso, non alla unione di esso. A dire il vero la separazione era un concetto che lei aveva nelle corde sin dai primi momenti del loro matrimonio. L’avvocato ancora ricordava con divertita tristezza, si proprio così, divertita tristezza, come quando ridi per una battuta “noir”, della perentorietà, della certezza e della determinazione con la quale lei, quando si trattò di scegliere, si espresse sulla separazione o sulla comunione dei beni. Non sia mai che le mie cose possano essere messe in comunione con le tue. Quello che colpì l’Avvocato non fu il desiderio della moglie di approdare alla separazione dei beni, cosa assolutamente condivisibile, una scelta che avrebbe fatto anche autonomamente, quanto lo spirito con il quale lo disse. Non si voltò verso il futuro marito cercando la condivisione della scelta, un gesto di accordo, qualcosa, insomma, da fare in due, bensì lo disse lei con la veemenza di chi afferma un principio e difende qualcosa dall’estraneo che, in questo caso era quello che sarebbe dovuto divenire “una sola cosa” con lei. All’epoca non disse: “cominciamo male” ed ora si chiedeva se non fosse stato un errore.
Pensò al materasso, l’Avvocato, e tristemente iniziò a prendere coscienza del fatto che quel “coniugo” non era poi, come diceva il cattolicissimo Professore, una fusione così…fusa ma un qualcosa di facilmente separabile, bastava una casa, un’altro o un…materasso.

Una donna

Ha le mani piccole e le dita affusolate. Se le guardi sembrano le mani di una pianista. La sua pelle è delicata, se ti carezza ti sembra di essere toccato dalla piuma di un airone. I suoi occhi sanno passarti da parte a parte e fulminarti o ti ci puoi perdere dentro come in un gorgo che ti risucchia in un vortice di tenerezza. Non è alta, non è appariscente ma, se ti guarda perché sente qualcosa per te, sa ammaliarti come le sirene di Ulisse. Sa essere leggera come una piuma che ti carezza il viso e dura come un maglio di ferro. E’ una donna senza fronzoli. E’ essenziale. Va dritta a bersaglio, non ama i giri di parole, o è bianco o è nero, non conosce le mezze misure, non conosce le ipocrisie. Sa essere amabile ma sa essere anche tranciante. E se ne frega delle conseguenze. Ed anche se è giusto o no. Qualsiasi cosa faccia la fa bene, non conosce il fallimento, è sistematica, trainante, approccia i problemi con assoluta razionalità e va avanti, sempre, imperturbabile, se vogliamo senza pietà.
E’ madre, sembra sia nata per essere madre, ama essere madre, sa essere madre come nessuna donna che conosco è capace di esserlo, compresa mia madre, ed i frutti sono dei figli in cui domina serenità ed equilibrio.
Ci si potrà chiedere se per caso sia la donna perfetta, anzi l’essere umano perfetto. Non lo è. Tutti abbiamo dei difetti, e lei non ne è esente. La sua razionalità, il suo dividere in bianco e nero le cose, le tolgono la possibilità di lasciarsi andare, di abbandonarsi, di essere capace, ogni tanto, di non pensare. E questo le toglie il piacere (per chi lo apprezza) di fare follie e di accettare le follie altrui.
Ha una sua via, non l’ha scelta coscientemente, ce l’ha nei suoi geni e la segue con caparbia, inusuale ed intima convinzione. Ha un suo modo per fare e sentire tutto e poco male se, il suo modo, non piace o non è capito da chi le sta vicino.
Ma non è questo il momento delle cose sgradevoli, ora voglio solo inneggiare alle cose più belle.
Non è facile conquistarla, è difficile conservarla e, per me, è impossibile farne a meno.
La conosco da quasi trent’anni ed infinitamente la stimo.
Perdere irrimediabilmente la sua stima significherebbe la fine.
Sono quasi trent’anni che la conosco ed infinitamente la amo.
Ora che sono lontano mi manca terribilmente e più mi manca, più prendo coscienza di quanto la amo.
E’ difficile amarla ed essere da lei amato, ma riuscirci ti da la stessa impareggiabile sensazione di successo che ti da la conquista di una montagna.
Qualunque cosa accada domani, ora so che non potrò mai smettere di stimarla, di amarla e di desiderare, struggendomi, di essere da lei amato.
Questa donna è mia moglie e la mia storia con lei è iniziata così come avevo sognato iniziasse una storia d’amore: per caso.
Continua così come da sempre ho sognato continuasse una storia d’amore: come fosse il primo giorno.

