L’essenza della vita

Stasera stavo cenando con un mio amico, un amico quarantennale, quando, ad un tratto, mi dice: “Francesco, leggo i tuoi articoli sul blog, ma sono crepuscolari, traspare tanta tristezza. Perché? Smettila, non essere triste, nulla vale la tua felicità, tu proprio tu che sei stato sempre una persona allegra”. Le sue parole mi hanno molto colpito e, come al solito, ci ho pensato su. E pensando, ho sì capito che non dovrei essere triste, che non dovrei scrivere cose crepuscolari, che non dovrei o dovrei fare questo o quest’altro…ma non posso. Perché, purtroppo, io ho smarrito la mia essenza.

Lo sapete che quando si produce un profumo nel cocktail di sostanze c’è soltanto una piccolissima quantità di quella che chiamano “la fragranza” ovvero l’essenza del profumo?

Senza quella piccolissima quantità di fragranza quel cocktail non sa di nulla. E’ come se fosse acqua. Inodore, insapore. La vita di una persona è così, ha bisogno di quella piccolissima quantità di essenza per profumare, altrimenti puoi avere tutto: denaro, carriera, stima, ma se ti manca l’essenza non hai nulla. Sempre quell’amico mi ha fatto riflettere, questa volta inconsapevolmente, poco prima di cena quando mi ha raccontato un episodio della sua vita che definisce nella sua pienezza il valore ed il significato di questa essenza. Doveva decidere se andare per qualche anno, per lavoro, in un luogo non proprio gradevole, un luogo dove gli si prospettava una vita privata non esattamente piacevole. Non andarci poteva significare perdere una importante occasione di carriera, ma prima di insistere su quella destinazione pensò di chiederlo alla sua compagna, a sua moglie. Quando ella gli rispose: “si, vengo con te”, solo allora affrontò il suo capo ottenendo quella destinazione, da altri più pavidi rifiutata, dando una importante svolta alla sua carriera. La cosa che mi ha colpito di più è stato sentirgli dire: “quando mia moglie mi ha detto si, mi sono sentito forte come non mai”. Ecco questa è l’essenza della vita. Questa è quella cosa che le da sapore e profumo. Avere una persona vicino la cui presenza ti rende più forte e magari ti rende anche migliore.

L’essenza della vita è ricevere una carezza quando meno te lo aspetti, è ricevere un bacio la mattina quando ti svegli, e la notte prima di andare a dormire. E’ condividere, essere complici, credere l’uno nell’altro, completarsi in maniera che si realizzi quella parola che noi utilizziamo con tanta leggerezza ma che nasconde nella sua radice un significato profondo e che viene da lontano perché già dai tempi dei romani veniva utilizzato: “coniugo”, essere coniugi, coniugati, insomma sposati. Perché la parola coniugati ha un significato diverso dal semplice essere uniti, vuol dire in realtà essere due in corpo solo.

Vedete, è un qualche cosa di non paragonabile a null’altro. L’amore dei genitori, dei familiari, degli stessi figli non sono la stessa cosa e sapete perché? Perché solo la vostra compagna, quella persona estranea che avete conosciuto nelle circostanze più strane, nella quale non scorre il vostro stesso sangue, indipendentemente dalla esistenza della formalizzazione del vincolo, può definirsi un corpo solo con voi. Nessun altro.

Non è una questione qualitativa, è solo una condizione, importante, ma solo una condizione. Per i figli potresti morire, potresti morire anche per un amico ma quello che provi per la persona che ami è un’altra cosa. E’ un miracolo che si rinnova ogni volta nella gioia immotivata dello stare insieme, nella stima che si nutre, nel bisogno delle parole e del corpo dell’altro, di un altro che non essendoti figlio o sorella non ha nessun motivo apparentemente valido per amarti.

In fin dei conti è solo un milligrammo di presenza, una sola persona nel turbinio di conoscenze che facciamo nella vita, non ci vivi tutto il giorno perché lavori la maggior parte di esso, spesso lavori anche lontano e non la vedi per settimane e mesi, ma se non c’è la tua vita è insapore ed inodore. E’ insulsa. Come un profumo senza l’aggiunta di quel milligrammo di fragranza.

Io la conosco bene quella sensazione e proprio per questo la auguro a chiunque.

