Morire e resuscitare

La vuole smettere? La vuole smettere di cercare di rianimare questo cadavere? Lo vuol capire che è morto? Gli disse il medico mentre lui cercava in tutti i modi di vedere se riusciva a scorgere un alito di vita in quel corpo freddo, immobile ed insensibile.

Era suo amico da trent’anni, avevano condiviso esperienze, amicizie, avventure e momenti felici, difficoltà e crisi, povertà e ricchezza, erano ormai parte l’uno dell’altro.

Quando la furia, la rabbia, la voglia di non sentirsi sconfitto, passò lui si sentì pervaso da una grande, infinita stanchezza. Era stato più di mezz’ora a praticargli un massaggio cardiaco, chissà se corretto o meno, lui che non ne aveva mai fatti, basandosi solo su quello che aveva visto fare in televisione e sulle chiacchiere che si scambiava con gli amici al bar. Avesse avuto un defibrillatore, probabilmente, lo avrebbe mandato lui all’altro mondo con una scarica sbagliata. Ma era tanta la voglia di non arrendersi all’evento morte che avrebbe tentato qualsiasi cosa.

Si alzò da quel corpo che era madido di sudore mentre gli occhi gli si riempivano delle lacrime di un pianto che non voleva sgorgare liberatorio. Ammutolito restò lì a guardare i paramedici mentre incelofanavano quel corpo ormai divenuto “una cosa” agli occhi anche della legge. Nel metterlo nel furgone un braccio gli scivolò fuori dal telo e lui corse a rimetterglielo dentro, sotto il telo, non sia mai che prendesse freddo.

Quando il furgone si allontanò in direzione dell’obitorio lo guardò finché non gli sparì dalla vista, sempre nella vana speranza che si aprisse il portello posteriore e l’amico si affacciasse mostrandogli dove il nonno portava l’ombrello e gli urlasse: “ci sei cascato cretino!” come faceva al solito quando gli faceva uno scherzo.

Rimasto solo, lì in mezzo alla strada, due pensieri gli balenarono d’improvviso nella mente: il primo fu un moto di tristezza e rabbia insieme perché vedeva il mondo andare avanti lo stesso. Ma come, è morto il mio amico e voi ridete, scherzate, vivete senza solidarizzare con il mio dolore? Il secondo, quasi contemporaneo, fu una domanda: ed ora che faccio? Mai si era sentito così solo, così tremendamente e ferocemente abbandonato. La scomparsa dell’amico, del suo migliore amico, significava la scomparsa di abitudini, di amicizie, di collaudata convivenza. Quella solitudine annichilente e mortale era un voltar pagina non voluto, non desiderato che gli scombussolava la vita oltre che i sentimenti. Già lo sapeva, adesso a scomparsa appena avvenuta sarebbe stato travolto da un sacco di gente, ci sarebbe stato chi lo invitava ad uscire, chi gli avrebbe telefonato per chiedergli come stava, chi si sarebbe fatto carico di qualche incombenza. Ma piano piano tutti sarebbero scomparsi. Si sarebbero diradati come la nebbia a metà mattina quando il sole scalda la terra e squarcia quel velo di ovattata intimità. Andare a casa sua, dalla moglie che non gli era mai stata simpatica, significava perpetuare ed ingigantire il dolore, stare lì senza poter chiacchierare con lui, senza poterne ricevere i benefici influssi morali e di amicizia. La sua famiglia? I figli, la moglie e tutto il resto? Si va bene, erano una possibilità, stravedeva per i suoi figli e con la moglie aveva da tempo un rapporto freddo, senza amore, un qualcosa che aveva accettato con difficoltà ma alla quale si era poi adattato perché sperava in “lui”, sperava che grazie al suo amico qualcosa potesse cambiare il suo karma di solitudine e deserto affettivo. Era, forse, una speranza assurda ma ci si aggrappava come un naufrago tra i flutti.  Ed allora più forte si chiedeva: “che fare?”.

Aveva tanti amici, ma nessuno come lui, pensare ad una “sostituzione” gli sembrava impossibile e forte nasceva in lui il desiderio di seguirlo nell’inesplorato sentiero del “del dopo la morte”. Erano amici da 32 anni e perderlo adesso fu sconquassante. Al funerale ascoltò il sacerdote, le solite parole di circostanza, bisognava continuare, bisognava ringraziare Dio per il tempo che ce lo aveva donato, vivere nei suoi insegnamenti e pensare che le cose belle non si cancellano mai, neanche con la morte. Ascoltò il sacerdote che diceva che il dopo senza di lui, per tutti quelli che lo avevano amato, era una partita che bisognava giocare senza ipotecare il risultato.

E giochiamocela questa partita pensò lui allora, vediamo come va a finire, ma qualsiasi cosa non potrà mai essere bella come quell’amicizia, quelle esperienze. Sarà sempre un surrogato, un qualcosa di diverso e di meno bello perché manca lui, l’interprete principale. Ogni volta che muore qualcuno vicino a te è come se morissi un po’ anche tu. Si nasce e e si costruisce ma si muore lentamente, si muore un po’ ogni volta che sparisce un pezzo del tuo mondo, quando piano, piano ti senti fuori posto in un contesto che non è più il tuo. La morte fisica suggella soltanto un situazione di fatto già esistente.

E giochiamocela questa partita, il prete ha detto che può accadere di tutto nel frattempo, e se Dio, in questo frattempo facesse resuscitare i morti?

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