Ritrovarsi…solo

E così, un giorno, per non venir sopraffatto da una marea di livore per la colpa di aver compiuto scelte, che a lui sembravano coraggiose e sfidanti mentre ad altri parevano temerarie e pericolose, si ritrovò a passeggiare su di un colle, alle dieci della sera, dal quale guardava il mare in lontananza solo, in compagnia di un gatto randagio, che si chiedeva cosa ci facesse lì, in quel borgo dimenticato dalla massa ma di una bellezza incomparabile, quel signore in giacca  e cravatta e di due ragazzi che si divertivano a fare foto con poca luce per provare a produrre opere d’arte delle quali discutevano con tenera animosità.

Pensava e ripensava agli avvenimenti della giornata, pensava al cambio radicale di vita che si stava stagliando all’orizzonte, alle difficoltà ed all’ennesima battaglia che si accingeva a combattere ma, su tutto, pensava e gli pesava, la sua solitudine emersa in tutta la sua tragicità quando si rese conto dell’inutilità di un rapporto che, giorno dopo giorno, gli sembrava sempre più logoro. Logorato dalle incomprensioni, dall’astio, dalla voglia di vendetta di torti presunti e torti reali, dalla disaffezione, dalla repulsione e sopratutto dalla tristezza. Dall’assenza di gioia, della gioia di sentirsi, di condividere le cose belle e brutte della vita, della gioia dello stare insieme, annegato com’era in quel liquame di negatività.

La solitudine emerse nel momento in cui si accingeva a fare la sua solita telefonata serale, che affrontava ogni volta pregando di trovarla in uno dei suoi rari momenti di affettuosa partecipazione e non nel suo solito stato di infastidita sopportazione del rituale serale.

Stava per chiamare, aveva il telefono in mano, quando si accorse che aveva un’ansia montante per il timore della reazione. Non aveva nulla da rimproverarsi ma sapeva che, comunque, sarebbe stato scovato nel racconto dei fatti un valido motivo per tacciarlo di qualche nefandezza o responsabilità di quello che stava accadendo.

Una vacanza organizzata approfittando di un momento professionale era diventata una prigionia con tanto di carceriere. Un atto d’amore era diventato un sacrificio rituale, mentre la negazione di un atto d’amore un pericolo scampato. Una cena era diventata una noia nella quale, per fortuna, non le si poteva leggere nel pensiero. Le risorse utilizzate per realizzare la vacanza un mezzo per comprarla. Un regalo un po’ più costoso del solito, non un gesto di amorevole generosità, ma solo il giusto risarcimento per i danni subiti in tanti anni. Un patito furto era diventato un complotto ordito ai suoi danni. Una partenza per un luogo lontano, vissuta con i crampi allo stomaco per il dolore del distacco, era diventato un momento di liberazione da festeggiare. Un viaggio di lavoro in Sicilia, il momento giusto per sperare di definitivamente liberarsene contando sulla pericolosità delle strade siciliane.

No, disse, non ce la faccio, sto già male così da solo, se aggiungo anche il dolore che mi provocherà la sua reazione non avrò neanche la forza e la voglia di riprendere a combattere. E subito dopo si trovò a fare un bilancio: cosa c’è in questo rapporto che la unisce a me? Cosa lei sente per me? La passione? No. L’amore? No. La voglia di stare insieme? No. Se ci tolgo pure il sostegno nel momento del bisogno cosa ci rimane? Nulla. Ed il nulla cos’è? La morte.

E che si celebri questo funerale allora!

E così posò il telefono e non chiamò. Non chiamò ma paradossalmente ancora sperò. Sperò che il tempo trascorso, che la ritrovata unione, che la sua silenziosa accettazione dell’azotata freddezza potesse aver smosso un po’ di quel liquame che ricopriva gli antichi sentimenti ed attese. Attese che un segnale di un sia pur minimo calore potesse giungere attraverso quel cavolo di telefono che, intanto, si rigirava nervosamente tra le mani. E per cinque giorni se lo rigirò, aspettando che qualcosa giungesse su quel telefono. Quante volte aveva risposto a delle chiamate, su quel telefono, con il cuore che gli batteva forte vedendo il suo nome comparire sullo schermo e quante volte aveva chiuso la telefonata con gli occhi lucidi perché il motivo di quella chiamata era sempre lo stesso: c’è da pagare una multa, è arrivata una bolletta, ci sono da pagare le tasse universitarie, bisogna chiamare qualcuno per fare aggiustare la televisione o il ferro da stiro, è arrivata una cartella esattoriale perché tu, infame, non hai pagato qualcosa. Mai una chiamata per sapere come stava, per dirgli mi manchi, per parlare dei suoi successi o delle sue delusioni. Ma questo, affermava lei, era il vero cemento della loro unione: non l’amore ma i problemi quotidiani, perché loro erano persone serie che non si dilungavano in inutili smancerie e si confrontavano su cose concrete perché dovevano costruire, non so cosa, e costruendo quel qualcosa distruggevano la loro vita insieme.

Il quinto giorno, finalmente, il telefono trillò. Un messaggio, e lui lo aprì con avida curiosità, era indirizzato a lui e lo lesse sperando in chissà cosa. Ma il messaggio era solo una normale richiesta di una “cosa concreta”: l’orario di arrivo. Dopo averlo letto rispose: “Mai più”.

E se fino ad allora la speranza lo aveva tenuto in vita, a quel punto, quando anche la speranza svanì, si ritrovò a guardarsi, nello specchio del bagno, ed a prendere atto del fatto che, adesso, era veramente solo.

Si stese sul letto e chiudendo gli occhi s’immaginò in un luogo popolato dai suoi amici, dalla sua famiglia, dove viveva felice anche perché aveva le sue solite, stupide abitudini che ad un tratto diventava una landa desolata, con lui al centro con il suo telefono in mano che…non aveva campo.

E pianse.

Non so ancora se per il fatto che fosse solo o perché il telefono non aveva campo.

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