1984

Era d’estate, a giugno, la solita, calda, estate siciliana, quando mi telefonò il Sindaco.”Caro Tenente”, mi disse, “venga a pranzo da noi, oggi è domenica e lei è solo qui in paese” ed io ci andai. Ho ricordi confusi di quel giorno, c’era tutta la famiglia del Sindaco, un lungo tavolo con una altrettanto lunga tovaglia bianca, mi ricordo che eravamo fuori e l’afa estiva era insopportabile, mi ricordo la confusione, il chiacchiericcio di questa tavola lunghissima, un cibo divino. Frasi di circostanza, trattamento di riguardo, ospitalità squisita. Fu la prima volta che ci vedemmo ed io seppi che c’era anche lei solo molti mesi dopo. Solo molto tempo dopo ho scoperto che fu in quel giorno che lei mi notò e che cominciai a piacerle. Me ne andai senza rendermi conto che avevo pranzato con la mia futura moglie!
Venne poi luglio, conclusi un’indagine importante con successo, ed il Comandante da Palermo mi disse che sarebbe venuto a trovarmi. Io ero fremente per partire in licenza, dovevo farlo il 10 agosto, ed invece per aspettare il Comandante non riuscii a partire. C’era mia madre in Sicilia con me, c’era anche mia nipote, ed a fine luglio eravamo stati ospiti nella casa del Sindaco al mare. Fu allora che conobbi la mia futura suocera. Si rammaricava, poverina, del fatto che sarei partito di lì a poco e non avrei avuto l’opportunità di conoscere suo marito, fratello del Sindaco ed Avvocato della Banca d’Italia, del quale il primo favoleggiava ogni volta che ci vedevamo, e la figlia che sarebbero arrivati per la festa del paese che si svolgeva, come ogni anno, nella settimana di ferragosto. Io, con frasi di circostanza, mi scusai e dissi che purtroppo avevo troppi impegni per poter rimanere a Ferragosto a Lercara Friddi. Ed invece ci rimasi. E fu così che conobbi la mia futura moglie, o meglio, pensavo di conoscere solo in quel momento questa ragazza con la quale, in realtà, ci avevo pranzato due mesi addietro. Arrivarono, lei ed il padre, nel pomeriggio della giornata clou della festa, era prevista l’esibizione di Toto Cotugno nella sera ed io scesi dalla mia casa che stava nella Caserma dei Carabinieri all’ingresso del Paese quando ormai era quasi buio. Mi aspettava il mio amico Sindaco, che mi aveva chiamato, e saremmo dovuti andare in una casa nella Piazza principale del Paese da dove si poteva godere della migliore vista possibile del palco. Lei con il padre, la madre, il fratello e lo zio erano nella strada affollata dagli emigranti che venivano dal Belgio, dove continuavano a lavorare in miniera, io scesi con mia madre e mia nipote e fu così che la vidi per la prima volta, o meglio per la prima volta di cui ho memoria. Nello scuro, chissà perché, la prima cosa che notai fu che aveva un gran sedere. Chissà perché ho questo ricordo ma dissi due cose: “Cavolo una volta che viene una ragazza in questo posto sperduto che mi arriva? Una culona!” e subito dopo: “E comunque è una ragazzina ed è pure la nipote del Sindaco, quindi nessun pensiero!”. Fu così che dopo un rapido saluto mi rivolsi al padre, al mio futuro e mai abbastanza amato suocero, ritenendolo più “vicino” e più “adeguato” alla mia età ed alla mia carica istituzionale. E poi, figurarsi, andare in giro con una ragazzina, chissà in paese cosa avrebbero pensato. Non posso negare che la voglia di parlare con lei c’era, la vedevo come l’unica cosa che era più vicina al mio mondo, ai miei ricordi, agli accenti che conoscevo e che mi erano familiari, ma l’età, la parentela, come facevo? Il culone? E chissenefrega? Parlarci non significava mica farci l’amore o sposarmela. Mi colpì, quel giorno, quella sera, la sua determinazione, il confronto con i genitori per un motivo che non ricordo distintamente ma mi sembra fosse connesso al fatto che quella vacanza siciliana proprio non le andava giù. Fu così che tutti ci incamminammo verso la piazza. Tuttavia, la notorietà della famiglia ed il fatto che il padre non tornava al paese d’origine da molto tempo determinò l’effetto che non si riusciva a muovere passo senza che qualcuno non salutasse l’Avvocato per cui piano, piano, fui sostituito da una torma di persone e mi trovai a camminare da solo. Mia madre parlava con la mia futura suocera, mia nipote giocava con il mio futuro cognato ed io ad un certo punto mi ritrovai a parlare con lei. Mi sorrideva Antonella, mi sorrideva come solo lei sa sorridere, un misto di dolcezza rassicurante e consapevolezza di sé, di sicurezza e di spavalda voglia di vivere.
