Il prelievo e l’oblio

L’infermiera entrò nella stanza che lui sonnecchiava sul letto. “Buongiorno!” gli disse “sono venuta a farle un prelievo”. L’indomani doveva subire un piccolo intervento e lei era venuta a fare un prelievo di sangue per le analisi di routine. Gli scoprì il braccio, gli legò il laccio emostatico, prese la farfallina e con tocco sicuro gliela mise in vena. Poi iniziò a riempire le provette sottovuoto che succhiavano il sangue del paziente e così, mentre vedeva queste provette riempirsi lentamente, lui cominciò a pensare: “Perché mi succhi solo il sangue? Perché non succhi via anche il mio dolore, la mia sofferenza, la mia solitudine, la mia rabbia, il mio senso d’impotenza? Perché?”

Perché ogni giorno devi vivere con i tuoi incubi, i tuoi drammi irrisolti senza che sia possibile che qualcuno arrivi e si “succhi via” tutto il male che hai in corpo? Immagina che bello: stai giù? sei preoccupato? sei depresso? Arriva l’infermiera, t’infila un ago e voilà tutto il negativo se ne va.

Invece no, i pensieri rimangono sempre, ed alla fine ci devi fare i conti, o meglio, devi continuare ad aspettare che la vita ti consenta di farci i conti perché tanto spesso non dipendono da te ma da altri che con la tua vita entrano in relazione.

Ed allora, che fare?

Quando l’impotenza ti si pone di fronte e diventa essa stessa la regina delle tue angosce che puoi fare? Puoi scegliere l’oblio. Cercare di dimenticare, astrarti dalla cruda realtà, dal dolore e dalle angosce e mentre pensi a questo sono passate le ore che ti separano da quel piccolo intervento che prevede l’anestesia. E così, quando la dottoressa si avvicina con quel siringone colmo di una sostanza bianca, sorridi, ti senti quasi eccitato e poco dopo…il nulla, la pace.

E sei anestetizzato! Ti frugano dentro, ti tagliano, ti penetrano, ti fanno di tutto ma non soffri.

E quando ti svegli ti chiedi perché non esiste un’anestesia dell’anima.