Il lustrascarpe

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Ogni giorno si svegliava nella sua baracca. Il pavimento, in terra battuta, era coperto da una sorta di foglio di plastica  o di linoleum, non sono mai riuscito a capirlo, e su questo foglio c’era la stuoia su cui dormiva, il piccolo tavolo attorno al quale la famiglia si riuniva per la cena ed una specie di mobile che conteneva le poche cose della famiglia: stoviglie, biancheria e dispensa. La luce del mattino filtrava tra le imposte socchiuse e nel raggio di sole Fernando poteva vedere quella polvere che rimaneva a mezza’aria e che era la compagna della sua vita. In questi “barrios” la polvere è una presenza costante, impossibile non esserne toccati. Una polvere rossa, quella polvere, che nasceva da quella terra rossa d’Africa che è la prima cosa che noti quando arrivi dall’Europa. La moglie di Fernando era già uscita da tempo. Con la tanica di plastica in testa, poggiata su quella stoffa arrotolata che faceva sia da base, che da stabilizzazione e cuscino era andata alla fonte per prendere l’acqua per la famiglia, l’acqua che serviva per cucinare, per bere, per tutte quelle cose per le quali noi siamo abituati, semplicemente, ad aspettarci che esca dal rubinetto. Straordinario quel modo di trasportare le cose, pesi che sembrano insopportabili portati elegantemente sulla testa: cesti pieni di frutta, pile altissime di pirofile in vetro, indumenti piegati ed anch’essi impilati in maniera straordinaria, tutte cose che sembravano sfidare e vincere, in ogni momento le leggi della fisica sul baricentro e sulla gravità. Vanno in gruppo, queste donne, portandosi questi pesi come se nulla fosse, conversano, gesticolano fanno tutte quelle cose che normalmente fa una persona che cammina in gruppo, qualche volta hanno anche un bimbo che trasportano sulla schiena, abbracciato alla mamma come un koala all’albero, che puntualmente e straordinariamente dorme, avvolto in delle fasce che ne mascherano forme ed arti e a vederli sembrano un tutt’uno con le mamme. Fernando si accorge di essere solo, deve andare in bagno, ed ha la carrozzella lontana. Chiama la moglie, chiama uno dei figli ma non ottiene risposta ed allora bestemmia Fernando perché da quando quella poliomielite gli ha orrendamente sfigurato le gambe, riducendole in due rami secchi e ritorti, non è più indipendente, ha bisogno di aiuto, ma talvolta non c’è nessuno e lui allora urla, chiama, si sgola finché la vicina non arriva ad aiutarlo. La vicina lo sa che lui ha bisogno ed il “barrio” è una comunità dove la solidarietà non è formale, si vive tutti insieme, in condizioni impensabili per la maggior parte di noi e se non ci si aiuta si perisce. La corpulenta vicina aiuta Fernando a sedersi sulla carrozzina e lo accompagna in bagno che, chiaramente, non è in casa. Dopo, Fernando non fa colazione e l’animaletto nel suo stomaco continua a tormentarlo con i suoi movimenti. Eh già, perché da queste parti la colazione la chiamano volgarmente “mata o biciu” ovvero “ammazza l’animaleto”, una stupenda metafora della lingua portoghese. E dopo il bagno Fernando parte, parte per andare a lavorare e dopo aver percorso l’affollata strada del barrio giunge finalmente sulla strada principale. Deve prendere il “candongueiro” un pulmino che la gente di qui chiama anche taxi e che rappresenta il principale e per certi versi unico mezzo di trasporto pubblico. Sono un mistero questo  “candongueiro”: si fermano in posti che non sono indicati e solo i locali conoscono e camminano in un traffico infernale a velocità improbabili. C’è la strada bloccata? Te li vedi spuntare da dietro sulla destra che camminano tra la fine del manto stradale, il pezzo di strada non asfaltato e, laddove esistente, il marciapiede con la gente che lo percorre che ordinatamente gli fa strada. Arrivano sempre per primi nei posti, si apre la porta scorrevole ed un ragazzo esce urlando la destinazione, ha in mano un fascio di soldi, sono tutte banconote da 100 Kwanza, valgono 1 $ l’una, ed è la tariffa, invero molto popolare per un pool taxi, che si paga per utilizzarli. Fernando si affretta con la sua carrozzella ad avvicinarsi al mezzo ed il ragazzo urlante scende dal pulmino, prende in braccio Fernando e lo adagia sul divanetto vicino all’uscita poi, svelto, prende la carrozzina, la chiude e la mette nel bagagliaio. Corrono sempre questi “candongueiro”, più si corre più si guadagna, ma c’è sempre il tempo per aiutare un uomo malato. Dopo la sua ora di traffico arriva finalmente sul luogo di lavoro. Fernando si mette fuori da una Banca e vicino agli uffici di una compagnia petrolifera, è nel centro città e quando arriva ha una fame da lupo e sono solo le sette del mattino. Piano, piano la strada si anima, Fernando si è sistemato tra due auto posteggiate, è sulla strada e lo scalino del marciapiede gli avvicina i piedi dei passanti, a lui che di mestiere fa il lustrascarpe. Eh si, Fernando è un lustrascarpe, non più giovane, non rammenta gli storici sciuscià napoletani, i bambini che lucidavano le scarpe agli “mmericani”, e dei quali Luanda è comunque piena. Fernando è un uomo maturo, pesantemente handicappato, e fa una particolare tenerezza quando sistema la sua scatolina con dentro il lucido per le scarpe, le spazzole e le pezze che servono per lucidare. Tutte le sue cose messe lì, bene allineate e lui che invita i bancari ad accomodarsi, a porgergli i loro piedi perché lui possa, contorcendosi come un burattino a cui hanno tagliato i fili delle gambe, raggiungere le scarpe e diligentemente e delicatamente pulirle.
Una mattina, andando in ufficio l’ho visto, tutto contorto per pulire un paio di scarpe di un omone angolano in giacca e cravatta che rideva e scherzava con un collega. Si vede subito quando un angolano è ricco e potente. E’ vestito bene, è sicuro di sè, a volte anche un pò pacchiano. Vedere quella scena mi ha fatto impressione, Fernando sembrava prostrato davanti al “padrone”, avvertivo la protervia del ricco e potente verso il povero diseredato. La natura con Fernando è stata maligna, la sorte è stata maligna, quando sogna non sogna l’ultimo iphone, ma un letto vero ed un generatore per la corrente elettrica. E gli basterebbero per sentirsi ricchissimo.
Non mi sono mai fatto pulire le scarpe da Fernando, non riesco a pensarlo prostrato davanti a me con quello scalino del marciapiede che a lui è tanto utile per arrivare alle scarpe dei passanti ma che nella mia testa serve solo a rendere più concreto quello scalino più in basso che occupa nella vita.
Eppure Fernando ride sempre quando lo vedo.
Che forte.




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