Iniziammo a parlare con io che ero abbastanza distratto, nervoso per il fatto che non riuscivo a stare in compagnia del padre per la folla, per i saluti di circostanza da rendere, ma non ero poi dispiaciuto di parlare con lei, finalmente parlavo con una persona che proveniva da una città, giovane, simpatica, una persona che aveva visto abbastanza mondo e non era stata rinchiusa negli stretti confini di un paese dell’interno della Sicilia. Ma tutto potevo pensare, tutto mi immaginavo tranne che mi fossi potuto innamorare, fidanzare e poi sposare quella ragazza.
Proprio non ci pensavo.
E così camminando, parlando, arrivammo nella Piazza, salimmo in quella casa e ci accomodammo sui balconi per assistere allo spettacolo. Chiaramente la sistemazione era organizzata per importanza, il Sindaco, il fratello e sua moglie, mia madre, la nonna di mia moglie.
Ora non ricordo, non ricordo se cedetti il posto ad una signora o se me ne andai volontariamente ma ricordo perfettamente che ad un certo punto mi trovai non più sul balcone ma ad una finestra laterale e che a quella finestra c’eravamo in due: io e Antonella.
E fu così, in semplicità, che continuammo a parlare, che continuai a parlare con lei che mi sorrideva alla sua meravigliosa maniera nell’attesa dello spettacolo. E ci dicevamo, in quei momenti, della jattura di stare ad ascoltare quella musica “nazional-popolare”, del fastidio di quell’ambiente troppo ingessato, formale, un po’, lo trovavamo, da sepolcri imbiancati e poi parlavamo, parlavamo, parlavamo tanto e ci si conosceva, ci si esplorava vicendevolmente con Antonella, che forse già aveva deciso che sarei stato l’uomo della sua vita ed io, invece, che apprezzavo quella “ragazzina” 17enne così piacevole ma che non prendevo nemmeno in considerazione la possibilità di uno “stare insieme”, dall’alto dei miei 24 anni e della mia posizione di Tenente dei Carabinieri. La piazza era gremita, tutto il paese era lì ed il concerto era appena iniziato quando mi accorsi che tra sorrisini ed ammiccamenti molti della folla, invece di ascoltare il concerto, erano concentrati a guardarci, a noi due che eravamo alla finestra.
Fu così che le dissi una frase che oggi mi suona come felice premonizione: “Guardali, per quelli, domani saremo già fidanzati”. Mi rispose con un sorriso che le illuminò il volto ma che non perforò il disinteresse che mi ero imposto a prescindere da qualsiasi input esterno.
La serata finì, ci vedemmo di sfuggita qualche altra volta durante il periodo della festa del paese e poi lei tornò a Palermo. Le dissi “…fatti sentire se vuoi…” e lei pochi giorni dopo mi chiamò. Io andai a Palermo, pensavo di uscire con lei e qualche sua cugina ed altra gente, ma comunque le chiesi di vederci in una via non troppo vicina alla casa della nonna, perché volevo che nessuno mi vedesse uscire con lei. La trovai, in effetti, con la cugina la quale, però, appena mi vide mi disse: “ah, sei arrivato finalmente, ora posso andare…” lasciandomi solo con lei e…con la radio gracchiante che mi ero portato dietro per restare in contatto con il mio ufficio. Era un tempo nel quale i cellulari non esistevano ancora.
Un gelato a Mondello, una passeggiata, quattro chiacchiere. Niente di più. Se devo essere sincero, contro ogni logica deduzione, mi trovavo in uno stato nel quale quasi mi rifiutavo istintivamente di pensare che Antonella potesse avere un qualsiasi interesse per me, così come mi rifiutavo di pensare di poter io avere un qualsiasi interesse per lei. Comunque la vacanza siciliana finì e lei e la sua famiglia tornarono a Roma mentre io, finalmente, me ne andavo in ferie.
