Condividere il malessere

Se stai male e ti chiudi a chi dovresti amare, se la tristezza prende il sopravvento su tutto e te la tieni o, peggio, la condividi o la vorresti condividere solo con un’altra persona che non è chi ti ama, e che tu, in teoria, dovresti amare, devi chiederti se non sia meglio continuare il tuo cammino con quell’altra persona o con chiunque altro tu abbia voglia di avere vicino.

Perché tanti si sono affaticati a cercare di descrivere cos’è l’amore, tanto si è scritto sull’amore ma molto spesso trovi un gesto d’amore anche in tante cose nella vita di tutti i giorni di cui nessuno ha parlato o scritto.

Può esserci amore in un sorriso al momento giusto o in una richiesta di sostegno in un momento di difficoltà. Allo stesso modo può non esserci amore nel vedere soltanto le pecche di una persona, nel non riuscire a vederne i lati positivi o nel rifiutarla come porto dei tuoi affanni.

Come si può vivere con una persona con la quale dovresti sentirti unito nell’animo prima che nel corpo se con questa persona non vuoi, non ti senti, di condividere proprio i momenti nei quali  di più dovresti avere bisogno di lei?

Che razza di compromesso vorresti trovare per portare avanti un rapporto che non solo non ha né un anima, né una sostanza ma è anche pesante da sopportare?

Tutto diventa una facciata, soltanto una facciata, dietro la quale uccidere ogni giorno la propria vita.

Nella vita devi cercare la felicità. Come dice un proverbio tibetano: “se non sei felice è solo colpa tua”.

Se la tua felicità non la trovi vicino a te è meglio cercarla altrove e, se questo tuo cercare provoca dolore ad un altro, è meglio che egli soffra, anche tanto, ma subito e per il tempo necessario a dimenticare, piuttosto che continuamente, un pochino, in un’agonia senza speranza. Questo è soltanto un modo, tra i tanti, per rovinarsi la nostra già breve vita, purtroppo gravida di tanti altri ineliminabili dolori.

Cercate la felicità, chi la trova ed è felice è capace di contagiare anche gli altri con la sua felicità tanto quanto può uccidere sé stesso e gli altri con la sua sofferenza.

Sentimenti 2.0

Essere 2.0 è ormai un must nella nostra società. Devi essere 2.0 perché altrimenti sei vecchio, le cose, tutte le cose, devono essere tecnologicamente avanzate, informatizzate, digitalizzate. E vabbè ma digitalizzare anche l’amore, l’odio e gli altri sentimenti  mi sembra una esagerazione!

Si corteggia via whatsapp, si fa all’amore in maniera virtuale, ci si conosce, ci si frequenta e ci si innamora su Facebook. E si rompono amicizie e relazioni. Oggi non i ragazzi non “si lasciano” bensì “si bloccano”. Oggi l’emotikon rappresenta visivamente uno stato d’animo che prima ci si sforzava a far capire con l’espressione del viso. Quanti di noi hanno passato davanti allo specchio un po’ di tempo per “provare” le facce da utilizzare con i nostri genitori? La faccia piangente, quella delusa, quella felice. Ci si studiava davanti allo specchio per conferire maggior potere comunicativo al nostro viso. Oggi risolviamo tutto con una faccina bella e pronta. La cosa bella è che sugli altri ha lo stesso effetto del viso reale.

Famiglie si ritrovano (virtualmente) amici dimenticati riemergono dalle nebbie dei ricordi e, lentamente, il mondo che ci circonda diventa come quello del film Inception…una pura e modificabile illusione.

In questo mondo illusorio le persone agiscono e vivono come in quello reale e, quindi, che valore hanno le loro azioni? Lo stesso valore che noi gli attribuiamo nella quotidianità concreta o inferiore o addirittura superiore? Il Mahatma Gandhi ha detto: “l’uomo si trova dov’è il suo cuore e non dove si trova il suo corpo” ed in questa frase, penso, ci sia tutta la verità su quest’argomento. Si ama e si odia con il cuore, il corpo è un appendice che ci serve per poter rendere concreti i nostri sentimenti che, altrimenti, rimarrebbero solo nella nostra testa. Il coinvolgimento emotivo fatto di voglia di sentirsi, desiderio l’uno dell’altro, oppure di repulsione, fastidio, sopportazione, se trasmesso via internet ha lo stesso valore di un abbraccio, di un amplesso reale. L’indifferenza, l’odio, i sentimenti negativi, insomma, se virtuali hanno lo stesso valore di quelli reali.

