Le auto strombazzano con i loro clacson come di consueto, la polvere, lo smog, l’odore della fogna che corre, scoperta, vicino al grattacielo ti appesta l’aria, quell’aria che alle 10 del mattino è già calda in questa estate africana.
E mentre fumi una sigaretta con un amico sul “limitar dell’uscio” del tuo ufficio ecco che compare lui. Incurante del traffico, dello smog, del cattivo odore, incurante anche del caldo compare il vecchio. E’ scarno, le ossa del bacino gli sporgono paurosamente dai fianchi, ha le gambe esili, un torace che sembra tu gli possa fare una radiografia soltanto mettendolo controluce, la testa è assolutamente calva e la nuca, pronunciata all’indietro, le fa assumere una forma ellissoidale. Le braccia sono due stecchini, puoi facilmente riconoscere l’ulna ed il radio del suo braccio. Una pancetta, appena pronunciata, non è sufficiente a mutare l’impressione che percepisci dal complesso del suo corpo che sembra più un vecchio tronco di ebano nodoso e forte che un vecchietto debole ed in fin dei conti indifeso. Trotterella vicino a lui un bambino, l’aspetto insolente, un sorriso di quelli che illuminano un volto che fa da contrasto all’austera serietà del vecchio che s’avanza appoggiato ad un vecchio bastone. Gli trotterella intorno con un panno acconciato in modo inspiegabile in modo da diventare un indumento intimo. Il bimbo corre e guarda il vecchio mentre gli altri passanti non fanno nemmeno caso a loro. Solo io, il mio amico anch’esso italiano ed un collega americano ci guardiamo stupiti e ci chiediamo: “ma questi due da dove vengono?”. Sembra di vivere ad un tratto una scena di Jumanji il film con Robin Williams nel quale, per magia, da un gioco da tavolo escono animali della savana e suoi abitanti. Chissà da quale villaggio proviene, chissà quanti chilometri ha percorso con il bimbo, a piedi scalzi, per arrivare in città chissà per fare cosa. E lo immagino, il vecchio, mentre impreca per il fatto di doversi recare in quella bolgia infernale di città nella quale ci vogliono 3 ore per fare 16 chilometri. Ed il bimbo che lo accompagna, più custode che custodito, attento ma con quella esuberanza tipica dell’età che non gli impedisce di girare intorno al vecchio come se facesse una danza. Li ho visti e mi chiedo: ma è giusto che questa città, questo mondo, questo modo di vivere che ci ostiniamo a definire “avanzato”, uccida le tradizioni, i modi di vivere e di morire degli altri? L’Africa non è i grattacieli di Luanda, non è il traffico simil-napoletano, non è puzza di gas di scarico. L’Africa è spazio, sconfinato, verde, meraviglioso. L’Africa è luce, diversa, è più luce delle altri luci del mondo così come il buio è più buio degli altri buio del mondo.
Torno in ufficio con la figura del vecchio ancora davanti agli occhi. L’interrogativo resterà tale, già lo so, domanda sottesa ad ogni mio pensiero in questi luoghi.