Eutanasia

Negli ultimi tempi la pubblica opinione e la politica si sono interrogati sulla legittimità morale dell’eutanasia e sulla legittimità di interrompere le cure o il mantenimento medico in vita di persone non coscienti o comunque non autosufficienti. In tutti i casi le ragioni di chi vuole porre fine alla vita di un altro si basano sulla volontà d’interrompere le sue sofferenze.

Io ora non voglio indagare se questo sia giusto o meno ma mi pongo una domanda: chi giustifica l’eutanasia lo fa pensando esclusivamente alle sofferenze fisiche. Perché nessuno pensa alle sofferenze psicologiche? Perché il male dell’anima non ha la stessa dignità del male fisico? Avete mai provato a sentire un macigno che vi opprime la mente, il senso d’impotenza nei confronti di un evento drammatico che non si può evitare? Vi siete mai alzati dal letto con la testa che vi scoppia perché la notte è stata drammaticamente agitata? Avete mai perso l’appetito, la voglia di ridere, di stare in compagnia, di ascoltare un amico che ti parla dei suoi problemi? Vi siete mai sorpresi a piangere senza una ragione apparente e la voglia di distruggere tutto ciò che vi sta intorno? Avete mai dovuto fingere di stare bene, magari fingere di essere anche allegri per non turbare chi vi sta intorno? Vi siete mai trovati ad essere rimproverati ed essere giudicati “pesanti” perché non riuscite a porre fine al vostro dolore psicologico e sentire, per questo, il dolore aumentare e non diminuire per il senso di colpa che si accoda comodamente dietro gli altri malesseri?

Quando senti queste cose l’unico desiderio che ti prende è quello di trovare pace, di non sentire più tutti quei dolori per di più tutti insieme, quei dolori che non puoi seppellire come quando ti muore una persona cara perchè vivono con te, ormai fanno parte di te.

Ed allora mi chiedo se non sia un atto di coraggio quello di sparire di scena, se non sia una vera ingiustizia quella di essere tacciati di vigliaccheria per il fatto di non essere rimasti a soffrire. Non a combattere, ma solo a soffrire, perché contro certi fantasmi non puoi combattere. O accetti di conviverci o sparisci insieme a loro. 

In ogni cosa c’è una doppia lettura. Ed io lo so bene. Nella percezione che hai di te stesso ti senti una cosa importante e per molto tempo vivi con questa convinzione. Poi scopri che per altri, nello stesso periodo, sei stato invece un immaturo egoista anche un po’ farabutto. Allora perché dobbiamo leggere l’atto di “levare il disturbo” soltanto in un senso negativo che spazia da quello tipicamente religioso dell’offesa a Dio che ti ha donato il bene della vita a quello più laico della vigliaccheria, della fuga da un qualche cosa?

Nella cultura orientale, scevra dai sensi di colpa indotti dalle religioni confessionali, l’auto eliminazione è una cosa accettata, specialmente se in nome dell’onore. Penso ai giapponesi, al harakiri, ai kamikaze. Gente che s’immola non per andare in un Paradiso popolato di vergini e con fiumi dove scorre latte (chissà poi perché il latte), ma che crede che la nostra presenza su questo pianeta sia ripetitiva e tendente a perfezionarsi ogni volta di più.

Mi chiedo se a volte il porre fine alla propria esistenza non sia assimilabile ad una sorta di eutanasia, compiuta per non soffrire più. Mi domando se anticipare l’uscita di scena non ci permetta, in fin dei conti, di resettare l’orologio delle esistenze per ricominciare, magari con più fortuna.

Esattamente con le stesse motivazioni di un malato terminale.

Per non farci travolgere…ti sei fatta allontanare dalle onde

“Per non farci travolgere” così spiegò l’arcano motivo per il quale aveva scelto di confidare a due amiche che frequentava da poco tempo le sue più compromettenti confidenze piuttosto che alle sue amiche di trentennale conoscenza. La rivelazione lasciò interdetto il compagno che non riusciva a capire quali legami potessero essere fulmineamente nati tra la compagna e le sue nuove amiche, tanto forti da surclassare quelli nati trent’anni addietro e approfonditisi nel tempo. Cercò in tutte le maniere di esplorare la mente della donna, si ripetè a mente, a mò di mantra, le parole che aveva sentito e si chiese a più riprese se fosse un trattamento più offensivo quello riservato alle vecchie amiche, indegne di ricevere scomode confidenze o quello riservato alle nuove, usate come un vomitatoio  di altrimenti inconfessabili pensieri.