Se quindi amore ed odio, simpatia ed antipatia, desiderio e repulsione hanno lo stesso valore, pensiamo bene a come utilizziamo i nostri moderni mezzi di comunicazione quando esprimiamo dei sentimenti, perché quello che facciamo virtualmente colpisce, piacevolmente o spiacevolmente, i nostri interlocutori come se le nostre azioni fossero reali.

Dovere e piacere

Prima il dovere e poi il piacere! Recitava un proverbio che si usava molto nell’educazione dei bambini quando anche io lo ero. Oggi non so se è così utilizzato ma penso che in questa società così votata ai diritti piuttosto che hai doveri lo sia un po’ meno. Tuttavia non intendo, stasera, parlare dei diritti e dei doveri ma del dovere e del piacere nel mondo dei sentimenti, che tanto mi appassiona negli ultimi tempi.

Il “dovere coniugale”, i “doveri familiari”, i “doveri filiali” e tutti quei doveri che hanno a che fare con i sentimenti. Tuo fratello è antipatico? Non fa nulla, il pranzo della domenica non te lo toglie nessuno. Tuo padre è un disgraziato che non ti ama? Non fa nulla, gli devi affetto e rispetto comunque. Tuo marito ti fa schifo (o tua moglie)? Poco importa, ci devi andare a letto lo stesso.

Il dovere ti cala dall’alto come una cappa, ti ammanetta, ti obbliga, ti opprime. E guai a parlare, mettere in dubbio, protestare. Sei un reprobo, un delinquente, un pericoloso disfattista dei valori fondanti la società. E così vai a pranzo con tuo fratello anche se non lo sopporti, dici hai ragione papà anche se non lo stimi, vai a letto con qualcuno anche se ne faresti volentieri a meno. 

Io, questo genere di doveri, se dovessi essere io colui per il quale un altro deve fare qualcosa, li rifiuto. Mi sforzo ogni giorno perché il dovere diventi piacere. Perché il piacere non ti cala dall’alto, ti viene da dentro, perché il piacere è sempre sincero, vero, palpabile. Il piacere lo avverti nel corso di una telefonata, lo palpi nella sua durata, lo senti nel numero delle telefonate. La voglia di sentirsi, di parlarsi, di stare vicini a dispetto delle distanze. Il piacere lo senti dalla gioia di occhi felici che ti aspettano, dal l’intensità di un abbraccio, dalla passione di un bacio. Il piacere è dare e ricevere attenzione, considerazione, comprensione.

Quando una cosa ti viene da dentro è sempre più vera, è sempre più bella. Ho applicato questo principio delle cose che ti vengono da dentro e non ti calano dall’alto anche nel mio lavoro. Ho sempre diretto qualcosa sin da quando avevo 23 anni ed il mio obiettivo principale era che le persone facessero le cose perché ci credevano e condividevano o che almeno credessero e si fidassero di me e del fatto che era necessario fare un qualcosa anche quando ero costretto a dare una disposizione poco condivisibile per i più.

Spero che la vita mi risparmi il dolore di sapere che qualcuno ha fatto, ha sentito, qualcosa per me solo per dovere. È meglio una onesta lontananza di una ipocrita vicinanza.