Sul finire delle ferie dovetti andare a Roma, alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, dove dovevo ritirare un certificato di studio. Andare a Roma e telefonare al padre di Antonella fu un tutt’uno, non volevo che i contatti si affievolissero, ritenendo lui un’amicizia da coltivare piuttosto che per rivedere lei, e così gli chiesi d’incontrarlo. Mi aspettavo, sinceramente, che ci vedessimo in Banca d’Italia ma lui insistette nell’invitarmi a casa. Fu così che conobbi la casa di lei. Ci arrivai facilmente, conoscevo bene Roma, e lui mi accolse con la solita, stupenda ospitalità. Mi ricordo che quando arrivai fu tutto un chiudersi di porte per poter isolare la zona del salone dal resto della casa, ci accomodammo su due divani posti uno di fronte all’altro e cominciammo a parlare del più e del meno. Non mi ricordo i contenuti della chiacchierata ma mi ricordo che sul finire di esso comparve Antonella. Un saluto veloce, nulla di più, lei stava uscendo per andare dai suoi amici, mi ricordo soltanto che era elegante che sembrava stesse andando ad una festa, non parlammo molto, ma l’incontro finì con una frase che forse segnò il nostro destino, pronunciata più per cortesia che per altro ma che però fu presa molto sul serio: “Se vieni ancora in Sicilia fatti sentire”. Me ne andai da Roma senza pensare minimamente a quello che poi sarebbe successo.
Tornai in Sicilia, la vita scorreva come al solito e venne ottobre, il 4 era il mio onomastico e trovai un biglietto d’auguri che si concludeva con: bacioni Antonella. Furono forse quei bacioni che mi indussero, per la prima volta, a pensare che qualche cosa, forse, tra noi lei volesse che accadesse. Il 15 novembre, il giorno del mio 25° compleanno la Centrale Operativa della Tenenza di Lercara Friddi mi chiamò dicendomi: “Signor Tenente c’è la signorina Ferrara che chiede di lei”. Antonella mi telefonava per farmi gli auguri e fu dolcissima ed affettuosissima. Fu così che arrivò l’8 dicembre. L’Immacolata Concezione, giorno festivo. Nel pomeriggio Antonella mi telefona: “Sono a Palermo, ci vediamo?” ed io: “Ah che piacere certo!”. In realtà ero dominato da una paura folle: i soliti pensieri: ma ha solo 17 anni, io ne ho 7 di più di lei, è la nipote del Sindaco, non posso averci una semplice avventura, come farei a presentarmi davanti al Sindaco e così via. Tuttavia ci accordammo per vederci ed io attuai ancora una volta la mia tecnica elusiva finalizzata a nascondere questi incontri alla sua famiglia: “Vediamoci in Piazza Verdi, sotto il teatro, sai è la zona che conosco meglio” Splendida bugia per non vedermi costretto ad andare a prenderla sotto casa avendo paura di essere visto. L’appuntamento era fissato per le sei del pomeriggio, se non ricordo male, e lei ebbe un po’ di ritardo, ormai era buio ed io mi ero accomodato nella macchina comodo nell’attesa. Ad un tratto arrivarono due furie: Antonella e la madre, salirono in macchina velocemente, Antonella dietro e la mamma davanti e mentre io cercavo di riprendermi dalla sorpresa imbarazzato come non mai sentii che l’animata discussione verteva su di un unico argomento: il ritardo all’appuntamento. Io, quasi balbettando, salutai ambedue, mi ricomposi ed aspettai un qualche segnale su cosa dovessi fare. La mamma mi dice “Francesco, puoi portarmi da zio Roberto?” io le risposi: “Certo, ditemi dov’è” ed aspettai le indicazioni mentre l’imbarazzo si moltiplicava per mille pensando in che guaio mi stessi ficcando. Neanche il tempo di partire con la mia macchina che la mia futura suocera apostrofa così, in finale di litigata, la figlia: “Antonella adesso basta! Non posso essere complice delle relazioni con i tuoi ragazzi, sto andando di proposito da zio Roberto per consentirti di uscire con Francesco, io stavo a casa, mi hai obbligato ad uscire perché avevi l’appuntamento ed ora ti lamenti pure per il ritardo!”. A dicembre a Palermo non fa freddo come sulle Alpi ma comunque non è che siano i tropici, eppure io stavo sudando! Ero diventato il suo ragazzo e nemmeno lo sapevo! Pensando se crocifiggere Antonella o semplicemente spararle con la pistola d’ordinanza obbedii all’ordine e, seguendo le istruzioni della mamma arrivammo da zio Roberto. La lasciammo restando intesi che saremmo passati a riprenderla prima di cena non potendo, Antonella, restare a cena fuori casa.
Quando restammo soli accennai ad una timida protesta sulla pubblicità ed i contenuti di questa nostra amicizia ma Antonella mi guardò con quelli che io chiamo gli occhi fulminanti e mi degnò solo di una minima rassicurazione “ordinandomi” di non dare peso all’episodio.
Fu così che stabilimmo i rapporti di forza all’interno della coppia.
Girovagammo un po’ per Palermo e finimmo sul Monte Pellegrino dove su di un belvedere che dominava la città restammo a parlare per un po’ fino a quando io, carezzandola, non le diedi un bacio…sulla fronte!