Una scelta diversa in ambito amicale è plausibile, ma il mantenere in contemporanea due cerchie, come direbbero in Google, non in contatto tra loro, di persone di estrazione, di educazione e di esperienze diverse era come crearsi due mondi saltellando tra di loro alla bisogna. Due universi paralleli per poter avere due vite parallele. Una cerchia degli amici di sempre nella quale vivere la vita ufficiale da brava moglie e madre, una cerchia delle amiche più recenti nella quale vivere una vita trasgressiva e clandestina. E dei due universi, una sola poteva definirsi la stella principale. Lei era la cassaforte delle confidenze più delicate e particolari. Era l’amica perfetta. Sempre prodiga di complimenti, ai limiti dell’adulazione, le portava l’autostima alle stelle. Per l’amica lei era la più bella, quella per la quale il tempo non passava mai, era la più brava sul lavoro, la più bistrattata dalle colleghe incompetenti, la più eroica nel sopportare le soverchierie del compagno del quale parlava senza conoscerlo se non per le descrizioni e le indiscrezioni ricevute da lei. Un’amica perfetta alla quale faceva da corollario l’altra. Spregiudicata, indipendente, elegante, senza troppi scrupoli, disincantata, aveva il compito di incoraggiarla a trasgredire, a godersi la vita perché, si sa, gli uomini sono tutti traditori, egoisti, falsi ed egocentrici e si meritano tutti i mali. E così questo “cerchio magico” soddisfava tutti i desideri di attenzione e di considerazione che lei si aspettava dalla vita e riteneva di non aver ricevuto.

E le amiche dell’altro cerchio? Perché dopo tanti anni dovevano restare fuori dalle confidenze più delicate di lei? Probabilmente era molto importante l’aspetto formale, quello era il palcoscenico della “vita ufficiale”, non potevano essere coinvolte nelle polemiche di coppia. Come avrebbero potuto ben accogliere il compagno se avessero saputo delle cattiverie delle quali lei riteneva di essere vittima? E poi c’era un problema oggettivo: loro lo conoscevano da sempre e sarebbe stato difficile essere convincenti sulle sue presunte nefandezze.

E così si spiegò l’arcano. La conservazione della “facciata”, la difficoltà di fornire una raffigurazione dei comportamenti del compagno tale da ingenerare la quantità e la qualità di disprezzo verso di lui che lei aveva bisogno di condividere, non le consentivano quella condivisione e così si formò quella strana idea del “…per non travolgere tutto…”. Era nata la migliore scusa per ammantare con qualcosa di nobile un banale bisogno di trasgressione.

Io non ho mai avuto diverse cerchie di amicizie. Ho i miei amici, e con i più cari di essi mi scambio ogni genere di confidenza. E l’amico caro conosce la mia famiglia ed il mio mondo e mi modera, se io esagero, esalta la mia compagna, se io la disprezzo, perché il mio amico mi vuole bene e vuole bene anche alla mia compagna. 

Avere più cerchie è pericoloso la seconda non ti travolge ma ti allontana, fino a farti perdere.

Coincidenze. Quando un 1 prende il posto di un 8.

Stanotte vi voglio raccontare una storia allegra. Una cosa che mi è capitata nella serata e che ha del fantastico, del surreale.

Prima di procedere nel racconto, però, vi devo presentare i protagonisti del passato che si intersecheranno in quelli del presente e che popolano i ricordi di Francesco, cioè i ricordi di chi scrive che è poi il protagonista di questa storia.

C’è Marianna, un’incantevole ragazza che fece battere forte il cuore di Francesco senza nemmeno saperlo. Poi c’è Maria Teresa, cugina per legge e sorella per cuore di Francesco e grande amica di Marianna. Poi c’è Fabiana, Avvocato, nipote del marito della sorella di Francesco e che Francesco conosce da quando è nata. Infine c’è un evento, accaduto nella giornata di sabato, che condizionerà un po’ questa vicenda: la consegna a Francesco, da parte di Maria Teresa, della sentenza di un Tribunale con la richiesta di darle un’occhiata ed esprimere un parere.

Adesso che conoscete i personaggi procediamo con la storia.