Parlare, capirsi ma non comprendersi

Capire e comprendere non è la stessa cosa. Le persone possono capirsi ma non comprendersi. La differenza è sempre lì: cosa ci metti dentro. Se la cosa che fai o che dici è fatta con sentimento o meno. Stai parlando in ufficio e ti spiegano il lavoro che devi fare. Lo capisci e lo fai. Stai con la persona che ami, le chiedi un abbraccio e la baci dolcemente sulla fronte. Lei ti guarda e ti dice: “non ho bisogno di essere consolata”. Non ti ha compreso, non ha compreso che in quel momento non volevi consolare proprio nessuno, ma eri tu a cercare consolazione. Perché? Perché in quel momento quella persona che riceve l’abbraccio non ha alcun sentimento per chi dona l’abbraccio, in quel momento quella persona “capisce” quello che normalmente si capisce, si abbraccia chi si vuol consolare, chi si vuol sostenere, l’abbraccio te lo da o te lo chiede chi ti vuole sostenere. Per “comprendere” quell’abbraccio lo devi “sentire”, devi avvertire il bisogno dell’altro di essere abbracciato e donargli la consolazione che lui cerca. Se vivi un abbraccio come una convenzione, come un obbligo sociale, un gesto di cortesia non potrai mai “comprendere” cosa c’è dall’altro lato. Notate la bellezza della parola e della lingua: comprendere, contenere in sé, racchiudere, abbracciare, intendersi vicendevolmente. Chi non ama non comprende, magari capisce ma non comprende, chi odia non comprende, esclude non include. Cerchiamo di comprendere le persone, allora e non solo di capirle, cerchiamo di vedere sempre quello che c’è dietro un gesto od una parola interpretando con amore il loro significato.

1985

Il 1985 è stato sicuramente uno degli anni più belli della mia vita. E’ stato l’anno dell’entusiasmo, delle scoperte, della spensieratezza, della sicurezza, della forza, della felicità oltre ogni limite, l’anno dell’amore prorompente, cercato e trovato, l’anno dell’abbandono l’uno nell’altro, della complicità e dell’allegria di stare insieme. Meraviglioso insomma.

Esattamente 30 anni fa ero in Grecia con Antonella. Fu la vacanza più bella della mia vita. Molta acqua è passata sotto i ponti e molte cose sono cambiate. Oggi scrivo dal mio ufficio mentre mi lascio cullare dai ricordi.

Il valore delle scelte

La storia che sto per raccontarvi, che ho inventato di sana pianta, non vuole parlarvi delle pene d’amore di una povera donna o della spavalda propensione al tradimento del di lei marito. La storia vuole parlarvi delle scelte e del loro valore.

Sulla soglia dei cinquanta anni, s’incamminava verso la vecchiaia gravido di livore e di rimpianti. Tutto storto gli era andato. La vita non gli aveva riservato le emozioni, gli amori travolgenti quella libertà e quella “leggerezza” che lui desiderava. Aveva iniziato a lavorare presto, troppo presto, si era sposato presto, troppo presto, aveva avuto quattro figli, uno dietro l’altro, presto, troppo presto.

Oggi si ritrovava lì, con i figli grandi che per seguire la loro strada lo stavano lasciando solo, e con la moglie che conduceva una vita normale e scialba, troppo scialba. Aveva conosciuto poche donne, troppo poche, ed aveva imboccato una carriera che non era il suo sogno, dove lavorava con impegno e serietà, dove era apprezzato e benvoluto ma che non era il lavoro dei suoi sogni che erano distanti da quell’ambiente, troppo distanti.

Si scoprì inquieto, si scoprì depresso e non avendo altro sfogo se non sua moglie se la prese con lei accusandola di tutte le nefandezze possibili. Lei lo opprimeva, lo metteva continuamente all’angolo, lo incalzava. Lei ed i suoi vizi non gli avevano consentito di poter comprare una casa, lei e le sue fissazioni, il suo modo di spendere i soldi, di rapportarsi con i figli.

Questa rabbia, questo livore, da qualche parte doveva pur andare!

E così iniziò ad allontanarsi dalla sua compagna la quale a sua volta si allontanava da lui per cui, dopo qualche anno, erano così distanti da non riuscire ad ascoltarsi più.

Fu allora che a lui venne l’idea: “Devo riappropriarmi della mia vita!”. E per riappropriarsene decise di iniziare a fare tutte quelle cose che la scialba e banale vita matrimoniale gli aveva impedito.

