Il materasso

Lei scese dalla camera da letto raggiante come non mai. Gli amici presenti rimasero meravigliati ed il marito, tra l’interdetto e lo stupefatto si chiedeva i motivi di tale gioia. Pensandoci, non scorgeva ragioni sufficienti per essere così contenta. Di performance sessuali neanche l’ombra, erano arrivati, avevano dormito, niente di più, che cos’era che rendeva felice questa donna? Il mistero fu presto svelato: “Ragazzi” fu l’incipit “Stanotte ho dormito di un bene che non avete idea, il mio materasso era diviso da quello di mio marito!”. Tutti tirarono un sospiro di sollievo e la guardarono compiaciuti e del resto tra le varie parti del corpo danneggiate, era come vincere ad una lotteria sentirla decantare una notte piuttosto che lamentare qualcosa. “Finalmente ho potuto dormire senza che i movimenti di chi mi dorme vicino mi disturbassero e poi, quel materasso, bello duro, quel materasso, tanto duro e comodo che la mia schiena mi ha anche dato tregua!” Il marito era, tuttavia, un po’ in apprensione: non aveva ancora sentito nulla che lo riguardasse e la cosa lo preoccupava. Che so del tipo “Tutto ok, peccato che quel rompiscatole di mio marito ha russato tutta la notte” oppure altre intime confidenze riguardanti flatulenze varie o altri suoni provenienti dall’apparato digerente ma emessi dalla bocca. Invece fu graziato, la gentil consorte sorvolò sulle prestazioni gassose o comunque aeree del marito archiviando il tutto con “e meno male che mi sono addormentata subito, che non ho sentito più nulla”.
Il discorso poi filò liscio, passando per un cuscino di piume che inizialmente l’aveva spaventata ma che poi si era rivelato un gran tesoro per poi passare alle solite chiacchiere su figli e amici dei figli, programmi ed impegni.
“Coniugo”. Il marito, Avvocato di grido del Foro di Milano, ripeteva tra sé e sé la magica parola coniugo ricordando quella lezione sul Diritto di Famiglia con il suo cattolicissimo professore di Diritto Privato che gli sottolineava l’intima essenza di quella parola “coniugo” cioè unire, cioè unire l’uno nell’altro, cioè creare una fusione, una cosa sola, non una unione, ma una sola cosa. Pensava, il povero Avvocato, all’importanza di quella parola, al suo superbo significato: l’unione di due cose sicché non siano più due ma una sola. E poi pensò al materasso.
Se io mi muovo e tu ti muovi siamo uniti, se io mi muovo e tu no, non siamo uniti, se godo nel sentire il tuo respiro o qualsiasi altra cosa da te provenga, siamo uniti, se mi infastidisci siamo separati, se non faccio caso ai tuoi movimenti perché sono i miei movimenti siamo uniti, in caso contrario siamo separati, se il vecchio materasso matrimoniale fa “il buco” al centro e ci caschiamo dentro abbracciati non è forse bello? Non è forse questa la quint’essenza del matrimonio?
Lei invece aveva inneggiato alla separazione del materasso, non alla unione di esso. A dire il vero la separazione era un concetto che lei aveva nelle corde sin dai primi momenti del loro matrimonio. L’avvocato ancora ricordava con divertita tristezza, si proprio così, divertita tristezza, come quando ridi per una battuta “noir”, della perentorietà, della certezza e della determinazione con la quale lei, quando si trattò di scegliere, si espresse sulla separazione o sulla comunione dei beni. Non sia mai che le mie cose possano essere messe in comunione con le tue. Quello che colpì l’Avvocato non fu il desiderio della moglie di approdare alla separazione dei beni, cosa assolutamente condivisibile, una scelta che avrebbe fatto anche autonomamente, quanto lo spirito con il quale lo disse. Non si voltò verso il futuro marito cercando la condivisione della scelta, un gesto di accordo, qualcosa, insomma, da fare in due, bensì lo disse lei con la veemenza di chi afferma un principio e difende qualcosa dall’estraneo che, in questo caso era quello che sarebbe dovuto divenire “una sola cosa” con lei. All’epoca non disse: “cominciamo male” ed ora si chiedeva se non fosse stato un errore.
Pensò al materasso, l’Avvocato, e tristemente iniziò a prendere coscienza del fatto che quel “coniugo” non era poi, come diceva il cattolicissimo Professore, una fusione così…fusa ma un qualcosa di facilmente separabile, bastava una casa, un’altro o un…materasso.