E’ da quel bacio che io faccio iniziare la nostra storia. Un bacio “casto” di un ragazzo che finalmente cedeva le armi ed apriva il cuore ad un sentimento montante verso una “ragazzina” che con pervicacia lo aveva braccato fino alla sua caduta.
Fu quella sera che mi invitò alla festa dei suoi 18 anni che si sarebbe tenuta il 14 dicembre, a Roma, nel circolo del padre: il Tevere Remo. Il solo pensiero della festa, dei suoi amici, della possibilità di rivedere i genitori e di tante altre cose mi indussero ad escludere una mia partecipazione, non volevo essere bollato come “il fidanzato”, fu l’ultimo atto di ribellione verso l’amore che di lì a poco avrei dovuto ammettere che nutrivo per lei.
Quella sera fui possibilista ma sapevo che non ci sarei andato, e mi riservai di andarla a trovare durante le feste di Natale.
E venne Natale. Lo passai con i miei a Napoli ed il 27 ero lì a cercare come un disperato un regalo di compleanno per la mia futura moglie, prodromo di quella tragedia annuale durante la quale io non so che regalo farle mentre lei si aspetta che mi ricordi di un suo ammiccamento, di una sua parola su qualcosa che abbiamo visto insieme da qualche parte, in qualche tempo. il 28 avvenne l’appuntamento fatidico. Ci andai con un ombrello ed un portafoglio, due cose che, sinceramente, erano assolutamente inadeguate e comprate nel primo negozio che mi era capitato. A Roma pioveva ed Antonella mi aveva chiesto di passare a prenderla. Io le risposi che non ricordavo dove abitasse e che era meglio vederci fuori dal Comando Generale dei Carabinieri: “Sai, quello ricordo bene dov’è”. Come sempre allo scopo di non rendere troppo ufficiale questo inizio di relazione. Ma non avevo fatto i conti con Antonella. Questa volta puntuale, si presentò sotto la pioggia con la madre che l’accompagnava così come un Sacerdote porta l’agnello sacrificale all’altare. Imbarazzo? Di più! Mi sentivo come il bimbo pescato con le mani nella marmellata, scoperto, stanato. Velocemente salì in macchina. Aveva una mantellina scura, un trucco leggero e profumava di fresco e di donna. Ci abbracciamo e ci baciammo, questa volta non sulla fronte, e fu così che iniziò la nostra storia.
E mentre io la guardavo rapito mentre la baciavo, con i miei occhi che si perdevano nei suoi e che, tempo dopo, lei avrebbe battezzato come: “occhi da pesce morto”, con un candore che ancora non so se sadico o soltanto incosciente, mi disse: “Si, stiamo insieme, ma sappi che io amo un altro”.
Se m’avesse dato una mazzata in testa sarei stato più contento. Ma come, mi insegui per sei mesi, mi cerchi, tua madre al primo appuntamento mi battezza il tuo ragazzo ed ora mi dici che ami un altro?
Oddio, pensai, ma questa è matta. Incurante delle sue parole mi rituffai tra le sue braccia e le dissi velocemente che glielo avrei fatto dimenticare presto quell’altro anche se, in cuor mio, la stavo mandando a quel paese e stavo pensando soltanto a godermi quei momenti d’intenso petting.
Lo ricordo come se fosse ora, il va a quel paese che combatteva con il: “sarai comunque mia prima o poi” di quei momenti così come ricordo la totale obliterazione di quelle parole quando ci lasciammo. Mi rimase, di quei momenti, soltanto il suo meraviglioso sapore, il ricordo del suo profumo e del suo sguardo e…la mia carica ormonale che superava abbondantemente i livelli di guardia.
Il giorno dopo tornai in Sicilia. Ero triste e passai il Capodanno ad ascoltare i lamenti d’amore di una farmacista innamorata persa dello zio Sindaco di Antonella.
La sera del 28 mi aveva spiegato che non dovevo far caso alla mamma che l’accompagnava agli appuntamenti e che la mia presenza a casa sua non sarebbe stata vista come un fidanzamento, che era normale che i suoi amici girassero per casa, che la sua famiglia era molto informale e dovevo affrontare il nostro rapporto in rilassatezza senza farmi troppi problemi. Il risultato fu che la successiva Pasqua la trascorsi con lei e con i suoi nella casa al mare e che nella settimana santa riuscimmo anche a ritagliarci dei giorni da soli a Palermo nella casa che un amico mi mise a disposizione.
Ma quell’anno era il 1985, un altro capitolo di questa lunga storia d’amore.