Stavo viaggiando tranquillamente da Roma in direzione di Milano, mentre un crepuscolo estivo dai colori stupendi rapiva il mio sguardo donando un po’ di pace al mio animo rattristato da mille pensieri non esattamente allegri. Ad un certo punto sento squillare il telefono e mi compare un numero a me sconosciuto. Rispondo, e dall’altro lato sento una voce di donna, un tantino concitata, che mi approccia dicendomi: “ciao Francesco, sono Marianna, mi ha dato il tuo numero Fabiana, scusa se ti disturbo, ma mi potresti mandare la sentenza che mi serve urgentemente?” Una scarica di adrenalina mi scuote. Marianna, colei che popolava i miei sogni adolescenziali mi chiama su indicazione di Fabiana per chiedermi la sentenza? Lei chiama proprio me? E perché non chiama direttamente la sua amica Maria Teresa? Forse perché Maria Teresa è impossibilitata a provvedere direttamente? In pochi attimi qualche dubbio mi viene: che c’entra Fabiana con la sentenza che mi ha dato Maria Teresa? Sono tutti nomi conosciuti da me, ad ognuno di essi so dare un volto, so dare un volto anche alla sentenza, ma mi sembra tutto così strano! Non voglio fare una figuraccia con Marianna per cui esito un momento e poi, timidamente, chiedo: “Scusa ma con quale Francesco credi di parlare?” Una frase che, spero, mi consenta di recuperare una eventuale brutta figura per non aver riconosciuto la bella Marianna.

A questo punto la mia interlocutrice  abbassando il tono della voce mi chiede: “non sei Francesco Santoro?” “No” le rispondo, “sono Francesco Capone”. Vi dirò che un moto di delusione mi prende ma subito l’ottima Marianna si sprofonda in un mare di scuse che mi inteneriscono e non mi fanno pensare alla mancata occasione di ricevere una telefonata dalla Marianna dei miei sogni.

Un mare di coincidenze che mi hanno regalato degli attimi di autentica soddisfazione e che, messi insieme nella situazione reale, mi hanno divertito tantissimo.

Io credo che un numero di coincidenze così grande sia imputabile solo al mio “karma” che voleva conoscessi il simpatico Avvocato che mi ha telefonato e con il quale, dopo una lunga chiacchierata post coincidenze, mi andrò a prendere un caffè nei prossimi giorni. Così, giusto per dare un volto a questa seconda Marianna.

Il combaciare di tante coincidenze in un solo evento non accade nemmeno nel Superenalotto! E chissà che io non abbia vinto, stasera, un Superenalotto con un premio umano invece di quello in denaro. Perché trovare un buon amico sulla tua strada è come vincere al Superenalotto e chissà, forse è anche meglio. 

E tutto ciò perché, nel comporre il prefisso telefonico, un 1 prese il posto di un 8!

Che forte che è la vita e quante stupende sorprese ti riserva!

Ritrovarsi…solo

E così, un giorno, per non venir sopraffatto da una marea di livore per la colpa di aver compiuto scelte, che a lui sembravano coraggiose e sfidanti mentre ad altri parevano temerarie e pericolose, si ritrovò a passeggiare su di un colle, alle dieci della sera, dal quale guardava il mare in lontananza solo, in compagnia di un gatto randagio, che si chiedeva cosa ci facesse lì, in quel borgo dimenticato dalla massa ma di una bellezza incomparabile, quel signore in giacca  e cravatta e di due ragazzi che si divertivano a fare foto con poca luce per provare a produrre opere d’arte delle quali discutevano con tenera animosità.

Pensava e ripensava agli avvenimenti della giornata, pensava al cambio radicale di vita che si stava stagliando all’orizzonte, alle difficoltà ed all’ennesima battaglia che si accingeva a combattere ma, su tutto, pensava e gli pesava, la sua solitudine emersa in tutta la sua tragicità quando si rese conto dell’inutilità di un rapporto che, giorno dopo giorno, gli sembrava sempre più logoro. Logorato dalle incomprensioni, dall’astio, dalla voglia di vendetta di torti presunti e torti reali, dalla disaffezione, dalla repulsione e sopratutto dalla tristezza. Dall’assenza di gioia, della gioia di sentirsi, di condividere le cose belle e brutte della vita, della gioia dello stare insieme, annegato com’era in quel liquame di negatività.

La solitudine emerse nel momento in cui si accingeva a fare la sua solita telefonata serale, che affrontava ogni volta pregando di trovarla in uno dei suoi rari momenti di affettuosa partecipazione e non nel suo solito stato di infastidita sopportazione del rituale serale.

