Negli ultimi tempi la pubblica opinione e la politica si sono interrogati sulla legittimità morale dell’eutanasia e sulla legittimità di interrompere le cure o il mantenimento medico in vita di persone non coscienti o comunque non autosufficienti. In tutti i casi le ragioni di chi vuole porre fine alla vita di un altro si basano sulla volontà d’interrompere le sue sofferenze.
Io ora non voglio indagare se questo sia giusto o meno ma mi pongo una domanda: chi giustifica l’eutanasia lo fa pensando esclusivamente alle sofferenze fisiche. Perché nessuno pensa alle sofferenze psicologiche? Perché il male dell’anima non ha la stessa dignità del male fisico? Avete mai provato a sentire un macigno che vi opprime la mente, il senso d’impotenza nei confronti di un evento drammatico che non si può evitare? Vi siete mai alzati dal letto con la testa che vi scoppia perché la notte è stata drammaticamente agitata? Avete mai perso l’appetito, la voglia di ridere, di stare in compagnia, di ascoltare un amico che ti parla dei suoi problemi? Vi siete mai sorpresi a piangere senza una ragione apparente e la voglia di distruggere tutto ciò che vi sta intorno? Avete mai dovuto fingere di stare bene, magari fingere di essere anche allegri per non turbare chi vi sta intorno? Vi siete mai trovati ad essere rimproverati ed essere giudicati “pesanti” perché non riuscite a porre fine al vostro dolore psicologico e sentire, per questo, il dolore aumentare e non diminuire per il senso di colpa che si accoda comodamente dietro gli altri malesseri?
Quando senti queste cose l’unico desiderio che ti prende è quello di trovare pace, di non sentire più tutti quei dolori per di più tutti insieme, quei dolori che non puoi seppellire come quando ti muore una persona cara perchè vivono con te, ormai fanno parte di te.
Ed allora mi chiedo se non sia un atto di coraggio quello di sparire di scena, se non sia una vera ingiustizia quella di essere tacciati di vigliaccheria per il fatto di non essere rimasti a soffrire. Non a combattere, ma solo a soffrire, perché contro certi fantasmi non puoi combattere. O accetti di conviverci o sparisci insieme a loro.
In ogni cosa c’è una doppia lettura. Ed io lo so bene. Nella percezione che hai di te stesso ti senti una cosa importante e per molto tempo vivi con questa convinzione. Poi scopri che per altri, nello stesso periodo, sei stato invece un immaturo egoista anche un po’ farabutto. Allora perché dobbiamo leggere l’atto di “levare il disturbo” soltanto in un senso negativo che spazia da quello tipicamente religioso dell’offesa a Dio che ti ha donato il bene della vita a quello più laico della vigliaccheria, della fuga da un qualche cosa?
Nella cultura orientale, scevra dai sensi di colpa indotti dalle religioni confessionali, l’auto eliminazione è una cosa accettata, specialmente se in nome dell’onore. Penso ai giapponesi, al harakiri, ai kamikaze. Gente che s’immola non per andare in un Paradiso popolato di vergini e con fiumi dove scorre latte (chissà poi perché il latte), ma che crede che la nostra presenza su questo pianeta sia ripetitiva e tendente a perfezionarsi ogni volta di più.
Mi chiedo se a volte il porre fine alla propria esistenza non sia assimilabile ad una sorta di eutanasia, compiuta per non soffrire più. Mi domando se anticipare l’uscita di scena non ci permetta, in fin dei conti, di resettare l’orologio delle esistenze per ricominciare, magari con più fortuna.
Esattamente con le stesse motivazioni di un malato terminale.