Cominciò a curarsi, lui che si faceva crescere la barba a dismisura, a farsi bello, si dotò di amici osannanti e affettuosi, che non gli dessero mai torto e tutti fuori dalla cerchia delle amicizie consolidate, complici nelle marachelle ed anzi preziosi consiglieri per meglio architettarle, cercò nella letteratura tutto ciò che potesse sostenere la necessità di questo cambiamento e così si allontanò ancora di più dalla sua compagna di vita.

La moglie, d’altro canto, nel sentirsi allontanata si estraniava dalla vita di coppia sempre di più e, quando incontrò sul lavoro un simpatico e giovane collega, iniziò a nutrire per lui prima affetto e poi, con sua grande sorpresa anche amore. Ma il marito non le usciva dalla testa, non riusciva a liberarsene, era imprigionata dai loro momenti felici, dai figli e, perché no, dall’abitudine.

Quando si è condannati a 10 anni di galera sembra che la vita si fermi. Sembra che questi 10 anni non passeranno mai, sembrano assurdamente lunghi. Figurarsi lei che aveva sulle spalle 15 anni di matrimonio e 3 di fidanzamento. La sua relazione era addirittura maggiorenne!

Il marito, quel marito tanto distante, troppo distante, un giorno scoprì questa pseudo tresca a senso unico. Non gli parve vero. Finalmente aveva l’occasione di poter rovesciare sulla povera donna una dose maggiore di astio e di livore. Furono urla, piatti che volavano, confronto quasi fisico con la moglie. Per sua fortuna la povera donna riuscì a convincere il marito che non c’era stato veramente nulla tra lei ed il giovane collega ed il marito, benché ferito nella sua virile gelosia passò sopra l’accaduto. Oddio, non proprio, le fece vivere un anno d’inferno ma, al termine di esso diede l’impressione che le cose fossero tornate al loro posto.

La povera donna, invece, restò colpita dalle parole di fuoco che il marito le aveva rivolto in una notte da resa dei conti e, principalmente, rimase colpita da una affermazione del suo compagno nella quale lui si professava quello che non aveva neanche mai pensato di tradire la moglie. Sopravvennero spaventosi sensi di colpa e, paradossalmente e come per magia, l’antica fiamma dell’amore per il marito ritornò ad ardere nel suo cuore e promise segretamente a lui ma principalmente a sé stessa che mai più sarebbe accaduta una cosa del genere. Il marito, invece, ebbro della soddisfazione di averla colta in castagna si abbandonò ad ogni genere di lussuria finché un giorno non toccò a lui essere scoperto. Quando la moglie, devastata dalla sua di scoperta, gli contestò gli accaduti, avvenuti non con una ma con tre o quattro donne diverse lui le disse: “non ho sensi di colpa perché non ho fatto niente di male e non ti ho tolto niente”. E questo lo diceva perché aveva convinto la moglie che le sue non erano state scappatelle erotiche ma solo giochi innocenti ed esclusivamente verbali.

La moglie, però, soffriva a più non posso perché le circostanze della scoperta erano state particolarmente imbarazzanti e lei avrebbe accettato più volentieri una virile “scappatella” che quel coinvolgimento emotivo che, oltretutto, era stato il principale motivo di rimprovero del marito quando aveva scoperto la tresca a senso unico della moglie.

Ella aveva visto il marito, nei rapporti con le altre donne, in un modo che non conosceva affatto e che anelava da sempre. Egli era stato con le altre tutto ciò che non era stato con lei, lei aveva avuto l’opportunità e la possibilità di sapere cosa il marito pensasse nella parte più profonda del suo animo e la cosa che più di tutte la distruggeva era la presunzione di non aver fatto nulla, talmente nulla da essere pronto a farlo ancora, magari ponendo soltanto maggiore attenzione ai suoi movimenti.

La consapevolezza di sapere che il marito avrebbe cercato di avere altre storie la induceva a ritenere finito il loro rapporto. Pensò più volte di andarsene e più volte il marito la convinse a restare finché un giorno, stanca, lei gli chiese: “ma perché vuoi stare con me?” e lui le rispose: “perché ti ho scelta”. La donna, a quel punto, gli chiese: “è perché mi hai scelta?” Il marito rimase in silenzio e lei capì che il suo matrimonio era finito.