Stava per chiamare, aveva il telefono in mano, quando si accorse che aveva un’ansia montante per il timore della reazione. Non aveva nulla da rimproverarsi ma sapeva che, comunque, sarebbe stato scovato nel racconto dei fatti un valido motivo per tacciarlo di qualche nefandezza o responsabilità di quello che stava accadendo.

Una vacanza organizzata approfittando di un momento professionale era diventata una prigionia con tanto di carceriere. Un atto d’amore era diventato un sacrificio rituale, mentre la negazione di un atto d’amore un pericolo scampato. Una cena era diventata una noia nella quale, per fortuna, non le si poteva leggere nel pensiero. Le risorse utilizzate per realizzare la vacanza un mezzo per comprarla. Un regalo un po’ più costoso del solito, non un gesto di amorevole generosità, ma solo il giusto risarcimento per i danni subiti in tanti anni. Un patito furto era diventato un complotto ordito ai suoi danni. Una partenza per un luogo lontano, vissuta con i crampi allo stomaco per il dolore del distacco, era diventato un momento di liberazione da festeggiare. Un viaggio di lavoro in Sicilia, il momento giusto per sperare di definitivamente liberarsene contando sulla pericolosità delle strade siciliane.

No, disse, non ce la faccio, sto già male così da solo, se aggiungo anche il dolore che mi provocherà la sua reazione non avrò neanche la forza e la voglia di riprendere a combattere. E subito dopo si trovò a fare un bilancio: cosa c’è in questo rapporto che la unisce a me? Cosa lei sente per me? La passione? No. L’amore? No. La voglia di stare insieme? No. Se ci tolgo pure il sostegno nel momento del bisogno cosa ci rimane? Nulla. Ed il nulla cos’è? La morte.

E che si celebri questo funerale allora!

E così posò il telefono e non chiamò. Non chiamò ma paradossalmente ancora sperò. Sperò che il tempo trascorso, che la ritrovata unione, che la sua silenziosa accettazione dell’azotata freddezza potesse aver smosso un po’ di quel liquame che ricopriva gli antichi sentimenti ed attese. Attese che un segnale di un sia pur minimo calore potesse giungere attraverso quel cavolo di telefono che, intanto, si rigirava nervosamente tra le mani. E per cinque giorni se lo rigirò, aspettando che qualcosa giungesse su quel telefono. Quante volte aveva risposto a delle chiamate, su quel telefono, con il cuore che gli batteva forte vedendo il suo nome comparire sullo schermo e quante volte aveva chiuso la telefonata con gli occhi lucidi perché il motivo di quella chiamata era sempre lo stesso: c’è da pagare una multa, è arrivata una bolletta, ci sono da pagare le tasse universitarie, bisogna chiamare qualcuno per fare aggiustare la televisione o il ferro da stiro, è arrivata una cartella esattoriale perché tu, infame, non hai pagato qualcosa. Mai una chiamata per sapere come stava, per dirgli mi manchi, per parlare dei suoi successi o delle sue delusioni. Ma questo, affermava lei, era il vero cemento della loro unione: non l’amore ma i problemi quotidiani, perché loro erano persone serie che non si dilungavano in inutili smancerie e si confrontavano su cose concrete perché dovevano costruire, non so cosa, e costruendo quel qualcosa distruggevano la loro vita insieme.

Il quinto giorno, finalmente, il telefono trillò. Un messaggio, e lui lo aprì con avida curiosità, era indirizzato a lui e lo lesse sperando in chissà cosa. Ma il messaggio era solo una normale richiesta di una “cosa concreta”: l’orario di arrivo. Dopo averlo letto rispose: “Mai più”.

E se fino ad allora la speranza lo aveva tenuto in vita, a quel punto, quando anche la speranza svanì, si ritrovò a guardarsi, nello specchio del bagno, ed a prendere atto del fatto che, adesso, era veramente solo.

Si stese sul letto e chiudendo gli occhi s’immaginò in un luogo popolato dai suoi amici, dalla sua famiglia, dove viveva felice anche perché aveva le sue solite, stupide abitudini che ad un tratto diventava una landa desolata, con lui al centro con il suo telefono in mano che…non aveva campo.

E pianse.

Non so ancora se per il fatto che fosse solo o perché il telefono non aveva campo.