Questa storia, purtroppo, non finisce che tutti vissero felici e contenti ma con la dolorosa fine di un matrimonio. Lascio a voi decidere il destino dei due ma, secondo me, per nessuno dei due la vita dopo fu facile con buona pace degli amici di lui che ben si guardavano di fare lo stesso con le proprie mogli mentre incoraggiavano lui a meglio conoscere il pianeta donna.

Ed adesso parliamo delle scelte. Il marito sceglie di sposarsi presto, sceglie di fare 4 figli, sceglie di fare un lavoro che non gli piace. Dopo tanti anni se ne pente. Quando deve rispondere alla moglie sul perché voglia stare con lei le dice “perché ti ho scelta”. Non dice “perché ti amo” e nemmeno motiva le ragioni della sua scelta.

Io scelgo di fare il prete. Questo significa che coscientemente rinuncio ad avere una vita sessuale e familiare.

Io scelgo la vacca al mercato. Questo significa che scelgo una cosa, tra le altre, che preferisco, che è mia e nulla mi vieta di scegliere, domani, un’altra vacca al mercato.

Nel primo caso la scelta è radicata in una convinzione che affonda le sue radici nel sentire un qualcosa, nel secondo caso è solo la scelta di una cosa che non ha un valore radicato nei sentimenti.

Nel primo caso non si rimpiangerà di aver rinunciato ad una vita sessuale. Si vive una sola volta e non possiamo fare in una vita tutte le cose che vorremmo. Non possiamo essere scienziati e latin lover nella stessa vita. Io avrei voluto essere musicista, medico, scienziato ed astronauta. Mi devo contentare di essere quello che sono: il frutto di scelte fatte con il cuore e la convinzione. A 15 anni mi privai della gioia di una adolescenza normale. Ma non rimpiango quella gioia. Ne ho avuta un’altra che è stata entusiasmante e gioiosa lo stesso.

La scelta con un valore è quella nella quale ci sono i sentimenti. Una scelta senza valore è quella che facciamo al supermercato.

Quel marito non è vero che non ha tolto nulla a quella donna, le ha tolto l’unico motivo per il quale una coppia deve stare insieme: l’amore. Quel marito non ha detto che aveva scelto la moglie per amore ma solo che l’aveva scelta. In quel momento, quel marito, rinnegava le uniche scelte che aveva fatto nella sua vita, quelle iniziali, che se gli tolsero qualcosa molto altro gli diedero.

Scegliete con il cuore quindi, anche se le scelte dovessero essere dolorose scegliete con il cuore e serbatevi l’altra scelta per quando andate a fare la spesa.

Cinquanta sfumature di squallore

Ho 55 anni, e da quando ho coscienza di me ricordo l’esistenza di un movimento femminista. Manifestazioni, proteste, cortei dove si inneggiava all’effetto salvifico della masturbazione in sostituzione dell’odiato membro maschile incapace, a detta delle manifestanti, di provocare piacere “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito!” urlavano le belluine femmine incazzate con tutto ciò che di maschile esistesse al mondo. Il “movimento” femminista trasportato ed ingigantito dal montante progressismo in salsa pseudo-socialista (non ho mai capito perché una donna veramente “libera” non potesse essere, che so, liberale piuttosto che conservatore) irruppe sulla scena politica in maniera talmente penetrante che, ad un certo punto, la Repubblica Italiana ritenne di doversi dotare addirittura di un Ministero delle Pari Opportunità per imporre un pari trattamento tra uomini e donne in questa nostra società così troppo maschilista. Oggi le nomine nei Consigli di Amministrazione delle più importanti Società italiane vengono fatte tenendo conto di quante donne ci sono in essi ed il nostro Primo Ministro ha ritenuto di nominare alla presidenza delle Società più importanti delle donne. Quando vai a votare, devi votare almeno per una donna, Insomma, nascere donna, oggi, può essere un vero affare (senza contare che se sposi la persona giusta e poi ti separi è come aver vinto alla lotteria. Veronica Lario docet).

Ebbene, in un panorama nazionale di questa portata, mutuato peraltro, almeno in parte, da esperienze europee e mondiali appare ad un certo punto una certa El James. E’ britannica, nasce cioè nella Nazione della Magna Charta, dei Beatles e della minigonna. Un Paese che ha sempre “innovato” in costumi e tradizioni. Il sogno segreto di tante femministe nostrane per quanto riguarda la parità tra i sessi. Pubblica un libro: “Cinquanta sfumature di grigio” seguito da altre sfumature, di rosso, di nero, per poi concludere il tutto con la rilettura del primo libro fatta dal punto di vista del protagonista maschile. Il tema del libro è la “sottomissione” di una giovane ragazza agli eccentrici voleri sessuali di un giovane miliardario. Sto leggendo cinquanta sfumature di grigio e non riesco a trattenermi dallo scrivere. Nella spalla della quarta di copertina dell’edizione italiana compare la foto dell’autrice dalla quale puoi apprezzare che si tratta di una donna abbastanza “in carne” e non certamente ascrivibile alla categoria delle “femmes fatales”. Dedica il libro al marito che chiama “signore del suo universo” e si premura di ringraziarlo per il sostegno, per il primo editing e per essere “l’angelo del focolare” della sua casa.

Ha due figli. Provo grande pena per loro.

Il libro è sostanzialmente la trasposizione in prosa di una serie di clip pornografiche facilmente reperibili sul sito porno per eccellenza yuoporn. Non riesco a capirne il valore letterario, non riesco ad apprezzare l’innovazione o la portata di “rottura degli antichi schemi” dello scritto. Ma comunque ognuno è libero di scrivere quel che vuole, ognuno è libero di riuscire a pubblicare quello che vuole e non sono certo io il bacchettone che inorridisce per i contenuti erotici di un libro. La cosa che mi spinge a scrivere stasera, che sono arrivato quasi a metà del libro che non divoro e non mi appassiona è un’altra: normalmente questi libri sono confinati in un angolo semibuio delle librerie negli scaffali della “letteratura erotica” che, spesso, neanche è segnalata. Il pubblico che li legge è limitato nel numero, appassionati del settore, onanisti abituali per tendenza o necessità, qualche disturbato mentale e tutta quella variegata umanità che, per varie ragioni, ama sognare il sesso piuttosto che praticarlo. Mai ho visto libri di tal genere conquistare il titolo di “best seller” mai li ho visti esposti all’Autogrill o nella vetrina della Feltrinelli. Invece questo si. Milioni di donne, dicono le cronache, hanno letto e sognato questo libro. Milioni di donne hanno sognato di essere l’Anastasia del libro. Come è possibile tutto ciò?

Donne hanno discusso del libro, lo hanno commentato e si sono scambiate sorrisetti ammiccanti parlando delle pagine più “hot”, altre hanno eletto qualche uomo a loro vicino come novello Christian Grey ed hanno sognato nottate infuocate nel segno della sottomissione. Altre ancora sono andate a letto ed hanno…onanistcamente…ripercorso le pagine del libro. Le più insoddisfatte hanno paragonato il possente Christian al proprio compagno bollando quest’ultimo, conseguentemente, come incapace e, per certi versi, disgustoso partner.

Tutte hanno gettato nella spazzatura gli anni di lotte e di riscossa sociale del femminismo mondiale.

Una storia a dir poco offensiva della donna che nel libro, attraverso la protagonista, diventa schiava sessuale di un uomo, che viene legata, frustata, che si deve prestare senza indugio e senza limiti alle fantasie sessuali del “Dominatore” viene elevata a modello da donne che magari, nell’intimo del loro rapporto di coppia, brillano per banalità, asessuata freddezza e pudiche ritrosie.

Un assurdo. Mi domando quante delle donne che gridavano nei cortei femministi: “col dito, col dito, l’orgasmo è garantito” hanno oggi letto ed apprezzato questo libro. Una pena ed un senso di desolante vuoto mi pervadono.

Provo un istintivo senso di repulsione per quelle donne comprese negli astronomici numeri delle lettrici che hanno apprezzato, riso, imitato o si sono semplicemente rilassate leggendo queste cinquanta sfumature di…squallore.